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Archive for Mese: novembre 2017

Le Riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

26 NOVEMBRE 2017

 

L’avete fatto a me (Mt 25,31-45).

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi». Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?». E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato». Anch’essi allora risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?». Allora egli risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me». E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

 

Un vangelo come questo non avrebbe bisogno di commento e non c’è tempo in cui manchi di attualità. Gesù è stato esplicito con i suoi discepoli: Lui è presente in tutti coloro che vivono una situazione di sofferenza, fisica o spirituale. Per tanto tempo nella chiesa si sono fatti grandi dibattiti teologici sulla presenza reale di Gesù nell’eucaristia, ma non ci si è assunti quasi mai la responsabilità teologica per gli ultimi. Quando è stato fatto, si è subita l’accusa di eresia, come nel caso degli spirituali del medioevo, oppure di sovversione e di combutta con il comunismo, nel caso più recente della teologia della liberazione. In una chiesa che deve fare continuamente i conti con la tentazione del potere e del denaro, discutere sul fatto che Gesù sia presente realmente nei poveri e nei sofferenti espone al pericolo della crisi di coscienza e della presa d’atto che il sistema religioso costruito su di Lui forse con il vangelo ha poco a che fare. Oggi che la questione povertà è tornata centrale nella chiesa (povertà  intesa anche come situazione di difficoltà a vivere con rigore i dettami morali, oltre ovviamente a tutte le forme di povertà fisica) anziché ringraziare il Signore che il tema non è più appannaggio della teologia della liberazione, ci si affretta ad accampare cavilli per scovare l’eresia persino nel cuore del Vaticano, perché un conto è parlare di Gesù Cristo presente invisibilmente nei segni sacramentali, un conto è constatarne la scomoda presenza, spesso fastidiosa e puzzolente, nella visibilità del genere umano. Siamo arrivati all’assurdo che tutto ciò che dovrebbe portare all’impegno concreto per la liberazione umana è eretico, mentre l’unica ortodossia accettata è il parlarsi addosso accomodati nei propri salotti d’epoca di cose che onestamente oggi non interessano a nessuno. Il vangelo ci ricorda che il bilancio non sarà fatto a partire dalle chiacchiere spese per difendere la retta dottrina, ma dalle scelte concrete e quotidiane fatte nei confronti di chi ha bisogno.

Michele Tartaglia

La verità non è la contemplazione di noi stessi in uno specchio

La dea Calipso aveva offerto a Ulisse una immortalità spensierata, se avesse rinunciato a ritornare ad Itaca alla sua famiglia. Ulisse ha rifiutato l’offerta della dea e ha preferito abbracciare una esistenza mortale e sofferente. Per questo Camus aveva concluso la superiorità della condizione umana a quella divina. È chiaro che Camus ignorava il Vangelo di oggi, dove si dice che Dio ha voluto abbracciare la situazione umana con le sue sofferenze e l’inevitabile mortalità. Anzi, si è identificato con quelle persone che Ulisse stesso avrebbe disprezzato, le persone che erano incapaci di provvedere a sé stessi e necessitavano l’aiuto degli altri: gli affamati, gli assetati, i prigionieri, gli infermi, i rifiuti della società. Il messaggio è molto chiaro: la gioia di essere persone umane deriva dall’aver bisogno degli altri e dal corrispondere a questo bisogno. I bisognosi di carità provvedono uno sbocco a coloro che hanno bisogno di fare la carità: siamo tutti bisognosi gli uni degli altri, e Dio ha bisogno degli uomini che leniscano le sue sofferenze, che lo perdonino del male che esiste nel mondo e che è il risultato inevitabile della creazione del mondo, malgrado le sue migliori intenzioni. Ci sono molti modi di interpretare il male e la sofferenza che provoca, ma l’interpretazione più consolante è quella vissuta (dico vissuta, non predicata) da Gesù: il male come possibilità di redenzione, cioè di liberazione dal male. Forse non ha molto senso dal punto di vista della lógica aristotélica, ma la verità è vita vissuta, come ha detto Giacomo nella sua lettera, piuttosto che la contemplazione di noi stessi in uno specchio. Quando Gesù ci dice, “ogni volta che date un bicchier d’acqua a uno di questi piccoli lo date a me”, ci dice ogni volta che lenite la sofferenza di un’altra persona, soddisfate il vostro bisogno di darvi, la vostra vita assume un senso, cessa di essere un soprammobile e diventa vita.

