Le Riflessioni della Domenica


LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

29 OTTOBRE 2017

 

Con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente (Mt 22,34-40).

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

 

Se vogliamo evidenziare la differenza cristiana rispetto alle altre religioni, al di là della fede nella Trinità e nell’incarnazione (ma forse proprio in virtù di questi due articoli di fede), dobbiamo partire proprio dall’equiparazione che Gesù ha fatto di due comandamenti già presenti nella Legge di Mosè: l’amore per Dio non può mai essere scisso dall’amore per l’uomo. Certo il primo fonda il secondo, ha una esigenza di totalità espressa dai tre “tutto”. Ma proprio dire di amare Dio con tutto se stessi, senza lasciare nulla che non sia a Lui dedicato ci rimanda al secondo comandamento che non è secondo per importanza, bensì per logica: senza il primo dove accanto a Dio è posto la triplice dimensione di se stessi (cuore, anima, mente) non saprei neppure che cosa significa amare il prossimo come me stesso, non conoscendomi affatto. Nel primo comandamento infatti non è solo chiesto di amare Dio ma per amarlo totalmente devo sapere chi sono io, devo conoscermi e scandagliare tutti i luoghi anche più oscuri della mia anima. Allora, vedendo che non sono solo luce ma anche ombra, ma offrendo anche la mia ombra a Dio, sarò capace di accogliere anche l’ombra che è nel prossimo, amare il prossimo con lo stesso sguardo di compassione con cui amo me stesso perché sotto lo sguardo compassionevole di Dio. Dalla giusta conoscenza che ho dei miei limiti deriva la doppia tensione: la necessità di affidarmi a un Dio amorevole e la conseguente esigenza di guardare il prossimo con lo sguardo trasformato.

Michele Tartaglia

 

Amare i nemici può insegnare ad amare noi stessi

A costo di sembrare blasfemo e con tutte le intenzioni di essere provocatorio sostengo che l’assassino che ha falciato 60 vite con una mitragliatrice a Las Vegas alcune settimane fa seguiva il comandamento espresso nel vangelo di oggi. Come tutti gli assassini, almeno quelli di massa, odiava se stesso e rifletteva questo odio sul suo prossimo. Il comandamento di Gesù nel vangelo di oggi ha due importanti implicazioni.

La prima è che l’indifferenza verso il prossimo è di per sè una forma di odio, un odio freddo fatto di noncuranza. Queste altre persone possono continuare a esistere fino a che non danno fastidio, ma se disturbano la nostra pace diventano nemici da eliminare. Martin Luter King aveva detto che piu dei razzisti membri del KKK, i borghesi che non volevano restare coinvolti nella battaglia dei diritti civili erano responsabili del sangue che quella battaglia è costata. Millioni di borghesi che si facevano gli affari propri sono stati distrutti nel corso delle rivoluzioni Francese, Russa, Cinese, o dai movimenti di massa come il nazismo. Farsi i fatti propri, la stessa privacy, è un’illusione che può costare molto cara sia a noi stessi che agli altri.

La seconda implicazione è l’ordine ad amare noi stessi, perchè senza l’amore per noi stessi non possiamo essere altro che distruttivi. Una delle figure piu tragiche descritte da Bernanos è quella dell’abate Cenabre nel libro «L’impostura ». Cenabre era un prete letterato di grande fama e che appariva a tutti dai suoi scritti un maestro di spiritualità. Eppure non aveva né aveva mai avuto fede e si compiaceva di questa dissimulazione, di questo atto sacrilego. Uno dei suoi professori al seminario non riusciva a vincere la propria ripugnanza verso questo giovane allievo brillante perchè “quel bambino sembrava che non amasse se stesso.” Parlando della mia esperienza personale ciò che ci previene dall’amare noi stessi è la paura di quanto possiamo trovare al fondo di noi stessi, all’incontro con noi stessi, per cui ci costringiamo a vestire una maschera che ci pesa e che rende i nostri rapporti personali insignificanti o distruttivi. Peggio ancora, ci costringe a basare i nostri rapporti sul sospetto reciproco, sulla paura di essere riconosciuti per quello che noi stessi non siamo capaci di riconoscere. Ma come possiamo allora amare noi stessi? Secondo me il consiglio che ci ha dato Gesù: “amate i vostri nemici” è la chiave all’amore di noi stessi. Le persone che ci ripugnano, dall’assassino, al violentatore, al pedofilo, allo straccione che cerca di derubarti per strada, tutte le persone che sono diverse da noi e che consideriamo indesiderabili sono la linfa vitale della società e non i parassiti che pretendiamo siano secondo il giudizio della nostra maschera.  Che siano responsabili o meno dei crimini attribuito a loro è irrilevante. La loro funzione è la stessa, sono parafulmini su cui possiamo scatenare il nostro odio che altrimenti volgeremmo contro noi stessi.  Da molte persone per bene, e in buona fede, Gesù che saliva al calvario veniva considerato un criminale che riviveva la giusta punizione per aver corrotto il popolo giudaico con le sue bestemmie. Sulla sua croce Gesù ci ha dato l’opportunità di amare gli esseri che consideriamo più spregevoli e in questo modo di amare noi stessi.  Se impariamo ad amare loro, non abbiamo più paura di ritrovare loro dentro di noi, non abbiamo più paura di incontrare e amare il nemico dentro di noi.

