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Riflessioni

Le Riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

15 APRILE 2018

 

Bisogna che si compiano le cose scritte su di me (Lc 24,35-48).

In quel tempo, i due discepoli che erano tornati da Emmaus narravano agli Undici e a quelli che erano con loro ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

 

La parte conclusiva del vangelo di Luca rimanda per ben due volte alle Scritture d’Israele per comprendere in che modo Gesù, nonostante la sua morte, sia in realtà il Messia inviato da Dio per liberare Israele e, ancora di più, per estendere a tutti i popoli il perdono dei peccati da parte di Dio: ciò avviene nell’incontro con i due discepoli di Emmaus e qui nel cenacolo, dove si parla della Scrittura secondo la triplice divisione fatta all’interno della tradizione ebraica. La frase di Gesù, tuttavia, dove si dice che è scritto che il Messia deve soffrire, risorgere ed essere lo strumento di salvezza per tutti, non è scritta da nessuna parte nell’Antico Testamento. Si tratta invece di una sintesi interpretativa fatta dai cristiani che hanno letto le Scritture giudaiche per trovare la spiegazione a tutto quello che era accaduto e che aveva creato molta confusione nei discepoli che hanno visto morire Gesù in quel modo. Per verificare la fondatezza dell’affermazione di Gesù, bisogna necessariamente leggere la seconda opera di Luca, gli Atti degli apostoli, dove non solo si raccontano i primi passi della chiesa nascente, ma si fa spesso riferimento ad alcuni brani della bibbia che illuminano gli eventi della morte e risurrezione di Gesù e le profezie riguardo all’entrata di tutti i popoli nella comunità dei salvati, cosa che avverrà in parte attraverso Pietro che convertirà il pagano Cornelio, ma soprattutto attraverso Paolo, chiamato in seguito l’Apostolo delle Genti. L’evangelista Luca dice alla sua comunità e a tutti noi che la fede non nasce solo dal sentire raccontare i fatti della vita di Gesù ma dal rileggerli alla luce della Scrittura che è lo strumento principale per accogliere la Parola di Dio. Un cristiano che non ascolta la Parola (sia Antico che Nuovo Testamento), non la medita, innanzitutto per comprendere e poi per agire, in realtà avrà anche dei sentimenti vagamente religiosi, come la maggior parte dell’umanità, ma non conoscerà veramente il Dio che si è rivelato ed è venuto a noi incontro attraverso Gesù Cristo. Un cristianesimo vissuto come religione e non come fede, ha semplicemente sostituito gli dei antichi con Gesù, la madonna e i santi e facilmente, nella mentalità attuale, sostituisce Gesù con altre divinità, sia che si chiamino ancora Gesù ma che parlano attraverso vaghe parole di spiritualità, sia che si tratti di altre spiritualità esotiche o new age. Un Cristo che non ha il primato assoluto è riducibile ad un artefatto in plastica che si vende al supermercato caotico del sacro da dove, anziché la forza delle fede, si riportano a casa solo confusione e paura, nell’incertezza che ci sia ancora qualcosa in cui credere.

Michele Tartaglia

 

 

Integrazione di umanità e divinità nelle apparizioni di Cristo dopo la Resurrezione