Lodovico Balducci

 

Quando tu non avrai più fame né sete, quel giorno io ti tradirò

Mi sono sempre chiesto come, con un racconto escatologico così chiaro e didattico come quello del vangelo odierno, la cristianità abbia quasi costantemente nei secoli privilegiato altri criteri di valutazione dei “benedetti del Padre mio”…Certo non sono mancate e sono oggi ancor più frequenti le eccezioni, ma si è trattato in generale di iniziative di singoli o di piccoli gruppi (Francesco, Filippo Neri, Teresa di Calcutta, Piccoli Fratelli/Sorelle di de Foucault…). La cristianità, nel suo insieme, non ha mandato a memoria le Beatitudini, ma si è dispersa in rivoli irrilevanti per “questi miei fratelli più piccoli”, dal Filioque alle indulgenze, dall’indice dei libri proibiti alla comunione ai divorziati…”Se parlo della carità fraterna – diceva Elder Camara, l’arcivescovo brasiliano che sta per essere dichiarato Beato – tutti mi applaudono, ma se mi batto perché i poveri abbiano risorse e dignità , mi chiamano il “Vescovo rosso” e dicono che sono un sovversivo”.

“Hai ragione, sì, hai ragione, – scriveva Don Milani all’amico comunista Pipetta – tra te e i ricchi sarai sempre te povero a aver ragione….Ma il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno io non resterò là con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso. Quando tu non avrai più fame né sete, ricordatene Pipetta, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno finalmente potrò cantare l’unico grido di vittoria degno d’un sacerdote di Cristo: “Beati i poveri che hanno fame e sete”.

Giovanni de Gaetano

 

La faccia dei nuovi poveri

Il vangelo di oggi non chiede a tutti noi di prendere i voti. Dice una cosa molto chiara. Quando fate del bene a un disagiato lo fate a me. E di questo ce ne dovremmo ricordare non solo quando distribuiamo bicchieri d’acqua e piatti caldi. No, dobbiamo ricordarcene quando alimentiamo (spesso senza accorgercene) sistemi politici e sociali che non solo non danno bicchieri d’acqua e piatti caldi, ma anzi si occupano di sottrarre sistematicamente fino all’ultima goccia d’acqua a chi beve ogni due giorni. Quando trascorriamo ore in compagnia del nostro fidato cellulare, ricordiamoci che è il frutto del lavoro (schiavitù) di persone a cui nessuno si preoccupa di dare un bicchiere d’acqua. Quando sfoggiamo le nostre griffe preferite, ricordiamoci che le maneggiano persone che guadagnano due dollari al mese, elargite da spilorci che nei loro paesi occidentali si proclamano paladini di democrazia e libertà e non contenti vogliono pure esportarla agli altri.

Quando mangiamo frutti esotici perché qualcuno dice che curano il cancro o semplicemente perché sono trendy, ricordiamoci che quei frutti ce li consegna la stessa multinazionale che ha occupato in maniera indebita (moralmente) anche se forse legalmente (e non necessariamente moralmente quindi) le poche terre fertili di un territorio in ginocchio.

Ecco, ogni tanto ricordiamo che non basta dare un bicchiere d’acqua e una coperta. Ai tempi della globalizzazione spietata i poveri hanno facce nuove che dobbiamo imparare a riconoscere.

Marialaura Bonaccio

Le Riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

19 NOVEMBRE 2017

 

Un uomo consegnò ai suoi servi i suoi beni (Mt 25,14-30).

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà infatti come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: «Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque». «Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone». Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: «Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due». «Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone». Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: «Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo». Il padrone gli rispose: «Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti».

