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Archive for Mese: ottobre 2017

Le Riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

29 OTTOBRE 2017

 

Con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente (Mt 22,34-40).

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

 

Se vogliamo evidenziare la differenza cristiana rispetto alle altre religioni, al di là della fede nella Trinità e nell’incarnazione (ma forse proprio in virtù di questi due articoli di fede), dobbiamo partire proprio dall’equiparazione che Gesù ha fatto di due comandamenti già presenti nella Legge di Mosè: l’amore per Dio non può mai essere scisso dall’amore per l’uomo. Certo il primo fonda il secondo, ha una esigenza di totalità espressa dai tre “tutto”. Ma proprio dire di amare Dio con tutto se stessi, senza lasciare nulla che non sia a Lui dedicato ci rimanda al secondo comandamento che non è secondo per importanza, bensì per logica: senza il primo dove accanto a Dio è posto la triplice dimensione di se stessi (cuore, anima, mente) non saprei neppure che cosa significa amare il prossimo come me stesso, non conoscendomi affatto. Nel primo comandamento infatti non è solo chiesto di amare Dio ma per amarlo totalmente devo sapere chi sono io, devo conoscermi e scandagliare tutti i luoghi anche più oscuri della mia anima. Allora, vedendo che non sono solo luce ma anche ombra, ma offrendo anche la mia ombra a Dio, sarò capace di accogliere anche l’ombra che è nel prossimo, amare il prossimo con lo stesso sguardo di compassione con cui amo me stesso perché sotto lo sguardo compassionevole di Dio. Dalla giusta conoscenza che ho dei miei limiti deriva la doppia tensione: la necessità di affidarmi a un Dio amorevole e la conseguente esigenza di guardare il prossimo con lo sguardo trasformato.

Michele Tartaglia

 

Amare i nemici può insegnare ad amare noi stessi

A costo di sembrare blasfemo e con tutte le intenzioni di essere provocatorio sostengo che l’assassino che ha falciato 60 vite con una mitragliatrice a Las Vegas alcune settimane fa seguiva il comandamento espresso nel vangelo di oggi. Come tutti gli assassini, almeno quelli di massa, odiava se stesso e rifletteva questo odio sul suo prossimo. Il comandamento di Gesù nel vangelo di oggi ha due importanti implicazioni.

La prima è che l’indifferenza verso il prossimo è di per sè una forma di odio, un odio freddo fatto di noncuranza. Queste altre persone possono continuare a esistere fino a che non danno fastidio, ma se disturbano la nostra pace diventano nemici da eliminare. Martin Luter King aveva detto che piu dei razzisti membri del KKK, i borghesi che non volevano restare coinvolti nella battaglia dei diritti civili erano responsabili del sangue che quella battaglia è costata. Millioni di borghesi che si facevano gli affari propri sono stati distrutti nel corso delle rivoluzioni Francese, Russa, Cinese, o dai movimenti di massa come il nazismo. Farsi i fatti propri, la stessa privacy, è un’illusione che può costare molto cara sia a noi stessi che agli altri.

La seconda implicazione è l’ordine ad amare noi stessi, perchè senza l’amore per noi stessi non possiamo essere altro che distruttivi. Una delle figure piu tragiche descritte da Bernanos è quella dell’abate Cenabre nel libro «L’impostura ». Cenabre era un prete letterato di grande fama e che appariva a tutti dai suoi scritti un maestro di spiritualità. Eppure non aveva né aveva mai avuto fede e si compiaceva di questa dissimulazione, di questo atto sacrilego. Uno dei suoi professori al seminario non riusciva a vincere la propria ripugnanza verso questo giovane allievo brillante perchè “quel bambino sembrava che non amasse se stesso.” Parlando della mia esperienza personale ciò che ci previene dall’amare noi stessi è la paura di quanto possiamo trovare al fondo di noi stessi, all’incontro con noi stessi, per cui ci costringiamo a vestire una maschera che ci pesa e che rende i nostri rapporti personali insignificanti o distruttivi. Peggio ancora, ci costringe a basare i nostri rapporti sul sospetto reciproco, sulla paura di essere riconosciuti per quello che noi stessi non siamo capaci di riconoscere. Ma come possiamo allora amare noi stessi? Secondo me il consiglio che ci ha dato Gesù: “amate i vostri nemici” è la chiave all’amore di noi stessi. Le persone che ci ripugnano, dall’assassino, al violentatore, al pedofilo, allo straccione che cerca di derubarti per strada, tutte le persone che sono diverse da noi e che consideriamo indesiderabili sono la linfa vitale della società e non i parassiti che pretendiamo siano secondo il giudizio della nostra maschera.  Che siano responsabili o meno dei crimini attribuito a loro è irrilevante. La loro funzione è la stessa, sono parafulmini su cui possiamo scatenare il nostro odio che altrimenti volgeremmo contro noi stessi.  Da molte persone per bene, e in buona fede, Gesù che saliva al calvario veniva considerato un criminale che riviveva la giusta punizione per aver corrotto il popolo giudaico con le sue bestemmie. Sulla sua croce Gesù ci ha dato l’opportunità di amare gli esseri che consideriamo più spregevoli e in questo modo di amare noi stessi.  Se impariamo ad amare loro, non abbiamo più paura di ritrovare loro dentro di noi, non abbiamo più paura di incontrare e amare il nemico dentro di noi.

