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Riflessioni

Le Riflessioni della Domenica

 

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

21 GENNAIO 2018

 

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

 

L’annuncio con cui Gesù ha iniziato la sua vita pubblica ha certamente ottenuto reazioni contrarie in chi lo ascoltava: quale tempo si sta compiendo? Come bisogna reagire di fronte a questo compimento? Per Gesù questo annuncio è un vangelo, cioè una buona notizia e consiste nel fatto che Dio è vicino, si è fatto prossimo. Di fronte al grido delle vittime di ingiustizia e di violenza (tra le quali c’è Giovanni che dal carcere ha certamente chiesto a Dio una risposta sul perché chi annuncia la verità e denuncia l’ingiustizia deve poi subire l’arresto e la morte), affermare che Dio è presente significa dire che si fa carico di ascoltare quelle grida, come già un tempo aveva fatto con gli ebrei schiavi in Egitto e con i deportati a Babilonia. Ecco perché diventa una buona notizia, anche se non lo è per chi è causa del male che, anzi, cercherà vari modi per mettere a tacere, per non riconoscere il tempo della visita di Dio, fino a mettere a morte lo stesso Gesù e in seguito i suoi discepoli. Tuttavia l’annuncio di Gesù resterebbe solo un discorso vuoto se non iniziasse concretamente il cambiamento: ecco la nascita della chiesa, attraverso la chiamata di questa prima avanguardia che deve incarnare il compimento e indicare al mondo attraverso l’assunzione di uno stile che cosa significa la vicinanza di Dio. Costituire una comunità dove il servizio è la regola e l’altro diventa criterio per le proprie scelte significa rendere presente il regno di Dio. Il compimento non sta nel predicare un altro mondo, la fuga dal mondo ferito dal male, ma significa testimoniare un mondo altro, opponendo allo stile egoistico di chi pensa solo a se stesso o agli interessi del gruppo (il padre e le reti ben simboleggiano tutto ciò) uno stile improntato sull’accoglienza dell’altro e sulla costituzione di una nuova “famiglia” non basata sul sangue ma sulla cura reciproca: chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Chiederà Gesù un giorno e, indicando i discepoli risponderà: eccoli, perché chi fa la volontà del padre mio è fratello sorella e madre.

Michele Tartaglia

 

L’evoluzione dell’umanità ha permesso l’evoluzione di Dio

Anche se l’enfasi nel vangelo di oggi è ancora sulla chiamata, preferisco parlare del fatto che Gesù ritorna in Galilea dopo l’arresto di Giovanni. Chiaramente la sua testimonianza si distingue da quella di Giovanni; Giovanni annunciava che il regno era in arrivo; Gesù è convinto che il regno è già arrivato e si tratta di disseminarlo, di aprirne le porte. Nel disegno originale il regno comporta:

  1. Dei discepoli. È chiaro che Gesù agisce attraverso la persona umana. Basta con il Dio degli eserciti, il Dio impassibile che si compiace delle fiamme dell’inferno. L’evoluzione dell’umanità ha permesso l’evoluzione di Dio. L’umanità si conquista soltanto con l’amore.
  2. I discepoli vanno reclutati fra le persone più povere o più malviste (Matteo, Zaccheo, la Maddalena) perchè sono coloro più aperti all’idea di un amore gratuito, a rendersi conto che l’amore passa attraverso la croce, che amare significa crocifiggersi alle proprie parole. Il regno di Dio è un regno in cui i deboli, i perseguitatati, i beati della montagna vincono i potenti. Manzoni ne ha dato un esempio stupendo nella Lucia che si incontra con l’innominato. L’innominato, l’uomo più potente dei dintorni, chiede a questa poverella indifesa: “quelli che non sanno difendersi da soli portano sempre in ballo questo dio, cosa pretendete di farmi… “e non riesce a pronunciare la parola “paura” perché è pietrificato della paura, perché si è reso conto che tutto il suo potere non può vincere Lucia, può ucciderla ma non può vincerla.
  3. Il regno è una banca di sacrifici: i sacrifici altrui sono la nostra redenzione, i nostri sono la redenzione altrui. Questi sacrifici sono disponibili senza interesse e senza impegno di restituzione. Scandalizzando forse i legittimisti, il regno di Dio ha qualcosa della antica mafia di Vito Corleone. Naturalmente non chiede di uccidere, ma si basa sulla fiducia reciproca: “ricordatevi che vi ho fatto un favore.” Si conta sui favori reciproci senza un bilancio di euro e centesimi.