 

C’è una riflessione poetica di ignota attribuzione che inizia con queste parole: “Cristo non ha mani, ha soltanto le nostre mani per fare oggi il suo lavoro”. È questo il senso della parabola dei talenti: Il viaggio di cui parla la parabola è l’assenza fisica di Gesù dalla sua comunità, dopo la sua risurrezione. Il compito di annuncio del vangelo e di manifestazione della misericordia di Dio è affidato ai suoi “servi”, la sua comunità che è animata dallo Spirito. Gesù ha affidato a noi i suoi beni: non solo la capacità di compiere ciò che lui ha compiuto ma, cosa ancora più importante, l’umanità da servire, il bene più importante per Dio che l’ha creata a sua immagine. Il compito della chiesa non è quello di valutare le prestazioni degli altri, ma di far crescere nelle persone la consapevolezza del bene che possono compiere e della propria importanza agli occhi di Dio. I servi che hanno fatto fruttificare i beni loro affidati sono coloro che hanno speso la loro vita perché coloro che hanno evangelizzato potessero fare l’esperienza dell’incontro con il Dio della misericordia, che ha tanto amato il mondo da mandare suo Figlio. Il servo che non ha fatto fruttare il talento affidato rappresenta tutti coloro che usano la Parola di Dio come una mannaia che cade sulla testa di chi è ferito dal peccato, è prostrato dalle intemperie della vita ma quando si accosta a chi dovrebbe manifestare chi è Dio (non importa se prete o laico) incontra solo rifiuto e pregiudizio. Il servo che sotterra il talento indica tutti quelli di noi che pur di difendere i valori della fede passano indisturbati sulle vittime che lasciano sulla strada della loro intransigenza, coloro che venerano la Parola di Dio ma poi non la incarnano nella loro vita, la rendono inattiva, la lasciano senza frutto. Se l’azione dell’annuncio del vangelo non porta le persone a sperimentare la gioia dell’incontro con Dio a che serve la chiesa? L’esito finale del giudizio è ironico: il servo che riporta il talento senza frutto, il cristiano, cioè, che non ha saputo mostrare la gioia del vangelo, non può far altro che incontrare quel Dio che ha presentato agli altri. Gesù lo ha detto: il giudizio sarà senza misericordia verso chi non ha usato misericordia, mentre la misericordia ha sempre la meglio sul giudizio.

Michele Tartaglia

 

La paura ci tiene lontani da Dio

La nonna di mia mamma ci è stata portata come esempio di educatrice quando eravamo bambini perché non era mai soddisfatta dei successi scolastici dei suoi figli. Se prendevano un otto diceva loro “potevi prendere un nove”, se un nove “potevi prendere un 10”, se un 10, “potevi prendere la lode”. E solo se ottenevano la lode diceva loro: “hai fatto il tuo dovere.” Questa povera donna oggi probabilmente sarebbe accusata di maltrattamento dei bambini, ma quello che mi importa notare è l’interpretazione sacrilega della parabola dei talenti che essa provvedeva in tutta buona fede, pensando che la fede in Dio e la fede nei riconoscimenti umani procedessero per la stessa strada. Purtroppo questa interpretazione della parabola è ancora così pervadente che non posso fare a meno di dare una connotazione negativa di quanto Gesù voleva dirci. Prima di tutto il padrone della parabola aveva dato a ciascuno un numero diverso di talenti e si aspettava che ciascuno facesse del suo meglio con i suoi talenti. Il curato d’Ars, che aveva una intelligenza umana limitata e che era riuscito a malapena a passare gli esami per essere ordinato al sacerdozio, sarebbe stato considerato un fallimento dalla mia bisnonna. Lo stesso si potrebbe dire per Van Gogh e per un numero di santi e artisti, inclusi la maggior parte dei preti bernanosiani. Secondo, l’uomo che ha nascosto il talento, lo ha fatto per paura e la paura di Dio ce ne tiene lontani. Quest’uomo non aveva amore per se stesso, perché non aveva visto nel talento l’amore di Dio e ha vissuto la sua vita cercando di sfuggire alla vita. Quel talento doveva essere il segno della predilezione di Dio che quest’uomo senza gioia non ha saputo riconoscere. La gioia di essere figli di Dio distingue i cristiani e questa gioia non può essere soggetta al compimento preciso di un dovere. Anzi, sappiamo molto bene che spesso il successo non porta alla gioia, come aveva riconosciuto Alessandro Magno nella poesia del Pascoli: “giungemmo: è il fine, o sacro araldo squilla, non altra terra se non là nell’aria quella che in mezzo del brocchier vi brilla.” La persona senza Cristo ipoteca la sua gioia perché pensa che solo il successo lo renda amabile. È strano come l’insegnamento di Paolo agli Efesini: “padri, non scoraggiate i vostri figli” o quello di Gesù che ripetutamente ci ha invitato a non preoccuparci del domani sia stato capovolto nel mondo laico moderno. Per liberarci del peso della religione che ci donava la libertà e la gioia, ci siamo caricati del peso insopportabile del dovere che ci distrugge.