Il comportamento di Gesù dopo la resurrezione sembra capriccioso : non ci dice dove abita ; compare e scompare quando vuole ; mangia per confermare la sua materialita’, non perche’ abbia bisogno di nutrirsi, e mostra piaghe che apparentemente non sono cicatrizzate ma ancora aperte. Sicuramente voleva svezzare i discepoli dalla sua presenza terrena. Ma ad uno sguardo piu’ completo rappresenta la sua presenza come uomo dio : finora avevamo conosciuto solamente l’uomo, un uomo che aveva bisogno di pregare per essere in relazione con il Padre ; oggi vediamo l’integrazione di umanita’ e divinita’ nella sua persona. Le conseguenze di questa scoperta sono molteplici. Prima di tutto dobbiamo essere preparati a vederlo; non e’ piu’ il vicino di casa sulla cui presenza possiamo contare ogni mattina: adesso rappresenta l’incarnazione della sua stessa predicazione: non si limita a dirci che tutti i derelitti, inclusi gli immigranti illegali sono figli di Dio. Adesso si incarna in costoro e i governi che rifiutano di accomodare costoro, a incominciare da Donald Trump, rifiutano lui in suo nome, rappresentano una bestemmia e un sacrilegio. Secondo, non possiamo pretendere di vederlo. Siamo rassicurati che lui e’ con noi, ma sara’ lui a permetterci di vederlo. Vederlo e’ pura grazia gratuita. Durante la predicazione terrena avevamo la scelta di accettare o rifiutare la testimoninanza dell’uomo Gesù : oggi abbiamo solo la scelta di prepararci a vedere il Dio incarnato nei suoi termini. La terza considerazione per me molto importante  e’ che Gesù puo’ manifestarsi attraverso sua Madre, come abbiamo visto nelle varie apparizioni mariane, perche’ e’ una cosa sola non solo col Padre ma anche con la Madre. Non e’ pensabile che Maria fosse un utero in affitto allo Spirito Santo: e’ stata ed e’ rimasta parte integrale del Dio incarnato. Come uno schiaffo salutare per l’arroganza illuminista, Cristo si e’ manifestato a Lourdes a Bernadette Soubirou invece che a qualunque degli intellettuali francesi. Come uno schiaffo salutare ai governi cristiani intesi a distruggere l’un l’altro, Cristo si e’ manifestato a Lucia Dos Angeles in Portogallo durante l’inutile strage della prima guerra mondiale.

Lodovico Balducci

 

La gioia di allora e la paura di oggi

Il vangelo di questa domenica mi riporta alla considerazione espressa la scorsa settimana: i discepoli per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore e paura. Abbiamo sempre pensato che la mancanza di fede corrispondesse ad un atteggiamento pessimistico (religiosamente, culturalmente, emotivamente). Non pensavamo si potesse non credere per eccesso di gioia. In realtà questa situazione ci appare paradossale e legata ai momenti di euforia e di confusione che i discepoli stavano vivendo in quelle ore: le donne che vanno al sepolcro e non lo trovano, Giovanni e Pietro che corrono anche loro ma trovano il sepolcro vuoto, i due (a me piace pensare, anche contro la storia, che fossero una coppia sposata) tornati di corsa da Emmaus nella notte, un fantasma che appare improvvisamente…Tutto questo genera paura. Gioia e paura mescolate insieme. A pensarci bene, noi viviamo quotidianamente questa stessa esperienza: un annuncio prodigioso che dovrebbe cambiare la nostra vita (gioia) e la paura di credere che ci trasporta in un tranquillo navigare tra la messa la domenica, la via crucis il venerdì santo, magari ben accomodati davanti al nostro televisore stellare. Scriveva Nietzsche: Se la lieta novella della vostra Bibbia vi stesse scritta in faccia, non avreste bisogno di imporre così rigidamente la fede…Nei discepoli con la Pentecoste prevalse la gioia e andarono a gridarla in tutto il mondo conosciuto. Col passare dei secoli, la paura di credere, di innamorarsi, di rendere ragione della speranza che è in noi ha prevalso. E le nostre facce appaiono come facce di paura.

Giovanni de Gaetano

 

Ci vuole tanto, troppo coraggio

Coraggio. È una parola abusata, soprattutto nel marketing. In alcune réclame la affiancano a un paio di nuovissime scarpe da corsa, o all’ultimo modello della berlina per borghesi che amano le sfide. In realtà il vero coraggio non ha nulla a che vedere con la mercificazione del termine nel tempo della compravendita globale. I discepoli sono chiamati, ancora una volta verrebbe da dire, a compiere un atto di coraggio, più che di fede. Che poi potrebbero anche essere la stessa cosa, perché bisogna essere coraggiosi per avere fede. Soprattutto di questi tempi, perché si rischia lo stigma del credulone che di fronte alla chiara e distinta verità della tecnica ancora si ostina a voler battere altre piste per cercare risposte a domande a cui, ahimè, la tecnica ha fornito responsi ampiamente insufficienti. Ma torniamo ai discepoli, a quelli contemporanei, stavolta. Rispetto agli Undici di duemila anni fa la dose di coraggio richiesta è la stessa. Credere che un morto sia risorto e che stia davanti a loro come se nulla fosse accaduto non è una cosa semplice da fare. Così come non è semplice che un uomo del XXI secolo riesca a mantenere uno stato di continua apertura a ciò che si prepara a rivoluzionare l’assetto di una vita costruita a colpi di spot che reclamizzano il coraggio in coppia con le scarpe e la berlina. Ci vuole tanto, troppo coraggio per mantenere aperta la possibilità che tutto quello in cui abbiamo creduto finora possa rivelarsi soltanto una grande bugia.

