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Archive for Mese: gennaio 2018

Le Riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

28 GENNAIO 2018

 

Erano stupiti del suo insegnamento (Mc 1,21-28).

In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga a Cafarnao, insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

 

Dove risiede la novità di Gesù rispetto agli scribi che normalmente spiegavano la Parola di Dio? Il vangelo parla di autorità. Oggi diremmo autorevolezza, cioè trasmettere la sensazione che ciò che si dice non è detto solo perché si ricopre un ruolo o perché bisogna comunque dire qualcosa (e in tempo di campagne elettorali di cose dette tanto per dire e senza convinzione ne ascoltiamo tante!), ma perché il detto riflette la propria vita, è incarnato in gesti concreti. Quando il male è all’opera Gesù non cerca compromessi con esso, ma lo stana a tal punto che il male stesso riconosce la sua forza. Gesù non agisce per cercare consenso, per farsi un nome, ma perché sente la necessità di lottare contro il male e le ingiustizie. Si potrebbe dire che, a differenza anche di tanti uomini di chiesa, non agisce perché si parli di lui, perché sia cercato dalla stampa e dalle tv, ma è cercato dalla stampa e fa parlare di lui perché agisce; nel vangelo troviamo spesso l’annotazione che Gesù evita i riconoscimenti facili, fa tacere i demoni che lo riconoscono pubblicamente, rimprovera i discepoli che vogliono evitare la croce, scappa quando vorrebbero farlo re. Gesù non agita le braccia e non alza la voce per essere notato, ma compie gesti spesso silenziosi e nascosti perché ha davvero a cuore le miserie dell’umanità che incontra. Lui ascolta e non sfrutta le miserie per acquistare punteggi, anche perché l’unico “posto in alto” a cui tende è il calvario. Chissà quante cose inutili ci risparmieremmo nella chiesa se semplicemente riflettessimo ogni giorno su come Gesù agiva e su cosa era fondata la sua autorevolezza!

Michele Tartaglia

 

Il fondamento del male è l’inganno di se stessi

Perché il riconoscimento più certo della divinità di Gesù e della sua missione sembra sempre provenire dai demoni? Per me la risposta è che il male è cosciente di vivere in una battaglia perpetua e gli agenti del male per questo devono saper riconoscere il nemico. Ne segue un’altra domanda: spesso diciamo di trovarci in un mondo post-cristiano e l’indifferenza, più che l’ostilità alla religione cristiana sta aumentando a vista d’occhio. Sta succedendo perché non sappiamo più identificare il nemico? Perché abbiamo dimenticato di essere coinvolti in una guerra senza quartiere? Perché pensiamo che la scienza sia più necessaria per sconfiggere il male delle preghiere? Senza dubbio le nostre conoscenze scientifiche hanno confuso la definizione di male e bene. Giustamente abbiamo cessato di punire come discoli i bambini iperattivi e possiamo spiegare come malattie mentali la maggior parte delle anormalità comportamentali: tutto questo è un progresso. Ma nonostante tutto questo, continuiamo a soffrire; i matrimoni non sono mai stati così instabili come nel nostro tempo; la terza guerra mondiale è già cominciata, pervasiva come un’inondazione di termiti sotterranee; la crudeltà è diventata politica popolare. Quindi il male esiste anche se non lo sappiamo trovare, anche se non sappiamo quando è il momento di usare le medicine e quando quello di usare la preghiera. La mia esperienza personale mi dice che il fondamento del male è l’inganno di se stessi. Personalmente mi sono incontrato di nuovo con Cristo quando disperato per salvare il nostro matrimonio e la crescita di nostro figlio, ho dovuto riconoscere di aver vissuto una vita di inganni e dovevo liberarmi di questa maschera. Ma sarebbe stato impossibile riconoscere che avevo recitato una parte e avevo distrutto altre persone con la mia recita se non potevo essere accettato da Cristo. L’Innominato manzoniano ha cercato di suicidarsi quando finalmente si è guardato in faccia e solo dopo la conversazione col cardinale Borromeo (idealizzata dal Manzoni, la figura storica del cardinale era molto diversa) è stato capace di riprendere la sua vita perché si è reso conto potere proteggersi dal nemico.