Lodovico Balducci

 

…E Cristo gli diede di nascosto due talenti…

La parabola dei talenti ci dice innanzitutto che non siamo noi gli autori o i proprietari originari dei talenti che possediamo, ma che essi ci sono stati dati: se non crediamo in Dio creatore, ci affidiamo al DNA. Per questo c’è chi ha ricevuto 5 oppure 2 talenti o anche un talento soltanto. Più recentemente l’epigenetica ci spiega come l’ambiente e le scelte di vita che operiamo (cosa mangiamo, se fumiamo o facciamo attività fisica…) possano determinare una diversa espressione dei geni (talenti) nei diversi individui. Ognuno di noi è quindi un misto di predeterminazione e di libero arbitrio. Il secondo messaggio della parabola è che non siamo chiamati tutti a produrre lo stesso risultato, ma il meglio di ciò che la nostra combinazione gene/ambiente può realizzare. Ciò che conta è impegnarsi senza mezze misure, investendo tutto il cuore e tutta la mente di cui siamo capaci. Il terzo messaggio è che dobbiamo comunque render conto di ciò che abbiamo o non abbiamo realizzato. A chi? A Dio, se ci crediamo, ma certo anche alle persone con cui viviamo e che amiamo, alla società, a noi stessi. Quarto messaggio: aver fatto il meglio che potevamo, non comporta potere, ricchezza, gloria, ma gioia, una gioia – che dice il vangelo in altra parte- nessuno potrà toglierci. Last but not least: e quello di noi pauroso, indeciso, pessimista che ha sotterrato l’unico talento che aveva ricevuto? Matteo riferisce che farà una brutta fine. Ma voi che pensate? Io mi immagino che si ritroverà alla fine disperato come il buon ladrone o il figlio prodigo e che Cristo si prenderà la libertà di dargli di nascosto due talenti con cui presentarsi al Padre….

Giovanni de Gaetano

 

Conoscere se stessi al tempo deitalent show

La parabola di oggi è particolarmente suggestiva per noi contemporanei alle prese con i più variegati talent show che una pessima televisione sforna a ritmo incalzante.

Quello che la nostra epoca ha costruito è una subdola megalomania planetaria in cui a ognuno è stato fatto credere di poter fare qualsiasi cosa. Perciò, anche se uno arriva a malapena al metro e sessanta di altezza, crede di poter fare il giocatore di pallacanestro.

In questo vangelo, Gesù dice chiaramente che a ognuno è stato dato un preciso numero di talenti, in base a criteri che evidentemente sono chiari e distinti solo nella mente di Dio. Il messaggio quindi è quello di far fruttare al meglio ciò che abbiamo, il che è molto diverso dall’atteggiamento contemporaneo che invece instilla ambizioni che non hanno alcun fondamento nella realtà. Soubrette di scarso valore che ambiscono a ruoli da diva nel cinema, commentatori da bar che grazie al web profetizzano per schiere di persone dallo scarso spirito critico.

Una riconsiderazione onesta e attenta delle proprie capacità aiuterebbe a sfruttare al meglio le nostre energie e a raggiungere più facilmente quell’equilibrio di pace e serenità che tutti rincorriamo ma che pochi di fatto conquistano. E il compito appare tanto più difficile a chi conosce poco se stesso.