Lodovico Balducci

 

Amore a nullo amato amar perdona

La chiamata dei due discepoli descritta da Giovanni domenica scorsa non corrisponde esattamente al racconto odierno di Marco. Probabilmente ogni discepolo ha rielaborato e trasformato nel ricordo, dopo tanti anni, quel momento cruciale che ha cambiato la loro vita. E ognuno lo ha rivissuto come se fosse magari avvenuto più volte, in luoghi e tempi diversi. Andrea forse era con l’amico Giovanni insieme al Battista, poi era sul lago insieme al fratello Simone e ha rivissuto e mescolato i ricordi dei suoi primi incontri con Cristo. I vangeli non sono un libro di cronache, né il resoconto stenografato di avvenimenti e incontri. I vangeli sono il racconto interiorizzato dell’incontro imprevisto con un uomo, del fascino del suo sguardo, della sua capacità di guardare dentro e accendere la passione. I miracoli raccontati dai vangeli, vissuti come episodi e fatti che non si spiegano secondo le leggi della mente e del cuore umano, non riguardano tanto le guarigioni di ciechi e storpi, ma l’inspiegabile immediata totale adesione di persone qualunque ad un cenno del sopracciglio o una breve parola di un viandante sconosciuto. In questa prospettiva, Gesù ci appare ancora più affascinante e credibile, in quanto non tutti i miracoli gli sono riusciti, a cominciare da Giuda per finire al giovane ricco, ai lebbrosi guariti e fuggiti lontano, a chi voleva avere del tempo per seppellire il proprio padre…Che fine hanno fatto questi discepoli mancati? Non lo sappiamo, ma crediamo con Dante che l’Amore a nullo amato amar perdona…

Giovanni de Gaetano

 

Il desiderio dei soldati di Dio

Uomini ordinari con una vita ordinaria. Pescano, come tutti i giorni. Lavorano sodo per mantenere la propria famiglia, senza che nulla di particolarmente nuovo sconvolga la loro esistenza. Eppure, un giorno qualcosa accade. Nelle parole di uno sconosciuto incontrano, forse per la prima volta, se stessi. È come se si destassero da un lungo sonno, come se fossero in attesa di quel momento da sempre. Pescatori di uomini. Sono nati per diventare ciò che saranno e al destino non ci si può opporre. Non esitano a lasciare tutto, perché sanno che il loro posto è altrove. E lo hanno fatto perché hanno saputo riconoscere il suono di una voce capace di parlare loro nella lingua che conoscevano. È probabile che dietro la routine della vita da pescatori, Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni continuassero ad alimentare l’unica cosa davvero indispensabile per l’intera umanità. Il desiderio.

La sua etimologia è controversa, ma la teoria più accreditata la fa risalire ai soldati degli accampamenti romani che sotto le stelle (de-sidus) attendono il ritorno dei dispersi. E proprio come i soldati di Cesare, i soldati di Dio attendono l’arrivo di qualcosa che è andato perso. Il senso nella loro vita ordinaria, la voce capace di parlare alla loro anima. Il desiderio è il motore della vita perché è l’unico capace di conferirne il senso autentico. Ed è proprio la sua assenza cronica a generare la perdizione dell’anima, tanto comune nel nostro tempo. Seppellito dalla voracità contemporanea che non lascia spazio all’attesa, il desiderio soccombe sotto il peso del godimento immediato, anticamera di una dimensione di oblio che soffoca la possibilità di un futuro realmente migliore.

Marialaura Bonaccio

“Le riflessioni della domenica” e “QUAR17 RICERCA DELL’UOMO RICERCA DI DIO”, non riflettono né rappresentano necessariamente il pensiero dell’Associazione Cuore Sano ONLUS di Campobasso, né dei responsabili/curatori delle suddette iniziative.