Marialaura Bonaccio

Le Riflessioni della Domenica

 

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

8 APRILE 2018

 

Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi (Gv 20,19-31).

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 

Quale deve essere lo stile della chiesa e di ogni discepolo? Tutto sta nella parola “come”: non ci sono strategie da approntare, studi di fattibilità, organizzazioni meticolose. Come Dio ha mandato Gesù, nello stesso modo Gesù manda noi. Gesù non ha avuto mezzi, non aveva dove posare il capo, aveva chiamato persone a collaborare con lui, sia uomini che donne. Quando si spostava si metteva a disposizione di chi era nel bisogno, di chi aveva necessità di una parola di conforto o incoraggiamento, di chi doveva avere la spinta necessaria per cambiare vita. Non si è messo a giudicare la gente comune, ma piuttosto rimproverava quelli che giudicano arrogandosi il punto di vista di Dio. Non parlava a pochi privilegiati ma rivolgeva il suo messaggio di speranza a tutti, come il Padre celeste, che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Dio si è presentato con un volto umano in Gesù, con un corpo soggetto alla stanchezza e alla morte; non ha mandato un supereroe dai poteri straordinari: la capacità di guarire era frutto dell’amore e non di effetti speciali. Un amore che supera ogni tipo di tradimento, come ha fatto Gesù andando incontro ai discepoli codardi nel cenacolo. Come ha fatto Gesù: questo è l’unico programma che la chiesa deve avere: non chiedersi come mai le persone si allontanano, ma verificare se la chiesa è lontana da loro. I segni scritti nel vangelo non sono solo i miracoli, ma il modo di essere e di agire di Gesù che manifesta la sua origine divina: solo chi ha veramente Dio nel cuore dona sempre, come fa Lui, senza attendere il contraccambio.

Michele Tartaglia

 

La resurrezione sfida la nostra superstizione scientifica

Mi trovo a New Orleans a fare da babysitter ai miei nipotini durante le vacanze pasquali. Se non avessimo dovuto sostare per un ingorgo di traffico non mi sarei mai reso conto della tendopoli di senzatetto che affolla il sottoponte dell’autostrada 10. Qui in Louisiana hanno ricostruito la tragedia della schiavitù nel museo della Whitney Plantation(ricostruzioni precedenti erano forme sdolcinate di storia tese a dimostrare che i negri schiavi erano stati felici di lasciare il loro continente per lavorare sotto degli illuminati padroni cristiani). La mia nipotina era riluttante ad accompagnarci nella visita perché ci ha detto che non le piaceva la schiavitù. Sto cercando di dire che a differenza di Tommaso nel vangelo di oggi, che aveva posto delle condizioni realistiche al riconoscimento del Cristo risorto, noi ci rifiutiamo di guardarlo in faccia. Per Tommaso la resurrezione di Gesù era un evento tanto bello da essere impensabile, ma egli avrebbe creduto alla sua vista e al suo tatto. Per il mondo moderno invece la resurrezione rappresenta un terribile quanto inutile fastidio, perché ci impone di tener cura del risorto e perché propone una sfida alla nostra superstizione scientifica. Temo che il mondo incapace di accettare ciò che non può spiegare porta in sé i germi della sua dissoluzione, perché è un mondo che divorzia da se stesso. Lungi da essere una minaccia al nostro benessere, i miserabili in cui il risorto si incarna sono la sola possibilità che ci viene offerta di partecipare della vita, di non essere ossa putride in un sepolcro imbiancato.