Marialaura Bonaccio
“Le riflessioni della domenica” e “QUAR17 RICERCA DELL’UOMO RICERCA DI DIO”, non riflettono né rappresentano necessariamente il pensiero dell’Associazione Cuore Sano ONLUS di Campobasso, né dei responsabili/curatori delle suddette iniziative.

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Le Riflessioni della Domenica

 

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

12 NOVEMBRE 2017

 

Lampade senza olio nell’ultima notte (Mt 25,1-13).

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: «Ecco lo sposo! Andategli incontro!». Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: «Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono». Le sagge risposero: «No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene». Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: «Signore, signore, aprici!». Ma egli rispose: «In verità io vi dico: non vi conosco». Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

 

All’inizio della sua predicazione Gesù aveva detto ai suoi discepoli: “Risplenda la vostra luce davanti agli uomini perché vedano le vostre opere buone”. Ciò che fa vedere la luce è vivere il vangelo, non semplicemente credere in qualche verità astratta. Le donne di questa parabola sono i cristiani che hanno già fatto la loro professione di fede. L’attesa dello sposo significa che vivono la loro vita nella prospettiva del ritorno di Gesù, uno degli aspetti fondamentali della fede cristiana. Noi non viviamo senza attendere nulla, ma crediamo che Gesù tornerà per fare verità sull’umanità, quando non conteranno né i titoli né i ruoli, né le gerarchie né l’appartenenza alla categoria dei VIP, ma solo ciò che ciascuno avrà fatto nel luogo e nel ruolo assegnato dalla vita, dal destino o dalla provvidenza. Chi governa si è impegnato per il bene comune o per i propri interessi? Chi presiede nella chiesa ha servito il gregge o lo ha usato per farsi adulare? Chi ha scelto di mettere su famiglia ha fatto crescere i figli e ha onorato il coniuge o ha sfruttato l’altro e si è tirato indietro dal compito educativo? Chi dice di credere in Gesù Cristo ha seguito il vangelo o ha opportunisticamente usato la fede semplicemente per “salvarsi l’anima” o garantirsi la protezione di Dio nei propri miseri interessi? Le vergini che rappresentano i buoni (saggi) e cattivi (stolti) credenti, si sono tutte addormentate, cioè hanno vissuto la loro vita per intero e sono morte. Al momento finale, quando crediamo che si tirino le somme, non ci sarà più occasione per trovare l’olio perché ormai il tempo è finito. Quando ci viene la voglia di vantarci della nostra fede professata e passiamo tempo a giudicare chi non rientra nei parametri delle “brave persone”, chiediamoci dov’è il nostro olio, cioè il bene che dovremmo fare, prima che sia troppo tardi e il sonno della morte ci impedisca di recuperare il tempo perso.

Michele Tartaglia

 

In relazione con la grazia

Nel 1961 sono andato a scalare il Corno Piccolo del Gran Sasso con il Club Alpino Italiano (CAI) di Rimini e quello di Iesi. Ingenuamente non mi sono portato dietro una borraccia d’acqua pensando che avrei trovato molti ruscelli montani a cui abbeverarmi. Sfortunatamente non c’erano ruscelli e i miei compagni di gita rifiutarono di condividere con me il prezioso e scarso liquido. Vi lascio immaginare come sono ritornato al campo base dopo otto ore di ascensione sotto il sole di luglio. La parabola di oggi mi ha ricordato questo penoso incidente e infatti la lezione più immediata è «aiutati se vuoi che Dio ti aiuti». Se vogliamo possiamo considerare l’olio delle lanterne come la grazia di Dio che non dobbiamo mai trascurare se vogliamo poter incontrare lo sposo. Questa continua relazione con la grazia è essenziale alla nostra preparazione dell’incontro (come lo era il vestito che l’invitato guastafeste aveva rifiutato di indossare al pranzo di nozze). Forse nel mondo moderno questa grazia a cui appigliarsi si manifesta nell’evitare lo scoraggiamento piuttosto che nel cercare la perfezione, ricordarci che Dio ci protegge in ogni momento della nostra vita, un Dio che preferisce un cuore puro ai sacrifici del tempio, come ha preferito giustificare il pubblicano e non ha potuto giustificare il fariseo.  L’altro ammonimento è che l’amore di noi stessi è essenziale all’amore degli altri e Dio è il fondamento di questo amore. Tutte le vergini erano state invitate allo sposalizio. Quelle prudenti lo avevano considerato un previlegio, un segno di predilezione e ci si erano appositamente preparate. Le stolte non avevano capito di essere predilette dallo sposo, di essere l’oggetto di un amore che dava senso e gioia alla loro vita e hanno sperperato questa occasione unica.