Lodovico Balducci

 

L’uomo prima del sabato

La parola chiave di questo brano del vangelo odierno è la meraviglia, lo stupore, la sorpresa. Tutto l’episodio è dominato dall’imprevisto: Gesù, che –  arrestato Il Battista-, invece di defilarsi almeno temporaneamente, entra in un luogo pubblico e sacro come la sinagoga di Cafarnao e comincia a spiegare la scrittura. Improvvisamente, nel silenzio generale e ammirato per l’autorevolezza del giovane Rabbi, appena arrivato da Nazàreth, un uomo comincia a gridare e a inveire contro Gesù. Gesù, sorprendentemente, comincia a gridare a sua volta verso l’uomo, ma pronunciando parole chiaramente non rivolte al poveretto. La scena, per noi abbastanza inusuale, deve essere andata avanti qualche buon minuto, tra lo stupore generale. Finalmente l’uomo viene scosso da convulsioni che poi lo lasciano stremato al suolo. Gesù non fa commenti, non alza le braccia al cielo come un pugile vincitore, ma tutti restano sorpresi e sconvolti. Gesù, senza nulla dire, esce dalla Sinagoga con 4 suoi accompagnatori e va a casa di Simone, dove resta a cena e a dormire. Certo, un modo non prevedibile, non da grande Profeta, per iniziare quei tre anni di vita pubblica che cambieranno la storia del mondo e di ciascuno di noi. Chi fosse l’uomo, se affetto da epilessia o da altri disturbi psico-fisici, non sappiamo, non essendo peraltro il vangelo un trattato di neuro-psichiatria: si tratta comunque di un uomo “posseduto”, quindi non libero e certamente molto sofferente. Il triennio di Gesù inizia quindi con un gesto di misericordia e di liberazione, che avviene imprevedibilmente di sabato all’interno di una sinagoga. Dal primo momento e sino alla fine Gesù opererà rispettando l’uomo e non il sabato.

Giovanni de Gaetano

 

La benda sugli occhi

L’episodio narrato nel vangelo di oggi sembra la scena di un esorcismo. Una caccia al demone che tormenta l’animo di un vecchio frequentatore della sinagoga. Al di là dell’espediente narrativo, il messaggio sembra piuttosto chiaro. Quello che attanaglia lo spirito è la difficoltà di sapersi rapportare con la verità. Ciascuno di noi ha delle sovrastrutture culturali e psicologiche che lo dirigono nell’interpretazione della realtà e dei rapporti con gli altri. Non è necessario ospitare forze maligne per essere fuorviati dalla verità. Basta semplicemente avere delle storture interpretative. Che non sono solo soggettive, ma anche ereditate. Lo diceva Jean Paul Sartre, quando sosteneva che l’uomo è gettato nel mondo, una dimensione già interpretata da altri, a cominciare dal linguaggio. Utilizziamo mezzi e schemi di cui non siamo i creatori; la parte di noi più abituata ad avere un approccio critico potrà almeno in parte modificare le griglie esistenziali, sperando di ritagliarsi una dimensione più vicina al proprio pensiero. Ma la maggior parte delle persone abita in un labirinto cognitivo da cui probabilmente non uscirà mai. Gesù scardina questa prigione della mente e lo fa capovolgendo le regole comunemente accettate (o subite) dalla società. Una rivoluzione che mette in moto reazioni violente (demone) come accade per qualsiasi stravolgimento. Tuttavia, la storia procede per bruschi cambiamenti e in questo il cristianesimo ha di certo contribuito in maniera importante. E lo ha fatto rimuovendo la benda sugli occhi che impedisce di guardare la verità.