Lodovico Balducci

 

Silenzio di Dio. Silenzio dell’Uomo

Quando l’arbitro fischiò la fine dell’incontro di calcio che assegnava matematicamente lo scudetto al Napoli, io che ero tra gli 80.000 spettatori, mi aspettavo che si scatenasse una bolgia infernale. Invece calò sullo stadio un silenzio impressionante, che durò poco, ma fu un’esperienza unica. Fu come se i tifosi, la gente non credessero all’evento straordinario a cui avevano appena assistito, che la gioia fosse così grande, da impedire qualsiasi espressione vocale o verbale. Leggendo il vangelo di questa domenica, mi è tornata in mente quella domenica di 30 anni fa. Mi sono chiesto perché Gesù non ha atteso il ritorno di Tommaso e perché è tornato da lui soltanto una settimana dopo. Perché questo silenzio? E come Tommaso ha trascorso quei lunghi interminabili 8 giorni? Certo in silenzio. Forse con la paura che quell’annuncio di resurrezione fosse tanto bello da non essere vero. Silenzio di Dio. Silenzio dell’Uomo. Un silenzio non vuoto tuttavia, ma tormentoso ed emozionante come un deserto, quando si cammina senza un punto di riferimento e con la sabbia che ti acceca gli occhi. Come sono pericolosi i miraggi illusori in quei frangenti! Ognuno di noi avrà fatto l’esperienza del silenzio di Dio, davanti ad Auschwitz, accanto al letto di un bambino morente, alla fine di una relazione tempestosa. Abbiamo cercato, ma Dio non c’era, non ci ha risposto, non ci ha consolato. “Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo Uomo innocente e amico”, così Paolo VI, oppresso dal dolore, si rivolse a Dio durante i funerali dello statista. Ma allo stadio, il silenzio fu seguito da un’esplosione di gioia incontenibile, che si trasmise rapidamente fino al cimitero di Poggioreale, per coinvolgere quei morti che per anni avevano atteso invano lo scudetto della loro squadra. Così deve essere stato per Tommaso, così è per quelli di noi che escono dal silenzio di Dio con una speranza nuova.

Giovanni de Gaetano

La diffusione di QUAR18 è curata dall’Associazione Cuore Sano ONLUS di Campobasso, che da anni sostiene le attività di ricerca e la diffusione scientifica dello studio “Moli-sani”. Gli Autori si assumono la piena responsabilità dei loro testi inseriti nella QUAR18. Tutti i contributi di QUAR18 e delle precedenti edizioni a partire dal 2005 si trovano sul sito dello Studio Moli-sani nella sezione Cultura e Ricerca: www.moli-sani.org

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Le Riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

4 FEBBRAIO 2018

 

La fece alzare prendendola per mano (Mc 1,29-39).

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. 36Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

 

La guarigione della suocera di Simone (una donna è la prima guarita da Gesù, come una donna sarà la prima testimone della risurrezione!) diventa per il vangelo un modello per indicare lo stile di Gesù: non semplice guarigione a distanza, ma presa in carico, vicinanza fisica. Allo stesso tempo questo piccolo racconto rimanda anche al vero significato dei miracoli nel vangelo: non segni eclatanti per dimostrare la dimensione sovrumana di Gesù, bensì simboli di un altro tipo di guarigione che riguarda lo spirito. Nel prendere per mano questa donna anonima, Gesù la fa “risorgere” per dare pieno significato alla sua vita nel mettersi a servizio degli altri. C’è una sorta di automatismo nel legame stretto tra guarigione e servizio, che rimanda a ciò che Paolo dice nei suoi scritti: siamo stati affrancati dal peccato per diventare servi del Signore o servi della giustizia. La vera guarigione consiste nell’essere rimessi in piedi (risorti che camminano secondo lo Spirito e non secondo la carne), per mettersi a servizio del vangelo, per testimoniare con la stessa concretezza di Gesù che cosa significa che Dio è vicino: nel vivere servendo, manifestiamo la potenza del vangelo. Quello che Gesù compie in questa donna è ciò che compie verso tutti coloro che vengono guariti da lui, quasi che la sua presenza inneschi un contagio di guarigione, simboleggiato dalla sua ansia di andare anche in altri luoghi per “rimettere in piedi” un’umanità prostrata dal peso del male. Contro la capacità del male di propagarsi per contagio, dice Gesù con il suo frenetico girovagare, l’unica arma è il bene che si diffonde con altrettanta forza, grazie a coloro che vengono rialzati da Gesù e collaborano con lui per diffondere il contagio del bene. La missione della chiesa non nasce dal desiderio di fare clientele affezionate (anche se spesso si riduce a questo), ma dall’ansia di combattere il male con il bene, con azioni concrete volte a rimettere in piedi un’umanità malata.