Lodovico Balducci

 

Investire cuore e mente

Quando parlo con i miei giovani collaboratori e collaboratrici mi capita a volte di insistere sull’idea che la ricerca, come l’amore e la fede, è un impegno a tempo pieno: non ci sono weekend, vacanze, servizi vari che possano distrarre un vero ricercatore/ricercatrice. I giovani spesso mi guardano con meraviglia, pensano che io abbia perso i contatti con la realtà, che non capisca che un giovane ha amici, partner, famiglia, altri interessi… Il vangelo di oggi mi aiuta, spero, a far capire meglio il mio pensiero: le ragazze che erano andate alla festa di nozze per attendere, con la sposa, l’arrivo dello sposo, non avevano evidentemente investito pienamente la loro mente e il loro cuore in quella festa, ma pensavano ad altro. Si che, non appena lo sposo si è fatto attendere, hanno detto alla sposa che loro dovevano andare, altri impegni le attendevano, legittimi e importanti. Ma lo sposo improvvisamente è arrivato e le ragazze hanno pensato che era bello per loro poter partecipare comunque alla festa e hanno cercato di tornare indietro. Ma non c’erano più le condizioni, mancava l’olio, si era fatta notte… Hanno chiesto aiuto, ma nessuno si può innamorare o aver fede o far ricerca al posto nostro. E così le altre ragazze non hanno potuto intervenire a soccorso.

Fare ricerca, amare, credere con tutto il cuore, con tutto se stesso vuol dire farlo senza mezze misure. E vedrai, dico ai miei giovani colleghi, che resta intero il tuo cuore, anzi cresce, per amare di più il marito, il figlio, la moglie, l’amico, il povero. La ricerca, come l’amore e la fede, non è gelosa, né possessiva, non ruba il cuore, ma lo moltiplica: se ricerchi come se fossi stato invitato a una festa di nozze alla quale partecipi senza guardare l’orologio, capisci prima, vai più a fondo e più lontano.

Giovanni de Gaetano

 

Le vergini e il divertissement

Nella filosofia di Pascal c’è un concetto centrale, imprescindibile. Si tratta del divertissement, che non si traduce come divertimento, ma piuttosto come distrazione. In sostanza, gli uomini, avendo fallito su più fronti (morte, miseria, ignoranza) hanno risolto, per viver felici, di non pensarci.

Quello contemporaneo è il tempo del divertissement per eccellenza. Tutto è organizzato come un grande parco giochi, finalizzato alla distrazione totale e sistematica. Da cosa abbiamo bisogno di distogliere lo sguardo? Dalla intrinseca complessità dell’esistenza, che le attività della vita quotidiana finiscono per oscurare gradualmente e persistentemente. Le vergini del vangelo di oggi che dimenticano l’olio sono un esempio calzante di questa condizione dell’esistenza. Sono distratte, altri pensieri abitano le loro menti. E questa dimensione di divertissement in cui hanno condotto la loro vita ha fatto loro perdere l’opportunità più grande. È come se avessero bruscamente deviato dal loro destino, sfidandolo in un gioco perso in partenza. La dimensione del divertissement può essere molto piacevole, oltre che molto comoda, ma è di certo il sigillo a una vita inautentica.

Marialaura Bonaccio
“Le riflessioni della domenica” e “QUAR17 RICERCA DELL’UOMO RICERCA DI DIO”, non riflettono né rappresentano necessariamente il pensiero dell’Associazione Cuore Sano ONLUS di Campobasso, né dei responsabili/curatori delle suddette iniziative.

Le riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

5 NOVEMBRE 2017

 

Uno solo è il vostro Maestro (Mt 23,1-12).