Marialaura Bonaccio

Le Riflessioni della Domenica

 

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

21 GENNAIO 2018

 

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

 

L’annuncio con cui Gesù ha iniziato la sua vita pubblica ha certamente ottenuto reazioni contrarie in chi lo ascoltava: quale tempo si sta compiendo? Come bisogna reagire di fronte a questo compimento? Per Gesù questo annuncio è un vangelo, cioè una buona notizia e consiste nel fatto che Dio è vicino, si è fatto prossimo. Di fronte al grido delle vittime di ingiustizia e di violenza (tra le quali c’è Giovanni che dal carcere ha certamente chiesto a Dio una risposta sul perché chi annuncia la verità e denuncia l’ingiustizia deve poi subire l’arresto e la morte), affermare che Dio è presente significa dire che si fa carico di ascoltare quelle grida, come già un tempo aveva fatto con gli ebrei schiavi in Egitto e con i deportati a Babilonia. Ecco perché diventa una buona notizia, anche se non lo è per chi è causa del male che, anzi, cercherà vari modi per mettere a tacere, per non riconoscere il tempo della visita di Dio, fino a mettere a morte lo stesso Gesù e in seguito i suoi discepoli. Tuttavia l’annuncio di Gesù resterebbe solo un discorso vuoto se non iniziasse concretamente il cambiamento: ecco la nascita della chiesa, attraverso la chiamata di questa prima avanguardia che deve incarnare il compimento e indicare al mondo attraverso l’assunzione di uno stile che cosa significa la vicinanza di Dio. Costituire una comunità dove il servizio è la regola e l’altro diventa criterio per le proprie scelte significa rendere presente il regno di Dio. Il compimento non sta nel predicare un altro mondo, la fuga dal mondo ferito dal male, ma significa testimoniare un mondo altro, opponendo allo stile egoistico di chi pensa solo a se stesso o agli interessi del gruppo (il padre e le reti ben simboleggiano tutto ciò) uno stile improntato sull’accoglienza dell’altro e sulla costituzione di una nuova “famiglia” non basata sul sangue ma sulla cura reciproca: chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Chiederà Gesù un giorno e, indicando i discepoli risponderà: eccoli, perché chi fa la volontà del padre mio è fratello sorella e madre.

Michele Tartaglia

 

L’evoluzione dell’umanità ha permesso l’evoluzione di Dio

Anche se l’enfasi nel vangelo di oggi è ancora sulla chiamata, preferisco parlare del fatto che Gesù ritorna in Galilea dopo l’arresto di Giovanni. Chiaramente la sua testimonianza si distingue da quella di Giovanni; Giovanni annunciava che il regno era in arrivo; Gesù è convinto che il regno è già arrivato e si tratta di disseminarlo, di aprirne le porte. Nel disegno originale il regno comporta:

  1. Dei discepoli. È chiaro che Gesù agisce attraverso la persona umana. Basta con il Dio degli eserciti, il Dio impassibile che si compiace delle fiamme dell’inferno. L’evoluzione dell’umanità ha permesso l’evoluzione di Dio. L’umanità si conquista soltanto con l’amore.
  2. I discepoli vanno reclutati fra le persone più povere o più malviste (Matteo, Zaccheo, la Maddalena) perchè sono coloro più aperti all’idea di un amore gratuito, a rendersi conto che l’amore passa attraverso la croce, che amare significa crocifiggersi alle proprie parole. Il regno di Dio è un regno in cui i deboli, i perseguitatati, i beati della montagna vincono i potenti. Manzoni ne ha dato un esempio stupendo nella Lucia che si incontra con l’innominato. L’innominato, l’uomo più potente dei dintorni, chiede a questa poverella indifesa: “quelli che non sanno difendersi da soli portano sempre in ballo questo dio, cosa pretendete di farmi… “e non riesce a pronunciare la parola “paura” perché è pietrificato della paura, perché si è reso conto che tutto il suo potere non può vincere Lucia, può ucciderla ma non può vincerla.
  3. Il regno è una banca di sacrifici: i sacrifici altrui sono la nostra redenzione, i nostri sono la redenzione altrui. Questi sacrifici sono disponibili senza interesse e senza impegno di restituzione. Scandalizzando forse i legittimisti, il regno di Dio ha qualcosa della antica mafia di Vito Corleone. Naturalmente non chiede di uccidere, ma si basa sulla fiducia reciproca: “ricordatevi che vi ho fatto un favore.” Si conta sui favori reciproci senza un bilancio di euro e centesimi.

