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Archive for Giorno: 12 gennaio 2018

Le Riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

14 GENNAIO 2018

 

Rimasero con lui. Era l’ora decima (Gv 1,35-42).

In quel tempo, Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; era circa l’ora decima. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

 

Il modo in cui Giovanni racconta la chiamata dei primi discepoli è particolare, in quanto non è interessato allo spazio (il lago di Galilea) ma al tempo (l’ora decima, inutilmente tradotta “le quattro del pomeriggio” nel testo ufficiale CEI). Il giorno era diviso, come la notte, in 12 ore, ma il suo computo non partiva dall’alba bensì dal tramonto. Dire quindi che siamo all’ora decima significa che sta per finire il giorno e sta per iniziare un giorno nuovo, o meglio, un tempo nuovo. Sta tramontando un mondo per fare spazio ad una nuova creazione, anticipando così la risurrezione. Però, ci dice l’evangelista, il mondo vecchio ancora non è finito, ma ci sono delle persone chiamate a preparare questo nuovo mondo, pur appartenendo al vecchio. Quegli uomini che hanno incontrato Gesù vengono già “contagiati” dal mondo nuovo: lasciano Giovanni Battista per seguire Gesù e rimanere con lui. Segno del cambiamento diventa anche il nome nuovo che Gesù dà a Simone, chiamandolo Pietro, la sua nuova identità da “agente segreto” del regno di Dio. Il racconto ci dice che la chiamata (la cosiddetta vocazione) è rivolta a coloro che devono aprire nuove piste, nuovi sentieri in un terreno sconosciuto per portare in salvo i propri simili nel momento in cui il mondo sta finendo. Non c’è vocazione senza la percezione di un cambiamento in atto nel corso della storia. Oggi nella chiesa si parla di crisi delle vocazioni: se avessimo la percezione del tempo di passaggio che stiamo vivendo forse non ci preoccuperemmo di assoldare custodi del vecchio e cani da guardia delle regole, ma piuttosto faremmo spazio a chi coraggiosamente percorre piste non battute, perché il mondo vecchio è al tramonto e non c’è possibilità di riportare indietro le lancette verso le nostre sicurezze ammuffite.

Michele Tartaglia

 

La verità si vive. Anche percorrendo strade diverse

Il battesimo di Gesù sembra il momento in cui Gesù si è reso conto di essere il figlio di Dio e come tale della sua missione, quella di portare la vita della grazia a una popolazione morta nel peccato. È in questo momento che la natura umana, che lo ha portato ad essere battezzato come ogni giudeo desideroso di un cambiamento e la natura divina si sono incontrati. È facile vedere in questa coscienza la conseguenza unica del battesimo per ciascuno di noi: la opportunità di prendere coscienza della nostra missione, cioè della nostra sacralità. Nel vangelo di oggi Giovanni si riferisce a Gesù come l’agnello di Dio, cioè come la vittima sacrificale il cui sacrificio avrebbe ristorato la grazia. Presumibilmente Gesù era già stato battezzato e Giovanni aveva rielaborato il messaggio che aveva ricevuto al momento del battesimo, però forse non era ancora andato nel deserto a ancora aveva bisogno di scoprire il modo di eseguire la sua missione. Aveva Giovanni preceduto Gesù nello scoprirne la missione oppure Gesù aveva confidato a Giovanni le sue tentazioni nel deserto? Quello che sappiamo è che in questo momento Gesù e Giovanni lavoravano parallelamente e ciascuno aveva i suoi discepoli e questi discepoli erano liberi di accettare l’uno o l’altro maestro. Più tardi nel vangelo Gesù ammonirà i suoi discepoli perchè non fermino la predicazione di un uomo che parlava in suo nome, affermando “chi non è contro di me è con me” (esattamente l’opposto della frase che gli si attribuisce). Il messaggio non potrebbe essere più attuale. Viviamo in un mondo post-cristiano, almeno nell’occidente, un mondo che neppure si preoccupa di negare l’esistenza di Dio, un mondo che accetta come un dogma l’abolizione della trascendenza. Vale veramente la pena litigare sulla trans-sustanziazione invece della con-sustanziazione? Vale la pena di chiamare il papa l’anticristo (ogni diacono presbiteriano deve accettare il credo di Westminster che contiene questa affermazione, anche se la maggioranza dei miei amici presbiteriani ci ridono sopra) o considerare l’Ave Maria una bestemmia? Sessant’anni fa, forse di più, una mia zia piissima aveva comprato una bibbia meravigliosamente illustrata e l’aveva mostrata con orgoglio a un amico frate. Questi, invece di compiacersene, le aveva chiesto di distruggerla o almeno di non usarla: orrore: non aveva l’imprimatur! Il vangelo di oggi ci insegna che la verità è un’esperienza di vita vissuta che può essere raggiunta per strade diverse (la tradizione cattolica dei santi testimonia proprio questo). Chiunque pretende di possedere l’esclusiva della verità uccide la verità, perché cerca di circoscriverla laddove non può essere circoscritta. Forse questo è il vero peccato contro lo Spirito santo, quello che Gesù dice non può essere perdonato.