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Le Riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

14 GENNAIO 2018

 

Rimasero con lui. Era l’ora decima (Gv 1,35-42).

In quel tempo, Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; era circa l’ora decima. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

 

Il modo in cui Giovanni racconta la chiamata dei primi discepoli è particolare, in quanto non è interessato allo spazio (il lago di Galilea) ma al tempo (l’ora decima, inutilmente tradotta “le quattro del pomeriggio” nel testo ufficiale CEI). Il giorno era diviso, come la notte, in 12 ore, ma il suo computo non partiva dall’alba bensì dal tramonto. Dire quindi che siamo all’ora decima significa che sta per finire il giorno e sta per iniziare un giorno nuovo, o meglio, un tempo nuovo. Sta tramontando un mondo per fare spazio ad una nuova creazione, anticipando così la risurrezione. Però, ci dice l’evangelista, il mondo vecchio ancora non è finito, ma ci sono delle persone chiamate a preparare questo nuovo mondo, pur appartenendo al vecchio. Quegli uomini che hanno incontrato Gesù vengono già “contagiati” dal mondo nuovo: lasciano Giovanni Battista per seguire Gesù e rimanere con lui. Segno del cambiamento diventa anche il nome nuovo che Gesù dà a Simone, chiamandolo Pietro, la sua nuova identità da “agente segreto” del regno di Dio. Il racconto ci dice che la chiamata (la cosiddetta vocazione) è rivolta a coloro che devono aprire nuove piste, nuovi sentieri in un terreno sconosciuto per portare in salvo i propri simili nel momento in cui il mondo sta finendo. Non c’è vocazione senza la percezione di un cambiamento in atto nel corso della storia. Oggi nella chiesa si parla di crisi delle vocazioni: se avessimo la percezione del tempo di passaggio che stiamo vivendo forse non ci preoccuperemmo di assoldare custodi del vecchio e cani da guardia delle regole, ma piuttosto faremmo spazio a chi coraggiosamente percorre piste non battute, perché il mondo vecchio è al tramonto e non c’è possibilità di riportare indietro le lancette verso le nostre sicurezze ammuffite.

Michele Tartaglia

 

La verità si vive. Anche percorrendo strade diverse

Il battesimo di Gesù sembra il momento in cui Gesù si è reso conto di essere il figlio di Dio e come tale della sua missione, quella di portare la vita della grazia a una popolazione morta nel peccato. È in questo momento che la natura umana, che lo ha portato ad essere battezzato come ogni giudeo desideroso di un cambiamento e la natura divina si sono incontrati. È facile vedere in questa coscienza la conseguenza unica del battesimo per ciascuno di noi: la opportunità di prendere coscienza della nostra missione, cioè della nostra sacralità. Nel vangelo di oggi Giovanni si riferisce a Gesù come l’agnello di Dio, cioè come la vittima sacrificale il cui sacrificio avrebbe ristorato la grazia. Presumibilmente Gesù era già stato battezzato e Giovanni aveva rielaborato il messaggio che aveva ricevuto al momento del battesimo, però forse non era ancora andato nel deserto a ancora aveva bisogno di scoprire il modo di eseguire la sua missione. Aveva Giovanni preceduto Gesù nello scoprirne la missione oppure Gesù aveva confidato a Giovanni le sue tentazioni nel deserto? Quello che sappiamo è che in questo momento Gesù e Giovanni lavoravano parallelamente e ciascuno aveva i suoi discepoli e questi discepoli erano liberi di accettare l’uno o l’altro maestro. Più tardi nel vangelo Gesù ammonirà i suoi discepoli perchè non fermino la predicazione di un uomo che parlava in suo nome, affermando “chi non è contro di me è con me” (esattamente l’opposto della frase che gli si attribuisce). Il messaggio non potrebbe essere più attuale. Viviamo in un mondo post-cristiano, almeno nell’occidente, un mondo che neppure si preoccupa di negare l’esistenza di Dio, un mondo che accetta come un dogma l’abolizione della trascendenza. Vale veramente la pena litigare sulla trans-sustanziazione invece della con-sustanziazione? Vale la pena di chiamare il papa l’anticristo (ogni diacono presbiteriano deve accettare il credo di Westminster che contiene questa affermazione, anche se la maggioranza dei miei amici presbiteriani ci ridono sopra) o considerare l’Ave Maria una bestemmia? Sessant’anni fa, forse di più, una mia zia piissima aveva comprato una bibbia meravigliosamente illustrata e l’aveva mostrata con orgoglio a un amico frate. Questi, invece di compiacersene, le aveva chiesto di distruggerla o almeno di non usarla: orrore: non aveva l’imprimatur! Il vangelo di oggi ci insegna che la verità è un’esperienza di vita vissuta che può essere raggiunta per strade diverse (la tradizione cattolica dei santi testimonia proprio questo). Chiunque pretende di possedere l’esclusiva della verità uccide la verità, perché cerca di circoscriverla laddove non può essere circoscritta. Forse questo è il vero peccato contro lo Spirito santo, quello che Gesù dice non può essere perdonato.