Lodovico Balducci

 

Amore a nullo amato amar perdona

La chiamata dei due discepoli descritta da Giovanni domenica scorsa non corrisponde esattamente al racconto odierno di Marco. Probabilmente ogni discepolo ha rielaborato e trasformato nel ricordo, dopo tanti anni, quel momento cruciale che ha cambiato la loro vita. E ognuno lo ha rivissuto come se fosse magari avvenuto più volte, in luoghi e tempi diversi. Andrea forse era con l’amico Giovanni insieme al Battista, poi era sul lago insieme al fratello Simone e ha rivissuto e mescolato i ricordi dei suoi primi incontri con Cristo. I vangeli non sono un libro di cronache, né il resoconto stenografato di avvenimenti e incontri. I vangeli sono il racconto interiorizzato dell’incontro imprevisto con un uomo, del fascino del suo sguardo, della sua capacità di guardare dentro e accendere la passione. I miracoli raccontati dai vangeli, vissuti come episodi e fatti che non si spiegano secondo le leggi della mente e del cuore umano, non riguardano tanto le guarigioni di ciechi e storpi, ma l’inspiegabile immediata totale adesione di persone qualunque ad un cenno del sopracciglio o una breve parola di un viandante sconosciuto. In questa prospettiva, Gesù ci appare ancora più affascinante e credibile, in quanto non tutti i miracoli gli sono riusciti, a cominciare da Giuda per finire al giovane ricco, ai lebbrosi guariti e fuggiti lontano, a chi voleva avere del tempo per seppellire il proprio padre…Che fine hanno fatto questi discepoli mancati? Non lo sappiamo, ma crediamo con Dante che l’Amore a nullo amato amar perdona…

Giovanni de Gaetano

 

Il desiderio dei soldati di Dio

Uomini ordinari con una vita ordinaria. Pescano, come tutti i giorni. Lavorano sodo per mantenere la propria famiglia, senza che nulla di particolarmente nuovo sconvolga la loro esistenza. Eppure, un giorno qualcosa accade. Nelle parole di uno sconosciuto incontrano, forse per la prima volta, se stessi. È come se si destassero da un lungo sonno, come se fossero in attesa di quel momento da sempre. Pescatori di uomini. Sono nati per diventare ciò che saranno e al destino non ci si può opporre. Non esitano a lasciare tutto, perché sanno che il loro posto è altrove. E lo hanno fatto perché hanno saputo riconoscere il suono di una voce capace di parlare loro nella lingua che conoscevano. È probabile che dietro la routine della vita da pescatori, Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni continuassero ad alimentare l’unica cosa davvero indispensabile per l’intera umanità. Il desiderio.

La sua etimologia è controversa, ma la teoria più accreditata la fa risalire ai soldati degli accampamenti romani che sotto le stelle (de-sidus) attendono il ritorno dei dispersi. E proprio come i soldati di Cesare, i soldati di Dio attendono l’arrivo di qualcosa che è andato perso. Il senso nella loro vita ordinaria, la voce capace di parlare alla loro anima. Il desiderio è il motore della vita perché è l’unico capace di conferirne il senso autentico. Ed è proprio la sua assenza cronica a generare la perdizione dell’anima, tanto comune nel nostro tempo. Seppellito dalla voracità contemporanea che non lascia spazio all’attesa, il desiderio soccombe sotto il peso del godimento immediato, anticamera di una dimensione di oblio che soffoca la possibilità di un futuro realmente migliore.

Marialaura Bonaccio

“Le riflessioni della domenica” e “QUAR17 RICERCA DELL’UOMO RICERCA DI DIO”, non riflettono né rappresentano necessariamente il pensiero dell’Associazione Cuore Sano ONLUS di Campobasso, né dei responsabili/curatori delle suddette iniziative.