In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati «rabbì» dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare «rabbì», perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate «padre» nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare «guide», perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

 

La cosa più scoraggiante che percepisco negli ultimi anni è il fatto che ormai tutti leggiamo il vangelo nella nostra lingua ma, nonostante ciò, gli stili clericali non cambiano, a tal punto che persino chi dovrebbe essere “laico” nella mente (vedi i ministeri laicali o il diaconato) quando entra nella sfera dell’altare esprime l’esigenza della propria visibilità. Al di là del fatto che ancora ci sono troppi orpelli e insegne che indicano la scala gerarchica (stemmi, ornamenti più o meno preziosi, vesti dai colori sgargianti, e tutta una serie di ammennicoli che esprimono anche le sfumature di grado), è la mentalità ecclesiale che favorisce ancora un atteggiamento più da fariseo che da discepolo di Gesù: l’importante è apparire più che essere, l’esibizione dei titoli più che le competenze e capacità acquisiste sul campo, il ruolo più che il servizio. E ciò vale per ogni servizio nella chiesa: dal canto all’insegnamento al servizio liturgico ai ruoli pastorali. Anziché ironizzare sulla pretesa di alcuni di mantenere forme espressive da museo, le si pretende per sé e se il prete sfoggia un prezioso abito liturgico, il vescovo una mitria tempestata di gemme, anche il diacono deve avere la sua dalmatica luccicante. Mentre un tempo il vangelo si leggeva in latino e pochi lo conoscevano e quando alcuni ricordavano la sua radicalità spesso erano anche perseguitati o visti con sospetto, oggi che si potrebbe vivere la libertà sovrana di seguire il vangelo, ci si intestardisce a mantenere stili antiquati e lontani dalle vere esigenze dell’uomo d’oggi che è affamato e assetato di giustizia, che cerca una parola di conforto e desidera trovare un appiglio di speranza proprio da parte di chi si presenta come araldo del vangelo. Ma se tutto si deve ridurre a come si legge il vangelo, se cantato o con la voce impostata, si ha almeno la decenza di capire ciò che si legge o si canta? E una volta capito il senso perché non si cede al sussulto della propria coscienza?

Michele Tartaglia

 

La gioia autentica di essere liberi

La mia prima reazione al vangelo di oggi è di pensare a quanti rompiscatole ho incontrato nella mia vita che potrebbero essere classificati come farisei, ma mi rendo conto che in questo modo divento io stesso un fariseo, cioè uno che stabilisce dei confini e promuove la guerra: la scusa per l’inutile strage della prima guerra mondiale è stata di riconquistare il Brennero, il cosiddetto confine naturale dell’Italia, come se un passo montano avesse importanza nei tempi dell’aviazione, dei missili e dei viaggi interplanetari! Io vedo invece due messaggi importanti. Il primo, che spesso sfugge al lettore distratto, è che Gesù ci invita ad ascoltare i farisei. Si iniquitates observaveris domine, domine qui sustinebis? se dovessimo seguire solo i dettami delle persone perfette, perderemmo perfino la legge mosaica. Io mi sono sempre domandato perché uno dei miei santi favoriti, Charles de Foucauld, non ha mai raggiunto l’onore degli altari, neppure come fanalino di coda della santità (servo di Dio o venerabile). Ho scoperto che quest’uomo che ha testimoniato la forma più efficace di spiritualità contemporanea fino all’ultimo dei suoi giorni si infuriava ogni volta che sentiva parlare di un attacco alla sua legione straniera e pregava per la distruzione di quegli stessi nemici da cui si è lasciato generosamente uccidere. Personalmente trovo molto confortante che il san Francesco del XX secolo esprimesse ancora delle emozioni così umane. Lo spirito può parlare attraverso i peccatori più inveterati. Quando Caifa diceva è meglio che uno muoia per la salvezza di tutti, credeva parlare della salvezza del suo commercio nel tempio che Gesù aveva messo sottosopra, e invece profetizzava la salvezza dell’umanità!  Il secondo è che la testimonianza più efficace del cristiano è la gioia della libertà. Una gioia ben diversa da quella che può venire da un piccolo successo o da una piccola conquista, ma la gioia di essere liberi, cioè di aver trovato noi stessi. Come dice il Benedictus,liberi di adorare il nostro Dio, senza paura dei nostri nemici, tutti i giorni della nostra vita, cioè liberi di esprimere il nostro amore per il prossimo anche quando questo prossimo ci ha ferito, liberi di superare il desiderio di vendetta, liberi di riconoscere e viver l’amore come sorgente di una libertà imperitura.