Sono sicuro di essermi spinto oltre il limite di tolleranza di qualche lettore con questa meditazione. Mi sono permesso solo di descrivere la mia esperienza personale, e non pretendo che questa sia universale. Per me l’invito ad amare il proprio nemico ha reso possibile amare me stesso, e considero questa capacità di amare me stesso il dono fondamentale della grazia, la grazia santificante.

Lodovico Balducci

 

L’importanza di coniugare i verbi al futuro

Non coniughiamo più i verbi al futuro. E se sparisce il futuro, il primo a morire è il presente. Gli unici che coniugano ancora i verbi al futuro sono gli innamorati…perché sono in contatto con l’energia dell’amore. M. Gramellini, “Fai bei sogni”, Longanesi, 2017, p. 220.

 

Ritorna oggi il tema dell’amore, che è in realtà il tema di fondo di tutto l’annuncio evangelico. Risposta famosa di Cristo a chi gli chiedeva di fare una classifica dei Comandamenti, come fosse l’ordine d’arrivo di un Grand Prix di Formula 1 (in realtà una tale classifica è stata poi stilata nel tempo, mettendo sul podio il 6° comandamento…). Anche se il testo non lo dice esplicitamente, mi piace pensare che con la sua risposta Cristo abbia sostituito i Comandamenti con le Beatitudini. I Comandamenti sono un ordine: Non rubare, non uccidere…Le Beatitudini sono la constatazione di un’attitudine d’amore, declinata con tutta l’anima, tutto il cuore, tutta la mente. Nel rispondere all’interlocutore, Gesù non usa l’imperativo dei Comandamenti, non dice “Ama …”, ma il futuro: “Amerai…”. Forse vuol dire: “Se decidi di amare, di essere un operatore di pace e di giustizia, di usare misericordia… non sarà un’emozione occasionale, lo slancio di un momento, ma amerai sempre”. Certo, applicato ai rapporti d’amore tra due persone, questo verbo al futuro appare, soprattutto oggi, anacronistico e fuori moda. Ma forse Gesù, profondo conoscitore delle debolezze umane, voleva significare “Amerai in una sincera prospettiva di futuro…”. To the end of love, canterebbe Leonard Coen. “Amerai il tuo prossimo come te stesso”, conclude Gesù. E qui c’è forse la chiave di quel verbo al futuro: amerai il tuo prossimo se lo amerai come fine e non come mezzo per affermare o realizzare te stesso, se lo aiuterai a essere se stesso con la libertà dell’amore e non un pupo siciliano fatto a tua immagine e somiglianza.

Giovanni de Gaetano

 

Condannati nell’eterno presente

La differenza tra l’imperativo e il futuro, che in questo vangelo si nota non senza una certa sorpresa, non è affatto casuale. I due modi verbali indicano due cose ben distinte. Con l’imperativo si impone qualcosa, con il futuro più che altro si descrive una modalità d’essere, una possibilità di agire, che scaturisce da una scelta dettata dalla volontà. Il modo futuro è il modo della libertà, svincolato dal dovere fine a se stesso. Non a caso, il futuro è la dimensione naturale del cristianesimo. Se c’è un punto di partenza e uno di arrivo, la fiducia è di certo il mezzo privilegiato con cui affrontare il mondo. Diversamente dagli antichi greci che vivano in un eterno passato e fondamentalmente incuranti del futuro, i cristiani guardano a ciò che sarà con sempre rinnovato interesse perché sanno che il tempo è in movimento (non circolare) verso una meta ben precisa. E noi? Con che occhi guardiamo al futuro? Sembra che questa società sia bloccata nel mezzo. Al passato non si può guardare perché non ha nulla da insegnare, tant’è che la storia è il fanalino di coda nel curriculum scolastici, e forse tra un po’ scomparirà definitivamente.