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Le Riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

14 GENNAIO 2018

 

Rimasero con lui. Era l’ora decima (Gv 1,35-42).

In quel tempo, Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; era circa l’ora decima. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

 

Il modo in cui Giovanni racconta la chiamata dei primi discepoli è particolare, in quanto non è interessato allo spazio (il lago di Galilea) ma al tempo (l’ora decima, inutilmente tradotta “le quattro del pomeriggio” nel testo ufficiale CEI). Il giorno era diviso, come la notte, in 12 ore, ma il suo computo non partiva dall’alba bensì dal tramonto. Dire quindi che siamo all’ora decima significa che sta per finire il giorno e sta per iniziare un giorno nuovo, o meglio, un tempo nuovo. Sta tramontando un mondo per fare spazio ad una nuova creazione, anticipando così la risurrezione. Però, ci dice l’evangelista, il mondo vecchio ancora non è finito, ma ci sono delle persone chiamate a preparare questo nuovo mondo, pur appartenendo al vecchio. Quegli uomini che hanno incontrato Gesù vengono già “contagiati” dal mondo nuovo: lasciano Giovanni Battista per seguire Gesù e rimanere con lui. Segno del cambiamento diventa anche il nome nuovo che Gesù dà a Simone, chiamandolo Pietro, la sua nuova identità da “agente segreto” del regno di Dio. Il racconto ci dice che la chiamata (la cosiddetta vocazione) è rivolta a coloro che devono aprire nuove piste, nuovi sentieri in un terreno sconosciuto per portare in salvo i propri simili nel momento in cui il mondo sta finendo. Non c’è vocazione senza la percezione di un cambiamento in atto nel corso della storia. Oggi nella chiesa si parla di crisi delle vocazioni: se avessimo la percezione del tempo di passaggio che stiamo vivendo forse non ci preoccuperemmo di assoldare custodi del vecchio e cani da guardia delle regole, ma piuttosto faremmo spazio a chi coraggiosamente percorre piste non battute, perché il mondo vecchio è al tramonto e non c’è possibilità di riportare indietro le lancette verso le nostre sicurezze ammuffite.

Michele Tartaglia

 

La verità si vive. Anche percorrendo strade diverse

Il battesimo di Gesù sembra il momento in cui Gesù si è reso conto di essere il figlio di Dio e come tale della sua missione, quella di portare la vita della grazia a una popolazione morta nel peccato. È in questo momento che la natura umana, che lo ha portato ad essere battezzato come ogni giudeo desideroso di un cambiamento e la natura divina si sono incontrati. È facile vedere in questa coscienza la conseguenza unica del battesimo per ciascuno di noi: la opportunità di prendere coscienza della nostra missione, cioè della nostra sacralità. Nel vangelo di oggi Giovanni si riferisce a Gesù come l’agnello di Dio, cioè come la vittima sacrificale il cui sacrificio avrebbe ristorato la grazia. Presumibilmente Gesù era già stato battezzato e Giovanni aveva rielaborato il messaggio che aveva ricevuto al momento del battesimo, però forse non era ancora andato nel deserto a ancora aveva bisogno di scoprire il modo di eseguire la sua missione. Aveva Giovanni preceduto Gesù nello scoprirne la missione oppure Gesù aveva confidato a Giovanni le sue tentazioni nel deserto? Quello che sappiamo è che in questo momento Gesù e Giovanni lavoravano parallelamente e ciascuno aveva i suoi discepoli e questi discepoli erano liberi di accettare l’uno o l’altro maestro. Più tardi nel vangelo Gesù ammonirà i suoi discepoli perchè non fermino la predicazione di un uomo che parlava in suo nome, affermando “chi non è contro di me è con me” (esattamente l’opposto della frase che gli si attribuisce). Il messaggio non potrebbe essere più attuale. Viviamo in un mondo post-cristiano, almeno nell’occidente, un mondo che neppure si preoccupa di negare l’esistenza di Dio, un mondo che accetta come un dogma l’abolizione della trascendenza. Vale veramente la pena litigare sulla trans-sustanziazione invece della con-sustanziazione? Vale la pena di chiamare il papa l’anticristo (ogni diacono presbiteriano deve accettare il credo di Westminster che contiene questa affermazione, anche se la maggioranza dei miei amici presbiteriani ci ridono sopra) o considerare l’Ave Maria una bestemmia? Sessant’anni fa, forse di più, una mia zia piissima aveva comprato una bibbia meravigliosamente illustrata e l’aveva mostrata con orgoglio a un amico frate. Questi, invece di compiacersene, le aveva chiesto di distruggerla o almeno di non usarla: orrore: non aveva l’imprimatur! Il vangelo di oggi ci insegna che la verità è un’esperienza di vita vissuta che può essere raggiunta per strade diverse (la tradizione cattolica dei santi testimonia proprio questo). Chiunque pretende di possedere l’esclusiva della verità uccide la verità, perché cerca di circoscriverla laddove non può essere circoscritta. Forse questo è il vero peccato contro lo Spirito santo, quello che Gesù dice non può essere perdonato.