Michele Tartaglia

 

L’umanità di Cristo alla base della relazione di Dio con gli uomini

Il vangelo di Marco è probabilmente quello più accurato dal punto di vista storico, perché è stato dettato da Pietro. È rincuorante per il credente imparare che i miracoli di Gesù erano avvenimenti comuni e non la benevola rielaborazione della storia da parte di uno scrittore tardivo ben intenzionato, come le fotografie di Pio XII che erano accuratamente selezionate dal papa stesso. Ma del Vangelo di oggi mi interessa commentare la preghiera di Gesù e rispondere alla domanda perché Gesù come Dio doveva pregare? Prima di tutto la preghiera di Gesù ci indica che egli era uomo, cresciuto come una persona umana e come tale aveva subìto lo sviluppo di tutte le persone umane e indubbiamente una delle funzioni della preghiera è rivelare a noi stessi la nostra identità, in altre parole favorire e permettere il nostro sviluppo. Ma l’umanità di Cristo include anche una umanizzazione del Padre: per mantenere quella relazione tra Padre e Figlio mediata dallo Spirito Santo che è la vita da Dio, il Padre doveva aspettare le preghiere di un figlio uomo e rispondere a quelle preghiere. L’umanità di Cristo prevede in qualche modo la umanizzazione di tutte e tre le persone della Trinità ed è in questo modo che la relazione Dio-umanità è stabilita – se crediamo nell’evoluzione – o ristabilita – se crediamo che il peccato originale sia più che una leggenda. Infine c’è un aspetto della preghiera descritto da Agostino che consiste nel “sentirsi in sintonia con Dio.” In altre parole preghiamo per riconoscere in Dio i nostri bisogni che Dio conosce già. Questa sintonia è un cammino doloroso come espresso dall’ultima preghiera di Gesù nel Getsemani, ma è in qualche modo l’integrazione della preghiera nella vita umana, l’accettazione che la sofferenza è un atto d’amore, che la sofferenza attraverso la preghiera deriva dalla cura del cancro, non dal cancro di per sè.

Lodovico Balducci

 

Kefar Nahum Gazet

Trovo il brano del vangelo odierno bello, provocatorio, divertente, innovativo. Bello perché è scritto sinteticamente, come un lancio d’agenzia, diremmo oggi; una serie di eventi, riportati l’uno dopo l’altro senza fronzoli o commenti. Provocatorio, perché mi piace leggere che Gesù e i suoi 4 amici lasciano la sinagoga di Kefar Nahum (Cafarnao) ed entrano, senza apparente discontinuità, in una casa privata, addirittura la casa del futuro Papa, dove – divertente scoop mediatico! – trovano la suocera del Papa a letto con una febbre pericolosa. Bisogna notare che Pietro sembra nella circostanza un buon genero, chiedendo subito a Gesù di intervenire in soccorso di lei (altri magari lo avrebbero pregato di farla morire…). L’arzilla vecchietta (le suocere hanno sempre la loro bella età…)  appena guarita, si alza e mette su un pranzo da giorno di festa, che dura fino a sera. La presenza in casa del Rabbi guaritore si diffonde rapidamente e la gente arriva, sani e malati, tutti in attesa. Gesù non si tira indietro, ma chiede solo un po’ di discrezione. Poi tutti a letto, ospiti di Simone e della sua famiglia. Ma la mattina presto, non è ancora spuntata l’alba, un’ombra scivola silenziosamente fuori della casa e scompare nell’oscurità. La suocera che forse aveva portato al giovane ospite una buona tazza di infuso ben caldo, lancia l’allarme: il Rabbi è scomparso! Breakthrough latest news, annuncerebbe la CNN. Parte una caccia all’uomo che rapidamente dà i suoi frutti, E al Rabbi non viene risparmiato il primo di numerosi rimproveri che riceverà da Simone: Tutti ti cercano! E tu scompari senza dir niente (l’aveva già fatto uno scherzo del genere ai suoi genitori, quando aveva 12 anni: Simone teme che il Rabbi non sia ancora cresciuto). Gesù incassa il rimbrotto senza contrarre i masseteri e propone di partire subito, indicando un interesse e una missione che da quel momento non avranno più confini.