Ci sarebbe il futuro, che sembrerebbe essere la dimensione naturale dell’uomo contemporaneo cresciuto a pane e futurismo, ma poi di fatto scopriamo che tantissimi giovani sono divorati dalle forme più oscure di un’angoscia apparentemente inspiegabile. Allora cosa resta, se non il presente? Una condanna che sa di punizione dantesca.

Marialaura Bonaccio   
“Le riflessioni della domenica” e “QUAR17 RICERCA DELL’UOMO RICERCA DI DIO”, non riflettono né rappresentano necessariamente il pensiero dell’Associazione Cuore Sano ONLUS di Campobasso, né dei responsabili/curatori delle suddette iniziative.

Le Riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

22 OTTOBRE 2017

 

Date a Dio quello che è di Dio (Mt 22,15-21).

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

 

Se si dovesse valutare un brano del vangelo in base all’influsso che ha avuto nella storia, questo sarebbe certamente tra quelli di maggior peso. Di volta in volta è stato interpretato a seconda dello spirito del tempo, o a favore di Dio (cioè della chiesa) o a favore di Cesare (cioè dello stato). Nell’epoca moderna, poi, questo testo è stato volutamente usato per affermare la separazione tra chiesa e stato, attribuendo a Gesù l’invenzione del principio di laicità. In realtà il testo significava altro: se la moneta porta l’immagine di Cesare per cui Cesare ha il diritto di esigerla, chi non voleva dargliela avrebbe dovuto non possederla. D’altro canto, è l’uomo che porta impressa l’immagine di Dio, per cui bisogna ricondurre a Lui ogni essere umano. Il che significa che quando i farisei discutevano su chi fosse meritevole della benedizione di Dio perché osservante della legge, si dovevano ricordare che l’appartenenza a Dio è una condizione intrinseca, fondata sulla creazione, per cui anche il peccatore più incallito comunque conserva l’immagine impressa del Creatore e va trattato con rispetto, così come i malati o i non ebrei. Dare a Dio ciò che gli spetta significa rispettare la Sua immagine impressa su ogni essere umano, a prescindere dalla razza, dalla condizione economica, dallo status di cittadinanza, dal grado di istruzione, dalla capacità di decidere autonomamente. Come attualizzare oggi il detto di Gesù? Dare a Cesare ciò che è di Cesare significa a mio parere denunciare chi detiene il potere politico e calpesta le leggi, le costituzioni e le dichiarazioni universali dei diritti dell’uomo. Dare a Cesare ciò che è di Cesare significa oggi pretendere un comportamento etico nella politica e nell’economia, cioè ridando il giusto ruolo al governo politico dell’economia e della finanza che è ormai diventato un moloch a cui sacrificare popoli interi o la dignità dei lavoratori. Dare a Dio ciò che è di Dio significa non permettere che il profitto che uccide la dignità dell’uomo diventi, o meglio rimanga, il Cesare che decide le sorti del mondo sia a livello ambientale che politico. Mai come oggi l’affermazione di Gesù assume l’urgenza di un programma di lotta politica.

Michele Tartaglia

 

Oggi Cesare ha preso il posto di Dio

La mia paziente era demente e felice e suo marito era felice di prendersene cura senza dover chiedere aiuto ai figli. Una giovane assistente sociale, disturbata dall’odore di urina vecchia che emanava dalla paziente, sconcertata dal fatto che il marito la lasciava sola a casa otto ore al giorno per andare al lavoro, ha segnalato entrambi al servizio protezione degli anziani. Separati per una settimana, la paziente è diventata confusa, agitata e incontrollabile e ha dovuto essere rinchiusa in un ospizio dove è morta sola mentre il marito si è trovato isolato, ostile, e ricacciato dai figli che lo accusavano di aver maltrattato la madre. Una giovane coppia dell’Arizona aveva fotografato i bambini (1 e 3 anni) nudi nel bagno. Il fotografo a cui avevano portato le fotografie da sviluppare li ha accusati di pornografia infantile. Prima che un giudice di buon senso rigettasse la causa un mese dopo, i bambini sono stati sottratti per un mese ai genitori.