Lodovico Balducci

 

 

La vera differenza è tra amanti e non amanti

 

Benedetto sia’l giorno e ‘l mese e l’anno

e la stagione e ‘l tempo e l’ora e ‘l punto

e ‘l bel paese  e’l loco ov’io fui giunto

da’ duo begli occhi che legato m’ànno…

 

Così cantava nel Trecento Francesco Petrarca: se chiedessi a ognuno di noi se ci siamo innamorati seriamente almeno una volta nella nostra vita, anche noi risponderemmo che ci ricordiamo perfettamente quando questo è successo, persino l’ora…Mi ha sempre colpito come, narrando il loro primo incontro con Gesù, il loro primo approccio, l’andare a casa sua e trascorrere la serata con lui, Andrea e Giovanni ricordino e notino un particolare assolutamente ininfluente: erano le quattro del pomeriggio (l’ora decima). È evidentemente il racconto e il ricordo di un innamoramento a prima vista, un colpo di fulmine che ti cambia la vita per sempre in un attimo e irrimediabilmente. Il vangelo riporta altre storie di questo tipo, come l’incontro con l’esattore delle imposte Matteo o con il piccolo Zaccheo. In tutti questi casi sono bastati uno sguardo intenso e pochissime parole. Ma come tutte le storie d’amore, anche il vangelo registra degli amori non corrisposti, come quello del giovane ricco, o del giovane che chiedeva di poter prima accomiatarsi dalla famiglia. Chi crede che l’incontro con Gesù sia rivolto in particolare alle “bizoche” o “zabette” che sbiascicano il rosario nella penombra di chiese ammuffite, dovrebbe confrontarsi con un’esperienza e un’avventura che richiedono un cambiamento di mentalità e di vita e la conquista di una gioia interiore “che intender non la può chi non la prova”, come direbbe il Sommo. Abbiamo scritto altre volte che rispetto alla fede, la differenza non è tanto tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti. Oggi mi piace aggiungere che la vera differenza è tra amanti e non amanti.

Giovanni de Gaetano

 

Il nome del padre

Nel vangelo di oggi torna ancora insistentemente il tema dell’eredità. È Giovanni a indicare la figura di Cristo ai due discepoli, è lui a dire loro in quale direzione dirigere lo sguardo. I due decidono di seguire Gesù perché hanno la ‘garanzia’ di Giovanni. Nel suo Il complesso di Telemaco, lo psicanalista Massimo Recalcati, che abbiamo già avuto occasione di citare riguardo all’importanza dell’eredità per la storia, sostiene che Telemaco è sostenuto nel suo desiderio di rincontrare il padre anche perché Penelope “fa esistere il nome del padre”. Tornando al vangelo, Giovanni fa quello che un tempo è stato il compito della sposa di Ulisse, custodisce e garantisce che ‘il nome del padre’ non venga irrimediabilmente perduto nella notte dei Proci. Chiaro che poi Gesù farà il resto, avviando un percorso nuovo e rivoluzionario rispetto al passato, senza mai rinnegarlo. Il futuro (Gesù) non sarebbe stato lo stesso se Giovanni (il passato) non avesse continuato a mantenere vivo ‘il nome del padre’ presso i discepoli, in attesa del suo ritorno.

