Buon 2018 con Le Riflessioni della Domenica.


LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

31 DICEMBRE 2017

Ringraziamo tutti coloro che ci hanno seguito durante questo anno che sta per finire e porgiamo gli auguri più intensi per un 2018 ricco di riflessione e di azione,

di silenzi e di parole, di ascolto e di annuncio, di dubbi e di speranze, 

di sogni e di poesia, di misericordia e di perdòno

Michele, Lodovico, Giovanni e Marialaura

 

 

I miei occhi hanno visto la tua salvezza (Lc 2,22-40).

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazareth. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

 

L’esperienza di Dio non passa attraverso eventi eclatanti; anzi spesso quando cerchiamo di vedere Dio con gli effetti speciali, ciò che rimane dopo l’emozione del momento, è un senso di vuoto e di mancanza ancora più doloroso. Pensiamo a tutti quelli che si sono entusiasmati nelle manifestazioni-evento della chiesa e che poi hanno dovuto scontrarsi con la mediocrità della chiesa quotidiana! E l’esperienza di Dio non è gestita da noi, non possiamo ordinarla a comando; l’unica cosa che è sotto il nostro controllo è l’attesa, usare il nostro tempo con un’apertura di credito verso Colui che ci verrà certamente incontro perché l’ha promesso. Ma quando arriverà, ci viene ricordato di continuo, non lo sappiamo. L’attesa è la caratteristica di Simeone che ha dovuto passare tutta la vita aspettando un segno. Quando il segno è arrivato, Simeone ha saputo coglierlo nella semplicità di una famiglia povera che si recava al tempio ad adempiere il proprio dovere religioso. Simeone ha potuto riconoscerli perché aveva affinato lo sguardo che era fisso su Dio, senza distrarsi con inutili questioni: aveva fiducia che Dio avrebbe parlato, si sarebbe fatto vedere e ha continuato a sperare ed attendere, come aveva fatto Elia nel deserto dove ha riconosciuto Dio nel mormorio di un vento leggero. È la stessa capacità che ha affinato Gesù, che è rimasto per buona parte della sua vita a Nazareth dove è cresciuto in sapienza. È quell’attesa che l’ha preparato ad assumersi al momento giusto il compito di annunciare il vangelo, quando i calcoli umani avrebbero consigliato di non parlare e non agire (dopo la morte del Battista). Nella vita di Nazareth, come Simeone, ha affinato la vista per incontrare Dio negli ultimi, avendo vissuto da ultimo nell’anonimato fecondo della sua famiglia.

Michele Tartaglia

 