Lodovico Balducci

 

 

La vera differenza è tra amanti e non amanti

 

Benedetto sia’l giorno e ‘l mese e l’anno

e la stagione e ‘l tempo e l’ora e ‘l punto

e ‘l bel paese  e’l loco ov’io fui giunto

da’ duo begli occhi che legato m’ànno…

 

Così cantava nel Trecento Francesco Petrarca: se chiedessi a ognuno di noi se ci siamo innamorati seriamente almeno una volta nella nostra vita, anche noi risponderemmo che ci ricordiamo perfettamente quando questo è successo, persino l’ora…Mi ha sempre colpito come, narrando il loro primo incontro con Gesù, il loro primo approccio, l’andare a casa sua e trascorrere la serata con lui, Andrea e Giovanni ricordino e notino un particolare assolutamente ininfluente: erano le quattro del pomeriggio (l’ora decima). È evidentemente il racconto e il ricordo di un innamoramento a prima vista, un colpo di fulmine che ti cambia la vita per sempre in un attimo e irrimediabilmente. Il vangelo riporta altre storie di questo tipo, come l’incontro con l’esattore delle imposte Matteo o con il piccolo Zaccheo. In tutti questi casi sono bastati uno sguardo intenso e pochissime parole. Ma come tutte le storie d’amore, anche il vangelo registra degli amori non corrisposti, come quello del giovane ricco, o del giovane che chiedeva di poter prima accomiatarsi dalla famiglia. Chi crede che l’incontro con Gesù sia rivolto in particolare alle “bizoche” o “zabette” che sbiascicano il rosario nella penombra di chiese ammuffite, dovrebbe confrontarsi con un’esperienza e un’avventura che richiedono un cambiamento di mentalità e di vita e la conquista di una gioia interiore “che intender non la può chi non la prova”, come direbbe il Sommo. Abbiamo scritto altre volte che rispetto alla fede, la differenza non è tanto tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti. Oggi mi piace aggiungere che la vera differenza è tra amanti e non amanti.

Giovanni de Gaetano

 

Il nome del padre

Nel vangelo di oggi torna ancora insistentemente il tema dell’eredità. È Giovanni a indicare la figura di Cristo ai due discepoli, è lui a dire loro in quale direzione dirigere lo sguardo. I due decidono di seguire Gesù perché hanno la ‘garanzia’ di Giovanni. Nel suo Il complesso di Telemaco, lo psicanalista Massimo Recalcati, che abbiamo già avuto occasione di citare riguardo all’importanza dell’eredità per la storia, sostiene che Telemaco è sostenuto nel suo desiderio di rincontrare il padre anche perché Penelope “fa esistere il nome del padre”. Tornando al vangelo, Giovanni fa quello che un tempo è stato il compito della sposa di Ulisse, custodisce e garantisce che ‘il nome del padre’ non venga irrimediabilmente perduto nella notte dei Proci. Chiaro che poi Gesù farà il resto, avviando un percorso nuovo e rivoluzionario rispetto al passato, senza mai rinnegarlo. Il futuro (Gesù) non sarebbe stato lo stesso se Giovanni (il passato) non avesse continuato a mantenere vivo ‘il nome del padre’ presso i discepoli, in attesa del suo ritorno.