Lodovico Balducci

 

 

La vera differenza è tra amanti e non amanti

 

Benedetto sia’l giorno e ‘l mese e l’anno

e la stagione e ‘l tempo e l’ora e ‘l punto

e ‘l bel paese  e’l loco ov’io fui giunto

da’ duo begli occhi che legato m’ànno…

 

Così cantava nel Trecento Francesco Petrarca: se chiedessi a ognuno di noi se ci siamo innamorati seriamente almeno una volta nella nostra vita, anche noi risponderemmo che ci ricordiamo perfettamente quando questo è successo, persino l’ora…Mi ha sempre colpito come, narrando il loro primo incontro con Gesù, il loro primo approccio, l’andare a casa sua e trascorrere la serata con lui, Andrea e Giovanni ricordino e notino un particolare assolutamente ininfluente: erano le quattro del pomeriggio (l’ora decima). È evidentemente il racconto e il ricordo di un innamoramento a prima vista, un colpo di fulmine che ti cambia la vita per sempre in un attimo e irrimediabilmente. Il vangelo riporta altre storie di questo tipo, come l’incontro con l’esattore delle imposte Matteo o con il piccolo Zaccheo. In tutti questi casi sono bastati uno sguardo intenso e pochissime parole. Ma come tutte le storie d’amore, anche il vangelo registra degli amori non corrisposti, come quello del giovane ricco, o del giovane che chiedeva di poter prima accomiatarsi dalla famiglia. Chi crede che l’incontro con Gesù sia rivolto in particolare alle “bizoche” o “zabette” che sbiascicano il rosario nella penombra di chiese ammuffite, dovrebbe confrontarsi con un’esperienza e un’avventura che richiedono un cambiamento di mentalità e di vita e la conquista di una gioia interiore “che intender non la può chi non la prova”, come direbbe il Sommo. Abbiamo scritto altre volte che rispetto alla fede, la differenza non è tanto tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti. Oggi mi piace aggiungere che la vera differenza è tra amanti e non amanti.

Giovanni de Gaetano

 

Il nome del padre

Nel vangelo di oggi torna ancora insistentemente il tema dell’eredità. È Giovanni a indicare la figura di Cristo ai due discepoli, è lui a dire loro in quale direzione dirigere lo sguardo. I due decidono di seguire Gesù perché hanno la ‘garanzia’ di Giovanni. Nel suo Il complesso di Telemaco, lo psicanalista Massimo Recalcati, che abbiamo già avuto occasione di citare riguardo all’importanza dell’eredità per la storia, sostiene che Telemaco è sostenuto nel suo desiderio di rincontrare il padre anche perché Penelope “fa esistere il nome del padre”. Tornando al vangelo, Giovanni fa quello che un tempo è stato il compito della sposa di Ulisse, custodisce e garantisce che ‘il nome del padre’ non venga irrimediabilmente perduto nella notte dei Proci. Chiaro che poi Gesù farà il resto, avviando un percorso nuovo e rivoluzionario rispetto al passato, senza mai rinnegarlo. Il futuro (Gesù) non sarebbe stato lo stesso se Giovanni (il passato) non avesse continuato a mantenere vivo ‘il nome del padre’ presso i discepoli, in attesa del suo ritorno.