Sentirsi straniero nel mondo

Dal 9 di gennaio sarò ufficialmente pensionato, ma dal 28 dicembre sarò in vacanza, quindi oggi è il mio ultimo giorno di lavoro. È tempo per me per meditare sul “Nunc dimittis” di Simeone, presentato nel vangelo di oggi. Mi scuserete se queste meditazioni sono in gran parte personali e si riferiscono a tre sfere sovrapposte: quella professionale, quella personale e quella della fede. Cominciamo col dire che sono pronto a essere dimesso in tutti e tre i casi. Dal punto di vista professionale credo che lo sviluppo più importante della medicina negli ultimi 50 anni sia stato il trattamento del dolore, che fino a poco tempo fa non era molto migliore che ai tempi di Galeno. A questo dobbiamo aggiungere lo sviluppo di una metodologia di ricerca che abbraccia tutte le discipline, da quelle sperimentali a quelle cliniche a quelle epidemiologiche. L’avvicinarci al vero è sempre e comunque una esperienza religiosa. Le applicazioni pratiche della medicina però sono abbastanza controverse. La medicina occidentale ha cronicizzato le malattie e il prezzo umano ed economico sono molto difficili da calcolare. Quello che è chiaro è che con il costo necessario a prolungare di pochi giorni la vita – e le sofferenze – di alcuni malati, si potrebbero aprire pozzi di acqua pulita in tutta l’Africa e si potrebbe risolvere il problema dell’emigrazione. Anche, la medicina è divenuta un terreno di competizione economica che usa tutti i mezzi per vendere il proprio prodotto più che migliorare la salute individuale.  Non so quanto sia utile offrire protesi mammarie sempre più perfezionate, quando abbiamo perso la capacità di diagnosticare e trattare un infarto del miocardio o una perforazione intestinale. La specializzazione ha aumentato il costo e lo sconforto della medicina e forse il risultato peggiore di tutto è stato la medicalizzazione della vita umana. I momenti più remunerativi della pratica medica per me sono stati la possibilità di accompagnare un paziente alla soglia della morte. Il Prof Lambertini, preoccupato che noi studenti della Cattolica a Roma praticassimo religione invece che scienza, insisteva nella sua prima lezione che “Il medico responsabile è quello che fa la diagnosi giusta, non quello che va ogni giorno a visitare il malato.” La mia esperienza l’ha contraddetto in tutto. Primo, perché quello che Lambertini considerava scienza, per gli standard moderni è stregoneria, secondo perché è impossibile sottovalutare l’importanza del sostegno personale che il medico può provvedere al malato. Al cattolico Lambertini preferisco contrapporre il luterano Ingmar Bergman che affermava ne “Il posto delle fragole”: “Il primo dovere del medico è domandare perdono!”

Dal punto di vista personale sono stato pronto ad essere dimesso da molto tempo, ormai mi sento uno straniero in un mondo dove i dieci comandamenti non possono essere più scritti sui banchi di scuola o sulle pareti dei cessi, come ai nostri tempi, ma invece vengono trasmessi con tweets che non so nè inviare nè ricevere.  Da quando nostro figlio è divenuto la mia guida nel regolare questo mondo, mi sono sentito di sovrappiù. Naturalmente desidero restare legato agli affetti che ho costruito in tanti anni, soprattutto la mia sposa, e mi esalto a ogni progresso dei miei nipotini, ma mi rendo conto che se cercassi di imporre loro la mia esperienza, come mio nonno ha cercato di fare con noi, sarei soltanto un patetico rompicoglioni. La lezione più importante che ho imparato nella vita, a parte la centralità dell’amore nella forma di agape (amore volontario, amore fatto di impegno, amore che sa accettare il silenzio), è l’importanza di poter applicare le proprie convinzioni ai cambiamenti imprevedibili della società. Il mio professore di filosofia usava dire: “se cerco di applicare il principio di identità al divenire della naturafotutus sum.”  Un problema che non ho saputo affrontare e che mi angustia è se stiamo distruggendo la natura e la vita e sono abbastanza sconfortato nel pensare al mondo che i miei nipotini erediteranno. Sono un “laudator temporis acti” come Tacito o un profeta?

Dal punto di vista religioso mi associo a Simeone, che, come Giobbe prima di lui, si è rassicurato completamente in seguito alla rivelazione di Dio. Come Giobbe, Simeone ha detto: mi basta sapere che Dio è con me: non ho bisogno di spiegazioni nè di anticipazioni. Certo, le raffigurazioni del mondo a venire hanno permesso opere d’arte immortali (basti pensare al giudizio universale nella Cappella Sistina), ma la fede non ha bisogno, infatti deve rifiutare queste raffigurazioni per essere fede. Dobbiamo accontentarci di sapere che Dio è con noi, anche quando non ci parla, e se possibile riconoscerLo/a nelle persone che soffrono intorno a noi. Nella peste di Camus il Dr. Bernard Roux si suicida quando la peste scompare, perchè si sente abbandonato, senza un compito che lo soddisfi. La sua fede atea gli aveva impedito di vedere la presenza di Dio in ciascuna persona che aveva curato.