È un lungo filo di continuità che lega in maniera indissolubile i diversi episodi che scandiscono la storia universale, in cui una parte è perché ce n’è stata una che era.

Interrompere questa continuità tra le fasi storiche, rinnegando l’eredità, porta a compimento un processo iniziato molto prima di quanto si possa credere. Il tramonto dell’Occidente, di cui tanto si parla ma di cui pochi capiscono il reale significato, è favorito proprio dal rifiuto dell’eredità storica, in una sorta di eterna dimenticanza che rischia di condannarci all’oblio.

Marialaura Bonaccio

Le riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

7 GENNAIO 2018

 

Venne Gesù e fu battezzato da Giovanni (Mc 1,7-11).

In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

 

Il vescovo brasiliano Casaldaliga scriveva in una sua poesia che Gesù, se nel grembo di Maria si è fatto uomo, nella bottega di Giuseppe il falegname si è fatto classe, usando la terminologia di Marx. Allo stesso modo, si può dire che nel Giordano Gesù si è fatto popolo, ha manifestato quella solidarietà con l’umanità e le sue debolezze e contraddizioni che avrebbe poi caratterizzato tutta la sua vita pubblica, durante la quale gli fu rinfacciato di farsela con i peccatori e di essere un mangione e un beone. Non ha avuto problema a toccare i lebbrosi e a frequentare chi era bollato di impurità nei confronti della Legge, tanto da passare spesso lui stesso come trasgressore della Legge di Mosè e quindi della volontà di Dio. Il picco è stato raggiunto con la sua morte, già di per sé infame, e per di più condivisa con due malfattori. L’incarnazione ha raggiunto il suo acme proprio al Giordano, quando Gesù si è messo in fila con chi chiedeva a Giovanni il perdono dei peccati, perché Lui, che è senza peccato, fosse solidale con chi è nel peccato, spesso non per piena responsabilità ma perché condizionato dalla propria storia, dall’ambiente, dagli incontri sbagliati. Anziché voltare la faccia da un’altra parte e scansarsi schifato, si è immerso proprio nel mezzo di quella folla disperata e già condannata dai gestori del sacro. È lì, nell’immersione nell’umanità difettosa, che ha scoperto la sua vocazione: mostrare il volto d’amore di un Dio che ama senza riserve. Il Padre ha tenuto nascosto il suo amore fino a quando non ha visto il Figlio che ha deciso di amare senza giudicare, spinto da quella forza d’amore che il vangelo chiama Spirito.

Michele Tartaglia

 

Gesù rappresenta una minaccia al potere

Probabilmente il massacro degli Innocenti è solo una figura retorica per significare la nascita di una persona importante. Nella letteratura biblica lo stesso eccidio ha accompagnata la nascita di Mosè e in quella pagana la nascita di Assurbanipal e di Ciro il Grande. Comunque è lecito domandarsi perché l’angelo che ha avvisato i magi di non far visita a Erode al ritorno non abbia impedito loro anche di fargli visita all’arrivo, il che avrebbe prevenuto il massacro. Non so se era nelle intenzioni dell’evangelista, ma Erode mostra come la nascita di Gesù possa essere non solo una occasione di scandalo, ma possa addirittura suscitare odio. Gesù rappresenta una minaccia al potere. L’aspirazione ultima del potere è uccidere Dio. Nel mondo moderno occidentale il potere appartiene al popolo e perciò la morte di Dio è un’aspirazione popolare. Nella canzone del drogato Fabrizio de André sosteneva che il drogato ha paura di vivere, non di morire. Chi vorrebbe risorgere per intossicarsi di nuovo di lavoro, sesso, denaro e video games? Una tale resurrezione sarebbe simile al vomito che gli antichi romani si provocavano per poter ingozzarsi di nuovo. Il mondo moderno non sente il bisogno della resurrezione. Oggi gli innocenti, coloro che aspirano alla resurrezione, sono massacrati con il sarcasmo e la noncuranza.