È un lungo filo di continuità che lega in maniera indissolubile i diversi episodi che scandiscono la storia universale, in cui una parte è perché ce n’è stata una che era.

Interrompere questa continuità tra le fasi storiche, rinnegando l’eredità, porta a compimento un processo iniziato molto prima di quanto si possa credere. Il tramonto dell’Occidente, di cui tanto si parla ma di cui pochi capiscono il reale significato, è favorito proprio dal rifiuto dell’eredità storica, in una sorta di eterna dimenticanza che rischia di condannarci all’oblio.

Marialaura Bonaccio

Le riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

7 GENNAIO 2018

 

Venne Gesù e fu battezzato da Giovanni (Mc 1,7-11).

In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

 

Il vescovo brasiliano Casaldaliga scriveva in una sua poesia che Gesù, se nel grembo di Maria si è fatto uomo, nella bottega di Giuseppe il falegname si è fatto classe, usando la terminologia di Marx. Allo stesso modo, si può dire che nel Giordano Gesù si è fatto popolo, ha manifestato quella solidarietà con l’umanità e le sue debolezze e contraddizioni che avrebbe poi caratterizzato tutta la sua vita pubblica, durante la quale gli fu rinfacciato di farsela con i peccatori e di essere un mangione e un beone. Non ha avuto problema a toccare i lebbrosi e a frequentare chi era bollato di impurità nei confronti della Legge, tanto da passare spesso lui stesso come trasgressore della Legge di Mosè e quindi della volontà di Dio. Il picco è stato raggiunto con la sua morte, già di per sé infame, e per di più condivisa con due malfattori. L’incarnazione ha raggiunto il suo acme proprio al Giordano, quando Gesù si è messo in fila con chi chiedeva a Giovanni il perdono dei peccati, perché Lui, che è senza peccato, fosse solidale con chi è nel peccato, spesso non per piena responsabilità ma perché condizionato dalla propria storia, dall’ambiente, dagli incontri sbagliati. Anziché voltare la faccia da un’altra parte e scansarsi schifato, si è immerso proprio nel mezzo di quella folla disperata e già condannata dai gestori del sacro. È lì, nell’immersione nell’umanità difettosa, che ha scoperto la sua vocazione: mostrare il volto d’amore di un Dio che ama senza riserve. Il Padre ha tenuto nascosto il suo amore fino a quando non ha visto il Figlio che ha deciso di amare senza giudicare, spinto da quella forza d’amore che il vangelo chiama Spirito.

Michele Tartaglia

 

Gesù rappresenta una minaccia al potere

Probabilmente il massacro degli Innocenti è solo una figura retorica per significare la nascita di una persona importante. Nella letteratura biblica lo stesso eccidio ha accompagnata la nascita di Mosè e in quella pagana la nascita di Assurbanipal e di Ciro il Grande. Comunque è lecito domandarsi perché l’angelo che ha avvisato i magi di non far visita a Erode al ritorno non abbia impedito loro anche di fargli visita all’arrivo, il che avrebbe prevenuto il massacro. Non so se era nelle intenzioni dell’evangelista, ma Erode mostra come la nascita di Gesù possa essere non solo una occasione di scandalo, ma possa addirittura suscitare odio. Gesù rappresenta una minaccia al potere. L’aspirazione ultima del potere è uccidere Dio. Nel mondo moderno occidentale il potere appartiene al popolo e perciò la morte di Dio è un’aspirazione popolare. Nella canzone del drogato Fabrizio de André sosteneva che il drogato ha paura di vivere, non di morire. Chi vorrebbe risorgere per intossicarsi di nuovo di lavoro, sesso, denaro e video games? Una tale resurrezione sarebbe simile al vomito che gli antichi romani si provocavano per poter ingozzarsi di nuovo. Il mondo moderno non sente il bisogno della resurrezione. Oggi gli innocenti, coloro che aspirano alla resurrezione, sono massacrati con il sarcasmo e la noncuranza.