È un lungo filo di continuità che lega in maniera indissolubile i diversi episodi che scandiscono la storia universale, in cui una parte è perché ce n’è stata una che era.

Interrompere questa continuità tra le fasi storiche, rinnegando l’eredità, porta a compimento un processo iniziato molto prima di quanto si possa credere. Il tramonto dell’Occidente, di cui tanto si parla ma di cui pochi capiscono il reale significato, è favorito proprio dal rifiuto dell’eredità storica, in una sorta di eterna dimenticanza che rischia di condannarci all’oblio.

Marialaura Bonaccio

Le riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

7 GENNAIO 2018

 

Venne Gesù e fu battezzato da Giovanni (Mc 1,7-11).

In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

 

Il vescovo brasiliano Casaldaliga scriveva in una sua poesia che Gesù, se nel grembo di Maria si è fatto uomo, nella bottega di Giuseppe il falegname si è fatto classe, usando la terminologia di Marx. Allo stesso modo, si può dire che nel Giordano Gesù si è fatto popolo, ha manifestato quella solidarietà con l’umanità e le sue debolezze e contraddizioni che avrebbe poi caratterizzato tutta la sua vita pubblica, durante la quale gli fu rinfacciato di farsela con i peccatori e di essere un mangione e un beone. Non ha avuto problema a toccare i lebbrosi e a frequentare chi era bollato di impurità nei confronti della Legge, tanto da passare spesso lui stesso come trasgressore della Legge di Mosè e quindi della volontà di Dio. Il picco è stato raggiunto con la sua morte, già di per sé infame, e per di più condivisa con due malfattori. L’incarnazione ha raggiunto il suo acme proprio al Giordano, quando Gesù si è messo in fila con chi chiedeva a Giovanni il perdono dei peccati, perché Lui, che è senza peccato, fosse solidale con chi è nel peccato, spesso non per piena responsabilità ma perché condizionato dalla propria storia, dall’ambiente, dagli incontri sbagliati. Anziché voltare la faccia da un’altra parte e scansarsi schifato, si è immerso proprio nel mezzo di quella folla disperata e già condannata dai gestori del sacro. È lì, nell’immersione nell’umanità difettosa, che ha scoperto la sua vocazione: mostrare il volto d’amore di un Dio che ama senza riserve. Il Padre ha tenuto nascosto il suo amore fino a quando non ha visto il Figlio che ha deciso di amare senza giudicare, spinto da quella forza d’amore che il vangelo chiama Spirito.

Michele Tartaglia

 

Gesù rappresenta una minaccia al potere

Probabilmente il massacro degli Innocenti è solo una figura retorica per significare la nascita di una persona importante. Nella letteratura biblica lo stesso eccidio ha accompagnata la nascita di Mosè e in quella pagana la nascita di Assurbanipal e di Ciro il Grande. Comunque è lecito domandarsi perché l’angelo che ha avvisato i magi di non far visita a Erode al ritorno non abbia impedito loro anche di fargli visita all’arrivo, il che avrebbe prevenuto il massacro. Non so se era nelle intenzioni dell’evangelista, ma Erode mostra come la nascita di Gesù possa essere non solo una occasione di scandalo, ma possa addirittura suscitare odio. Gesù rappresenta una minaccia al potere. L’aspirazione ultima del potere è uccidere Dio. Nel mondo moderno occidentale il potere appartiene al popolo e perciò la morte di Dio è un’aspirazione popolare. Nella canzone del drogato Fabrizio de André sosteneva che il drogato ha paura di vivere, non di morire. Chi vorrebbe risorgere per intossicarsi di nuovo di lavoro, sesso, denaro e video games? Una tale resurrezione sarebbe simile al vomito che gli antichi romani si provocavano per poter ingozzarsi di nuovo. Il mondo moderno non sente il bisogno della resurrezione. Oggi gli innocenti, coloro che aspirano alla resurrezione, sono massacrati con il sarcasmo e la noncuranza.