Giovanni de Gaetano

 

La discesa degli Dei

La chiave del successo del cristianesimo sta soprattutto nell’aver stabilito una corsia preferenziale con l’umanità. È Gesù ad andare al capezzale della donna malata per rimetterla in piedi. In pratica, gli dei scendono dall’Olimpo e iniziano a parlare con gli uomini, anziché comandarli a bacchetta, quasi fossero burattini. Gesù disdegna la predicazione al tempio, mette in discussione le regole, strappa le bende sugli occhi. In qualche modo torna al ritmo della vita, scegliendo la vita nella sua imperfezione, attraversando le crepe come piccoli fasci di luce. La tensione verso l’assoluto non è de-umanizzazione. È fare emergere quello che già esiste nell’uomo, spesso seppellito dall’incapacità autentica di vedere. Una sorta di maieutica socratica che punta a fare partorire la verità che abita in ciascuno di noi. La donna malata è come l’indemoniato dello scorso vangelo. Sono esempi di come la deviazione dalla verità possa concretizzarsi in un male da cui è difficile guarire. A meno che una luce non sia in grado di illuminare le tante crepe che ognuno di noi si porta dentro.

Marialaura Bonaccio

Le Riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

28 GENNAIO 2018

 

Erano stupiti del suo insegnamento (Mc 1,21-28).

In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga a Cafarnao, insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

 

Dove risiede la novità di Gesù rispetto agli scribi che normalmente spiegavano la Parola di Dio? Il vangelo parla di autorità. Oggi diremmo autorevolezza, cioè trasmettere la sensazione che ciò che si dice non è detto solo perché si ricopre un ruolo o perché bisogna comunque dire qualcosa (e in tempo di campagne elettorali di cose dette tanto per dire e senza convinzione ne ascoltiamo tante!), ma perché il detto riflette la propria vita, è incarnato in gesti concreti. Quando il male è all’opera Gesù non cerca compromessi con esso, ma lo stana a tal punto che il male stesso riconosce la sua forza. Gesù non agisce per cercare consenso, per farsi un nome, ma perché sente la necessità di lottare contro il male e le ingiustizie. Si potrebbe dire che, a differenza anche di tanti uomini di chiesa, non agisce perché si parli di lui, perché sia cercato dalla stampa e dalle tv, ma è cercato dalla stampa e fa parlare di lui perché agisce; nel vangelo troviamo spesso l’annotazione che Gesù evita i riconoscimenti facili, fa tacere i demoni che lo riconoscono pubblicamente, rimprovera i discepoli che vogliono evitare la croce, scappa quando vorrebbero farlo re. Gesù non agita le braccia e non alza la voce per essere notato, ma compie gesti spesso silenziosi e nascosti perché ha davvero a cuore le miserie dell’umanità che incontra. Lui ascolta e non sfrutta le miserie per acquistare punteggi, anche perché l’unico “posto in alto” a cui tende è il calvario. Chissà quante cose inutili ci risparmieremmo nella chiesa se semplicemente riflettessimo ogni giorno su come Gesù agiva e su cosa era fondata la sua autorevolezza!

Michele Tartaglia

 

Il fondamento del male è l’inganno di se stessi

Perché il riconoscimento più certo della divinità di Gesù e della sua missione sembra sempre provenire dai demoni? Per me la risposta è che il male è cosciente di vivere in una battaglia perpetua e gli agenti del male per questo devono saper riconoscere il nemico. Ne segue un’altra domanda: spesso diciamo di trovarci in un mondo post-cristiano e l’indifferenza, più che l’ostilità alla religione cristiana sta aumentando a vista d’occhio. Sta succedendo perché non sappiamo più identificare il nemico? Perché abbiamo dimenticato di essere coinvolti in una guerra senza quartiere? Perché pensiamo che la scienza sia più necessaria per sconfiggere il male delle preghiere? Senza dubbio le nostre conoscenze scientifiche hanno confuso la definizione di male e bene. Giustamente abbiamo cessato di punire come discoli i bambini iperattivi e possiamo spiegare come malattie mentali la maggior parte delle anormalità comportamentali: tutto questo è un progresso. Ma nonostante tutto questo, continuiamo a soffrire; i matrimoni non sono mai stati così instabili come nel nostro tempo; la terza guerra mondiale è già cominciata, pervasiva come un’inondazione di termiti sotterranee; la crudeltà è diventata politica popolare. Quindi il male esiste anche se non lo sappiamo trovare, anche se non sappiamo quando è il momento di usare le medicine e quando quello di usare la preghiera. La mia esperienza personale mi dice che il fondamento del male è l’inganno di se stessi. Personalmente mi sono incontrato di nuovo con Cristo quando disperato per salvare il nostro matrimonio e la crescita di nostro figlio, ho dovuto riconoscere di aver vissuto una vita di inganni e dovevo liberarmi di questa maschera. Ma sarebbe stato impossibile riconoscere che avevo recitato una parte e avevo distrutto altre persone con la mia recita se non potevo essere accettato da Cristo. L’Innominato manzoniano ha cercato di suicidarsi quando finalmente si è guardato in faccia e solo dopo la conversazione col cardinale Borromeo (idealizzata dal Manzoni, la figura storica del cardinale era molto diversa) è stato capace di riprendere la sua vita perché si è reso conto potere proteggersi dal nemico.