Lodovico Balducci

 

Il passaggio dell’eredità per una vera rivoluzione

Abbiamo lasciato Gesù domenica scorsa a Nàzaret, da dove, dopo 30 anni di apparente silenzio, lo vediamo oggi arrivare lungo il Giordano e chiedere il battesimo a Giovanni. Uscito dall’acqua, Gesù vede, egli solo, un segno nel cielo e una colomba e ode una voce. Non sappiamo come Marco possa aver riferito questo episodio. È probabile che l’evangelista abbia voluto raccontare come Gesù, uscito per la prima volta in pubblico, abbia percepito nell’incontro con il Battista la consapevolezza piena e illuminante di ciò che era andato meditando e sviluppando nel silenzio di Nàzaret. È come se il battesimo abbia costituito il passaggio del testimone in una staffetta dove l’ultimo corridore è quello pronto a involarsi verso un traguardo lungamente atteso, un’avventura unica e travolgente. Come annota una meditazione del Monastero di Bose, citando lo psicanalista Recalcati, Gesù è l’erede del vecchio testamento, di Giovanni il Battista che ne è l’ultimo visibile rappresentante. Erede ma anche eretico, cioè capace di reinterpretare, rinnovare, rileggere in modo assolutamente nuovo il messaggio che Dio vuole piantare una tenda nel nostro accampamento terreno. Il battesimo nel Giordano è il passaggio di un’eredità destinata a diventare un’esperienza davvero rivoluzionaria.  Portato al Tempio dai genitori e accettato il battesimo da Giovanni, Gesù dirà alla donna samaritana che Dio si adora non nel Tempio, ma in spirito e verità e additerà come esempio a scribi e farisei osservanti un samaritano senza battesimo ma capace di prendersi cura amorevole di un ignoto malcapitato. Gesù ha vissuto 30 anni di attesa come l’assenza feconda di una presenza che si è pienamente rivelata al suo spirito uscendo dalle acque del Giordano.

Giovanni de Gaetano

 

Dimenticare e ricordare al tempo giusto

Il battesimo di Gesù è di fatto un passaggio di eredità. Il mondo dell’antico testamento non consegna codici genetici o ricchezze, ma la sua eredità religiosa, culturale e morale nelle mani della persona nuova, che ha il compito di tramandare una ricchezza e di valorizzarla secondo una logica che si dispiegherà tra velamenti e svelamenti nel corso del tempo. Questo brano è testimone di un concetto fondamentale per la storia dell’umanità. Nessuna cosa è creata dal nulla. I secoli non passano invano, ma sono veicoli di trasmissione di un sapere che si costruisce nel tempo. Un concetto che gli uomini moderni sembrano aver totalmente abbandonato. Gesù ha rispetto per Giovanni e la sua tradizione. Non è il self-made man che non deve nulla a nessuno e conta solo sulla sua volontà di potenza e si illude di potersi auto-generare. Ecco, nel nostro tempo, l’ideologia dominante è che tutti nascano come tabula rasa, e che tutto si può fare incuranti dei limiti e della storia. Il vangelo non dice questo. Il vangelo, e quello di oggi in particolare, dice che nessuno può autoincoronarsi, e che tutti siamo chiamati a custodire e tramettere ciò che un tempo è stato nelle mani di chi ci ha preceduto. Non l’adorazione del passato cristallizzato, ma l’interpretazione della storia come base per costruire un futuro che non sia orfano. Dopotutto anche Nietzsche ci aveva avvertito: la serenità, la buona coscienza, la lieta azione, la fiducia nel futuro dipendono […] dal fatto che si sappia tanto bene dimenticare al tempo giusto, quanto ricordare al tempo giusto.

Marialaura Bonaccio

Le Riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

QUARTA DOMENICA D’AVVENTO

24 DICEMBRE 2017

 

Lo chiamerai Gesù (Lc 1,26-38).