Lodovico Balducci

 

Il passaggio dell’eredità per una vera rivoluzione

Abbiamo lasciato Gesù domenica scorsa a Nàzaret, da dove, dopo 30 anni di apparente silenzio, lo vediamo oggi arrivare lungo il Giordano e chiedere il battesimo a Giovanni. Uscito dall’acqua, Gesù vede, egli solo, un segno nel cielo e una colomba e ode una voce. Non sappiamo come Marco possa aver riferito questo episodio. È probabile che l’evangelista abbia voluto raccontare come Gesù, uscito per la prima volta in pubblico, abbia percepito nell’incontro con il Battista la consapevolezza piena e illuminante di ciò che era andato meditando e sviluppando nel silenzio di Nàzaret. È come se il battesimo abbia costituito il passaggio del testimone in una staffetta dove l’ultimo corridore è quello pronto a involarsi verso un traguardo lungamente atteso, un’avventura unica e travolgente. Come annota una meditazione del Monastero di Bose, citando lo psicanalista Recalcati, Gesù è l’erede del vecchio testamento, di Giovanni il Battista che ne è l’ultimo visibile rappresentante. Erede ma anche eretico, cioè capace di reinterpretare, rinnovare, rileggere in modo assolutamente nuovo il messaggio che Dio vuole piantare una tenda nel nostro accampamento terreno. Il battesimo nel Giordano è il passaggio di un’eredità destinata a diventare un’esperienza davvero rivoluzionaria.  Portato al Tempio dai genitori e accettato il battesimo da Giovanni, Gesù dirà alla donna samaritana che Dio si adora non nel Tempio, ma in spirito e verità e additerà come esempio a scribi e farisei osservanti un samaritano senza battesimo ma capace di prendersi cura amorevole di un ignoto malcapitato. Gesù ha vissuto 30 anni di attesa come l’assenza feconda di una presenza che si è pienamente rivelata al suo spirito uscendo dalle acque del Giordano.

Giovanni de Gaetano

 

Dimenticare e ricordare al tempo giusto

Il battesimo di Gesù è di fatto un passaggio di eredità. Il mondo dell’antico testamento non consegna codici genetici o ricchezze, ma la sua eredità religiosa, culturale e morale nelle mani della persona nuova, che ha il compito di tramandare una ricchezza e di valorizzarla secondo una logica che si dispiegherà tra velamenti e svelamenti nel corso del tempo. Questo brano è testimone di un concetto fondamentale per la storia dell’umanità. Nessuna cosa è creata dal nulla. I secoli non passano invano, ma sono veicoli di trasmissione di un sapere che si costruisce nel tempo. Un concetto che gli uomini moderni sembrano aver totalmente abbandonato. Gesù ha rispetto per Giovanni e la sua tradizione. Non è il self-made man che non deve nulla a nessuno e conta solo sulla sua volontà di potenza e si illude di potersi auto-generare. Ecco, nel nostro tempo, l’ideologia dominante è che tutti nascano come tabula rasa, e che tutto si può fare incuranti dei limiti e della storia. Il vangelo non dice questo. Il vangelo, e quello di oggi in particolare, dice che nessuno può autoincoronarsi, e che tutti siamo chiamati a custodire e tramettere ciò che un tempo è stato nelle mani di chi ci ha preceduto. Non l’adorazione del passato cristallizzato, ma l’interpretazione della storia come base per costruire un futuro che non sia orfano. Dopotutto anche Nietzsche ci aveva avvertito: la serenità, la buona coscienza, la lieta azione, la fiducia nel futuro dipendono […] dal fatto che si sappia tanto bene dimenticare al tempo giusto, quanto ricordare al tempo giusto.

Marialaura Bonaccio