Lodovico Balducci

 

Dopo il chiasso di natale, il lungo silenzio di Nàzaret

È appena nato e già viene portato in giro per essere presentato al tempio e subito dopo iniziare

quei 30 anni di silenzio e solitudine trascorsi a Nàzaret prima di rimettersi in cammino per le strade di Israele, fino all’ultima salita verso il Golgota. Il vecchio Simeone e la profetessa Anna lo riconoscono immediatamente, ma poi – tranne una parentesi per una ragazzata compiuta a 12 anni mentre tornava con i genitori da un pellegrinaggio a Gerusalemme – silenzio assoluto. Nessuno lo ha riconosciuto, incontrato, scontrato, interrogato nei 30 anni di Nàzaret. Possibile? E’quanto si è chiesto Charles de Foucauld, che ha fatto del silenzio e del nascondimento di Nàzaret il quinto vangelo: un annuncio senza parole, senza parabole, senza miracoli. Come aveva proclamato Giovanni il Battista: “nel deserto preparate la via del Signore”. Nàzaret è stato il deserto nel quale Gesù si è preparato, scoprendo giorno dopo giorno la sua origine particolare e comprendendo sempre più chiaramente il compito che un Padre diverso da Giuseppe gli chiedeva di svolgere. A Nàzaret Gesù è stato come il lievito che non si vede, ma fa crescere la farina impastata per diventare pane, è stato il seme di senape, il più piccolo tra tutti i semi, che poi diventerà un albero maestoso per donare ombra e refrigerio agli uomini e agli uccelli. Gesù abita per tempi lunghissimi nascosto, ignorato, silenzioso nel deserto di ciascuno di noi e ci fa crescere al di là della nostra consapevolezza. Non siamo né Anna né Simeone. Non lo riconosciamo. “Dio, dov’è questo Dio?” esclama il Conte del Sagrato.” E chi l’ha più vicino di voi? Non lo sentite in cuore, che vi tormenta, che vi opprime, che vi abbatte, che vi inquieta, che non vi lascia stare, e vi dà al tempo stesso una speranza ch’egli vi acquieterà, vi consolerà, solo che lo riconosciate? …”, risponde il Cardinale Federigo. (A. Manzoni, Fermo e Lucia, tomo terzo,1823).

Giovanni de Gaetano

 

Saper riconoscere la verità

Quando Simeone posa il suo sguardo su Gesù capisce subito che quello non è un bambino qualunque. Il vecchio di Gerusalemme ha atteso quell’incontro tutta la vita, e così anche Anna, anziana servitrice del Signore. Chi sono questi due personaggi? Quali le loro doti e perché vedono ciò che agli altri sfugge? Il vangelo attribuisce questa capacità di Simeone alla presenza dello Spirito Santo su di lui.È quindi per questo che l’uomo è in grado di riconoscere il figlio di Dio? E tutti gli altri, allora? Dov’è il merito se poi di fatto è la presenza metafisica a discriminare ciò che possiamo o non possiamo vedere? Ma se invece interpretiamo la presenza dello Spirito come una figura allegorica che indica una predisposizione dell’animo ispirata dalla volontà, la domanda può risolversi in una dimensione più umana. Forse, Simeone ed Anna non sono strumenti improvvisati dello Spirito. Il vangelo infatti dice che entrambi erano in attesa da molto tempo. Probabilmente hanno trascorso la loro intera vita aspettando quel particolare momento in cui avrebbero incontrato il figlio di Dio. La loro scelta è stata quella di mettersi in ascolto. Nonostante i rumori, le distrazioni, il fracasso dellachiacchiera, Anna e Simeone hanno continuato a porgere l’orecchio, in attesa di un suono che potessero riconoscere come il suono. La verità si può scoprire solo se si è in grado di saperla riconoscere. E forse ci vorrà una vita intera.

Marialaura Bonaccio
“Le riflessioni della domenica” e “QUAR17 RICERCA DELL’UOMO RICERCA DI DIO”, non riflettono né rappresentano necessariamente il pensiero dell’Associazione Cuore Sano ONLUS di Campobasso, né dei responsabili/curatori delle suddette iniziative.

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