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». 38Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

 

Nel nome di Gesù è contenuto già la sua vita. Infatti significa “Dio salva”, dà pienezza di significato alla vita di ciascuno e dell’umanità nella sua interezza. È questo il Natale: un’invocazione di salvezza che trova risposta nella nascita di Colui che si è fatto carico dei dolori dell’umanità ridonando speranza. Dio ha risposto al nostro grido, al grido dell’umanità simboleggiata da Maria che è in ascolto della voce di Dio. Ma il vangelo dice anche che la risposta di Dio è efficace nella misura in cui c’è qualcuno che è disponibile a collaborare. Maria nell’accogliere il dono della vita nel suo grembo con tutte le conseguenze di gioia ma anche di dolore, permette a Dio di entrare nella storia per agire dal suo interno e salvare l’umanità dal suo stesso egoismo. Quella carne che cresce nel grembo di Maria un giorno comincerà a camminare per le strade del mondo per accogliere in sé la parte più emarginata e alzerà la voce contro quei sistemi che creano sofferenza iniziando a costruire una società (o meglio, una comunità) in cui al centro c’è il più piccolo e debole, non il più forte, come vuole invece l’ideologia dominante. Eccomi, sono la serva del Signore: in quella risposta è raccolta ogni nostra risposta che esprime la volontà di fare la nostra piccola parte nella quotidianità, non sapendo neppure quando il nostro sì porterà a un cambiamento della storia ma nella certezza che la storia cambia proprio per ogni sì detto al di fuori della ribalta, nella silenziosa assunzione della propria responsabilità.

Michele Tartaglia

 

Una donna per entrare nel cuore dell’umanità

Quando sono venuto a visitare Giovanni, Benedetta, Marialaura e il resto della équipe a Campobasso ho voluto incontrare per prima cosa nonna Adriana, la mamma di Benedetta. Pochi mesi prima Giovanni aveva scritto un Inno a nonna Adriana per il suo centesimo compleanno. In quella occasione avevo capito che per partecipare interamente alla amicizia dei miei amici dovevo scoprirne la fonte, appunto Nonna Adriana.

Invece di parlare della concezione verginale descritta nel vangelo di oggi, preferisco riconoscere che Maria Vergine è appunto la sorgente dell’amore che ci lega a Gesù. In Gesù Dio ha voluto farsi uomo e ha avuto una madre il cui ruolo è stato molto più importante che quello di essere un utero affittato dallo Spirito Santo, come vorrebbero tutti i gruppi protestanti. E’ vero: il vangelo fa solo pochi accenni a Maria, ma quegli accenni sono rivelatori: dopo averlo ritrovato nel tempio, conservava nel suo cuore gli avvenimenti straordinari di cui era stata testimone; ha chiesto a Gesù di intervenire nelle nozze di Cana che sarebbero altrimenti state un disastro ed è rimasta ai piedi della croce fino alla morte di Gesù, mentre tutti i discepoli erano scappati ( anche se Giovanni afferma di essere rimasto ma è smentito dal Vangelo di Marco, cioè da Pietro stesso). Forse è stata proprio lei a suggerire a Gesù la famosa frase: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno” perché si era resa conto che senza perdonare i suoi nemici, suo figlio non avrebbe mai potuto risorgere. Sarebbe rimasto “uno dei tanti morti che si scordano, in un mucchio di cani spenti” (Garcia Lorca). Quella frase pronunciata all’ultimo momento, è stata la sorgente della salvezza dell’intera umanità e di Gesù stesso. Potrei aggiungere che la Vergine era stata predetta da Isaia (anche se questo è probabilmente un problema legato alla traduzione dei 70) e il suo ruolo è ben descritto nell’Apocalisse. Ma quello che mi importa di più è che Dio vuole stabilire un rapporto di amore spontaneo con l’umanità e ci offre la figura della Vergine per ispirarci questo amore. A Cana Gesù si decide ad agire perché sua madre glielo ha chiesto, all’inizio era titubante, anzi, non si era neppure accorto di quanto stava succedendo, quindi l’intervento di Maria è stato cruciale. Ma soprattutto, come mi sarebbe stato impossibile avere un rapporto integrale con Giovanni e Benedetta senza conoscere Nonna Adriana, cosi non vedo come sia possibile avere un simile rapporto con Gesù senza relazionarsi a Maria. Dante ha descritto la Trinità come tre cerchi concentrici che si scambiano in un vortice il loro amore reciproco. Il destino dei redenti è di essere travolti da questo vortice, che io vedo come un orgasmo continuo, piuttosto che come l’ascolto perpetuo di una messa cantata. Questo vortice deve includere la madre del figlio, la sposa del Padre che l’ha amata attraverso lo Spirito da cui Gesù stesso è nato.