Lodovico Balducci

 

L’uomo prima del sabato

La parola chiave di questo brano del vangelo odierno è la meraviglia, lo stupore, la sorpresa. Tutto l’episodio è dominato dall’imprevisto: Gesù, che –  arrestato Il Battista-, invece di defilarsi almeno temporaneamente, entra in un luogo pubblico e sacro come la sinagoga di Cafarnao e comincia a spiegare la scrittura. Improvvisamente, nel silenzio generale e ammirato per l’autorevolezza del giovane Rabbi, appena arrivato da Nazàreth, un uomo comincia a gridare e a inveire contro Gesù. Gesù, sorprendentemente, comincia a gridare a sua volta verso l’uomo, ma pronunciando parole chiaramente non rivolte al poveretto. La scena, per noi abbastanza inusuale, deve essere andata avanti qualche buon minuto, tra lo stupore generale. Finalmente l’uomo viene scosso da convulsioni che poi lo lasciano stremato al suolo. Gesù non fa commenti, non alza le braccia al cielo come un pugile vincitore, ma tutti restano sorpresi e sconvolti. Gesù, senza nulla dire, esce dalla Sinagoga con 4 suoi accompagnatori e va a casa di Simone, dove resta a cena e a dormire. Certo, un modo non prevedibile, non da grande Profeta, per iniziare quei tre anni di vita pubblica che cambieranno la storia del mondo e di ciascuno di noi. Chi fosse l’uomo, se affetto da epilessia o da altri disturbi psico-fisici, non sappiamo, non essendo peraltro il vangelo un trattato di neuro-psichiatria: si tratta comunque di un uomo “posseduto”, quindi non libero e certamente molto sofferente. Il triennio di Gesù inizia quindi con un gesto di misericordia e di liberazione, che avviene imprevedibilmente di sabato all’interno di una sinagoga. Dal primo momento e sino alla fine Gesù opererà rispettando l’uomo e non il sabato.

Giovanni de Gaetano

 

La benda sugli occhi

L’episodio narrato nel vangelo di oggi sembra la scena di un esorcismo. Una caccia al demone che tormenta l’animo di un vecchio frequentatore della sinagoga. Al di là dell’espediente narrativo, il messaggio sembra piuttosto chiaro. Quello che attanaglia lo spirito è la difficoltà di sapersi rapportare con la verità. Ciascuno di noi ha delle sovrastrutture culturali e psicologiche che lo dirigono nell’interpretazione della realtà e dei rapporti con gli altri. Non è necessario ospitare forze maligne per essere fuorviati dalla verità. Basta semplicemente avere delle storture interpretative. Che non sono solo soggettive, ma anche ereditate. Lo diceva Jean Paul Sartre, quando sosteneva che l’uomo è gettato nel mondo, una dimensione già interpretata da altri, a cominciare dal linguaggio. Utilizziamo mezzi e schemi di cui non siamo i creatori; la parte di noi più abituata ad avere un approccio critico potrà almeno in parte modificare le griglie esistenziali, sperando di ritagliarsi una dimensione più vicina al proprio pensiero. Ma la maggior parte delle persone abita in un labirinto cognitivo da cui probabilmente non uscirà mai. Gesù scardina questa prigione della mente e lo fa capovolgendo le regole comunemente accettate (o subite) dalla società. Una rivoluzione che mette in moto reazioni violente (demone) come accade per qualsiasi stravolgimento. Tuttavia, la storia procede per bruschi cambiamenti e in questo il cristianesimo ha di certo contribuito in maniera importante. E lo ha fatto rimuovendo la benda sugli occhi che impedisce di guardare la verità.

Marialaura Bonaccio