Sono sicuro di essermi spinto oltre il limite di tolleranza di qualche lettore con questa meditazione. Mi sono permesso solo di descrivere la mia esperienza personale, e non pretendo che questa sia universale. Per me l’invito ad amare il proprio nemico ha reso possibile amare me stesso, e considero questa capacità di amare me stesso il dono fondamentale della grazia, la grazia santificante.

Lodovico Balducci

 

L’importanza di coniugare i verbi al futuro

Non coniughiamo più i verbi al futuro. E se sparisce il futuro, il primo a morire è il presente. Gli unici che coniugano ancora i verbi al futuro sono gli innamorati…perché sono in contatto con l’energia dell’amore. M. Gramellini, “Fai bei sogni”, Longanesi, 2017, p. 220.

 

Ritorna oggi il tema dell’amore, che è in realtà il tema di fondo di tutto l’annuncio evangelico. Risposta famosa di Cristo a chi gli chiedeva di fare una classifica dei Comandamenti, come fosse l’ordine d’arrivo di un Grand Prix di Formula 1 (in realtà una tale classifica è stata poi stilata nel tempo, mettendo sul podio il 6° comandamento…). Anche se il testo non lo dice esplicitamente, mi piace pensare che con la sua risposta Cristo abbia sostituito i Comandamenti con le Beatitudini. I Comandamenti sono un ordine: Non rubare, non uccidere…Le Beatitudini sono la constatazione di un’attitudine d’amore, declinata con tutta l’anima, tutto il cuore, tutta la mente. Nel rispondere all’interlocutore, Gesù non usa l’imperativo dei Comandamenti, non dice “Ama …”, ma il futuro: “Amerai…”. Forse vuol dire: “Se decidi di amare, di essere un operatore di pace e di giustizia, di usare misericordia… non sarà un’emozione occasionale, lo slancio di un momento, ma amerai sempre”. Certo, applicato ai rapporti d’amore tra due persone, questo verbo al futuro appare, soprattutto oggi, anacronistico e fuori moda. Ma forse Gesù, profondo conoscitore delle debolezze umane, voleva significare “Amerai in una sincera prospettiva di futuro…”. To the end of love, canterebbe Leonard Coen. “Amerai il tuo prossimo come te stesso”, conclude Gesù. E qui c’è forse la chiave di quel verbo al futuro: amerai il tuo prossimo se lo amerai come fine e non come mezzo per affermare o realizzare te stesso, se lo aiuterai a essere se stesso con la libertà dell’amore e non un pupo siciliano fatto a tua immagine e somiglianza.

Giovanni de Gaetano

 

Condannati nell’eterno presente

La differenza tra l’imperativo e il futuro, che in questo vangelo si nota non senza una certa sorpresa, non è affatto casuale. I due modi verbali indicano due cose ben distinte. Con l’imperativo si impone qualcosa, con il futuro più che altro si descrive una modalità d’essere, una possibilità di agire, che scaturisce da una scelta dettata dalla volontà. Il modo futuro è il modo della libertà, svincolato dal dovere fine a se stesso. Non a caso, il futuro è la dimensione naturale del cristianesimo. Se c’è un punto di partenza e uno di arrivo, la fiducia è di certo il mezzo privilegiato con cui affrontare il mondo. Diversamente dagli antichi greci che vivano in un eterno passato e fondamentalmente incuranti del futuro, i cristiani guardano a ciò che sarà con sempre rinnovato interesse perché sanno che il tempo è in movimento (non circolare) verso una meta ben precisa. E noi? Con che occhi guardiamo al futuro? Sembra che questa società sia bloccata nel mezzo. Al passato non si può guardare perché non ha nulla da insegnare, tant’è che la storia è il fanalino di coda nel curriculum scolastici, e forse tra un po’ scomparirà definitivamente.

Ci sarebbe il futuro, che sembrerebbe essere la dimensione naturale dell’uomo contemporaneo cresciuto a pane e futurismo, ma poi di fatto scopriamo che tantissimi giovani sono divorati dalle forme più oscure di un’angoscia apparentemente inspiegabile. Allora cosa resta, se non il presente? Una condanna che sa di punizione dantesca.

Marialaura Bonaccio   
“Le riflessioni della domenica” e “QUAR17 RICERCA DELL’UOMO RICERCA DI DIO”, non riflettono né rappresentano necessariamente il pensiero dell’Associazione Cuore Sano ONLUS di Campobasso, né dei responsabili/curatori delle suddette iniziative.