Lodovico Balducci

 

Abituati al deserto

“Il vento si avvitò al mio fianco, sciogliendo la cintura lasciò seme nel grembo. Fu salita senza scostare l’orlo del vestito. Il maestrale di marzo mi baciò il respiro facendomi matrice di un figlio di dicembre…

…Finché dura la notte, finché la luce di una stella vagante è a picco su di noi, noi due siamo i soli al mondo …Finché dura la notte, è così…Abituati al deserto, che è di nessuno e dove si sta tra terra e cielo senza l’ombra di un muro, di un recinto…Non è esilio il deserto, è il tuo luogo di nascita, Non vieni da un sudore di abbracci, da nessuna goccia d’uomo, ma dal vento asciutto di un annuncio. Non si fideranno di te, come sei fatto…Abituati al deserto che mi ha trasformato in tua madre. Sei venuto da lì, dal vuoto dei cieli, figlio di una cometa che si è abbassata fino al mio gradino. Fuori c’è una città che si chiama Bet Lèhem, Casa di Pane. Tu sei nato qui, in una terra fornaia. Tu sei pasta cresciuta in me senza lievito d’uomo. Ti tocco e porto al naso il tuo profumo di pane della festa, quello che si porta al tempio e si offre. … Sta sbiadendo la luce della stalla, il giorno viene strisciando da oriente e scardina la notte. I pastori contano le pecore prima di spargerle sui pascoli. Ioseph sta sulla porta. Ieshu, bambino mio, ti presento il mondo. Entra Ioseph, questo adesso è tuo figlio”.

Erri de Luca, In nome della Madre, Feltrinelli, 2014, pagg 11, 67-74.

Giovanni de Gaetano

 

La pausa dell’anima

C’è un periodo dell’anno in cui tutti viviamo come sospesi, in attesa che qualcosa avvenga. Nonostante sappiamo già come va a finire, sembra che ogni volta il finale possa essere diverso, perché l’intensità emotiva è continuamente rinnovata. Questo periodo è il Natale. È come se per una manciata di giorni il tempo scorresse diversamente dal solito. Come se tutti ci preparassimo a qualcosa di nuovo, inaspettato, insolito. Aspettiamo qualcosa, qualcuno, in grado di offrirci una prospettiva nuova, un senso alle cose di cui ci circondiamo ogni giorno e di cui spesso non ricordiamo il valore. Il Natale è una pausa dell’anima e con esso ogni anno arriva puntuale una richiesta. Non regali e cianfrusaglie, abbuffate e abbracci. Sì, ci sono anche quelli, ma non è questo quello che chiediamo. Noi vorremmo, almeno alcuni di noi, una risposta confortante. Qualcuno che ci dicesse che tutto il nostro patire ha un senso, che dopo aver sofferto, gioito, lottato e mollato, tutto questo non svanisce nel nulla, come se non fosse mai accaduto. Non è un caso che il Natale è anche la festa che più ci ricorda gli affetti che non ci sono più. Loro sono le radici della nostra storia, del nostro essere nel mondo, così come Cristo è la radice della nostra cultura, nonostante spesso ce ne dimentichiamo, preferendo nuove idolatrie a un reale senso di appartenenza. Allora ecco che si spiega perché la nostra anima si mette in attesa, proprio in quel particolare periodo dell’anno. Aspetta che qualcuno le metta una mano sulla spalla per indicarle l’origine della storia e la direzione del futuro.

Marialaura Bonaccio