Lodovico Balducci

 

Sóc català, soy español, sono veneto, sono siciliano…

La frammentazione dei popoli e delle persone alla quale assistiamo in modo crescente in questo periodo, è da una parte il frutto di una ricchezza storica, culturale, antropologica assolutamente naturale, basata com’è sulla diversità biologica o biodiversità, cioè la varietà di organismi viventi, nelle loro diverse forme e dei rispettivi ecosistemi. Essa comprende l’intera variabilità biologica di geni, specie, nicchie ecologiche. Ma dai tempi di Abele e Caino e certamente ai tempi di Gesù, la biodiversità non era più un valore positivo, ma costituiva la base per divisioni, lotte sociali e politiche all’interno della stessa città o tra Paesi diversi, tanto da desiderare di vivere ognuno nel proprio orticello pur monotono, ma ben al riparo da venti ritenuti contrari. E così la civiltà cristiana, che ha permeato per secoli tutta l’Europa, continua a frammentarsi dimenticando e contraddicendo l’invito di Cristo a considerarci allievi di un unico maestro, figli di un unico padre, viandanti al seguito di un’unica guida. E quando questo richiamo all’unità è stato riproposto, sono sorti dittatori e despoti, a mo’ di scribi e farisei, che hanno imposto a popoli interi i loro capricci, ispirati a dio o alla sua negazione.

Come è difficile essere liberi e fieri delle proprie radici, della propria unicità e indipendenza da lacci e lacciuoli, ed essere al tempo stesso innamorati di essere uomini, di riconoscerci in valori comuni, di commuoverci alle stesse poesie, di lavorare con umiltà per la pace e la giustizia…Cristo è forse il crocevia dove queste correnti così contrapposte possono trovare un momento d’incontro sereno. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo.

Giovanni de Gaetano

 

Nec plus ultra

Tra i tanti messaggi di cui il vangelo di oggi offre testimonianza, ce n’è uno che sembra una sorta di richiamo a ristabilire la semplicità dell’ordine naturale delle cose. Non chiamate «padre» nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro. Questo ammonimento tuona contro chi si illude di potersi impropriamente sostituire a dio (da leggersi anche come “legge di natura”), impiantando e alimentando gerarchie che non sono “reali”; esse cioè non rappresentano la realtà delle cose, non rispettano l’ordinamento del mondo, ma sono generate dalla sterminata fantasia umana troppo spesso in balìa di un senso di onnipotenza che spesso si è rivelato funesto. Un invito a riconoscere il limite oltre il quale non ci si può spingere. Un concetto che i gli antichi greci conoscevano molto bene e che rispettavano ossequiosamente. Ma al di là di cosa non ci si può avventurare? Oltre il limite imposto dalla natura, oltre le Colonne d’Ercole, risponderebbero. Oltre ciò che è stabilito da Dio, farebbe eco Gesù. Scribi e farisei si sono promossi ai vertici della società, senza averne alcun diritto. Hanno imposto norme e condotte pesanti e difficili da osservare, senza di fatto esserne autorizzati, né moralmente e né, soprattutto, naturalmente. Non a caso il brano si chiude con un richiamo all’umiltà che di fatto invita a ristabilire il giusto ordine delle cose.

Marialaura Bonaccio
I testi diffusi nell’ambito delle iniziative “Le riflessioni della domenica” e “QUAR17 RICERCA DELL’UOMO RICERCA DI DIO”, non riflettono né rappresentano necessariamente il pensiero dell’Associazione Cuore Sano ONLUS di Campobasso, né dei responsabili/curatori delle suddette iniziative.

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