Lodovico Balducci

 

Il passaggio dell’eredità per una vera rivoluzione

Abbiamo lasciato Gesù domenica scorsa a Nàzaret, da dove, dopo 30 anni di apparente silenzio, lo vediamo oggi arrivare lungo il Giordano e chiedere il battesimo a Giovanni. Uscito dall’acqua, Gesù vede, egli solo, un segno nel cielo e una colomba e ode una voce. Non sappiamo come Marco possa aver riferito questo episodio. È probabile che l’evangelista abbia voluto raccontare come Gesù, uscito per la prima volta in pubblico, abbia percepito nell’incontro con il Battista la consapevolezza piena e illuminante di ciò che era andato meditando e sviluppando nel silenzio di Nàzaret. È come se il battesimo abbia costituito il passaggio del testimone in una staffetta dove l’ultimo corridore è quello pronto a involarsi verso un traguardo lungamente atteso, un’avventura unica e travolgente. Come annota una meditazione del Monastero di Bose, citando lo psicanalista Recalcati, Gesù è l’erede del vecchio testamento, di Giovanni il Battista che ne è l’ultimo visibile rappresentante. Erede ma anche eretico, cioè capace di reinterpretare, rinnovare, rileggere in modo assolutamente nuovo il messaggio che Dio vuole piantare una tenda nel nostro accampamento terreno. Il battesimo nel Giordano è il passaggio di un’eredità destinata a diventare un’esperienza davvero rivoluzionaria.  Portato al Tempio dai genitori e accettato il battesimo da Giovanni, Gesù dirà alla donna samaritana che Dio si adora non nel Tempio, ma in spirito e verità e additerà come esempio a scribi e farisei osservanti un samaritano senza battesimo ma capace di prendersi cura amorevole di un ignoto malcapitato. Gesù ha vissuto 30 anni di attesa come l’assenza feconda di una presenza che si è pienamente rivelata al suo spirito uscendo dalle acque del Giordano.

Giovanni de Gaetano

 

Dimenticare e ricordare al tempo giusto

Il battesimo di Gesù è di fatto un passaggio di eredità. Il mondo dell’antico testamento non consegna codici genetici o ricchezze, ma la sua eredità religiosa, culturale e morale nelle mani della persona nuova, che ha il compito di tramandare una ricchezza e di valorizzarla secondo una logica che si dispiegherà tra velamenti e svelamenti nel corso del tempo. Questo brano è testimone di un concetto fondamentale per la storia dell’umanità. Nessuna cosa è creata dal nulla. I secoli non passano invano, ma sono veicoli di trasmissione di un sapere che si costruisce nel tempo. Un concetto che gli uomini moderni sembrano aver totalmente abbandonato. Gesù ha rispetto per Giovanni e la sua tradizione. Non è il self-made man che non deve nulla a nessuno e conta solo sulla sua volontà di potenza e si illude di potersi auto-generare. Ecco, nel nostro tempo, l’ideologia dominante è che tutti nascano come tabula rasa, e che tutto si può fare incuranti dei limiti e della storia. Il vangelo non dice questo. Il vangelo, e quello di oggi in particolare, dice che nessuno può autoincoronarsi, e che tutti siamo chiamati a custodire e tramettere ciò che un tempo è stato nelle mani di chi ci ha preceduto. Non l’adorazione del passato cristallizzato, ma l’interpretazione della storia come base per costruire un futuro che non sia orfano. Dopotutto anche Nietzsche ci aveva avvertito: la serenità, la buona coscienza, la lieta azione, la fiducia nel futuro dipendono […] dal fatto che si sappia tanto bene dimenticare al tempo giusto, quanto ricordare al tempo giusto.

Marialaura Bonaccio