Questi due episodi, banali e devastanti, si ripetono milioni di volte al giorno nel mondo in cui Cesare ha preso il posto di Dio. Il problema è che Cesare deve procedere attraverso le leggi e le leggi non possono legiferare sulla complessità dell’esperienza umana. Come risultato, le leggi che dovrebbero proteggere le persone, finiscono per distruggerle. Io non sono in grado di proporre una soluzione a quello che è al tempo stesso l’aspirazione e la minaccia del nostro tempo: Cesare che prende il posto di Dio, le leggi che ci preservino dal dolore che ci viene dal vivere i nostri sentimenti, l’aspirazione a sottrarci al «dolore del vivere» come l’aveva identificato Montale. Come dice Padre Cristoforo nei Promessi Sposi «Dio è più giusto ma anche più misericordioso».   Senza la misericordia di Dio, le leggi di Cesare possono solo distruggerci.

Lodovico Balducci

 

 

Come un fine, non come un mezzo

 

« Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,

non la tua conversion, ma quella dote

che da te prese il primo ricco patre! »

 

Così Dante nel XIX Canto dell’Inferno commenta il primo (anche se storicamente infondato) rapporto ufficiale tra Cesare e Dio. La famosa risposta di Gesù ai farisei e agli erodiani, che ci viene oggi riproposta, è stata utilizzata nei secoli dall’una e dall’altra parte, sostanzialmente per giustificare le lotte e i compromessi succedutisi nel tempo. Oggi, per lo meno in Italia, dopo l’elezione di Papa Francesco, il tema dei rapporti tra stato e chiesa si è alquanto disintossicato. Resta però importante anche oggi definire cosa è di Cesare e cosa di Dio. Di Cesare è certamente il potere temporale, esercitato in vista del bene comune, secondo regole e priorità tipicamente laiche. E cosa è di Dio?  La Chiesa? Il Papa e i vescovi? I dogmi? Il controllo delle coscienze? Gesù ha mostrato ai suoi interlocutori l’immagine di Cesare: indiscutibile e ben riconoscibile. Aveva cercato nei tre anni precedenti di mostrare una nuova immagine di Dio: padre del figliol prodigo, buon samaritano, pastore che va in cerca della pecorella smarrita…. Ma questa immagine risultava irriconoscibile. Tanto più che nella Genesi Dio aveva affermato: “Facciamo l’uomo (e la donna) a nostra immagine e somiglianza”. Dunque l’uomo/donna è l’immagine di Dio, è ciò che dobbiamo rendere a Dio. L’uomo/donna con la sua libertà, la sua dignità, la sua unicità che nessun cesare, ma neanche nessun dio travestito da Cesare possono deformare, soggiogare, annientare. Rendere a Dio ciò che è di Dio vuol dire allora rendere all’uomo/donna ciò che è dell’uomo/donna immagine di Dio. Come un fine, non come un mezzo, concluderebbe Kant.

Giovanni de Gaetano

 

 

La finitezza di Cesare e l’eternità di Dio

Cesare e Dio si muovono su piani diversi. E questa diversità è stata al centro di numerosi conflitti che hanno scandito tappe significative della nostra storia. Ad un’analisi attenta, sarà facile riconoscere in Cesare una contingenza temporale. Ciò che era giusto al tempo degli antichi greci ha cessato di esserlo appena qualche secolo dopo. Ma anche in un lasso di tempo più ravvicinato, ci accorgiamo senza troppa difficoltà che le istanze sociali e politiche hanno cambiato forma, occupando posti sempre diversi nella scala di priorità della giustizia e della moralità. Pensiamo al divorzio, ad esempio, impensabile fino alla metà del secolo scorso, mentre è diventata pratica molto più diffusa appena qualche decennio più tardi. Cesare cambia volto nel corso del tempo. Dio è molto più simile a se stesso. Certo, qualche aggiustamento nelle dottrine è stato anche fatto, ma in sostanza la parola di Dio resta al di fuori del tempo e dello spazio. E questo perché il suo linguaggio ha carattere universale e le sue istanze sono fatte dell’eternità in cui l’uomo stesso è irrimediabilmente sospeso. Questa dicotomia è visibile anche in altri campi, come ad esempio nella scienza e nella letteratura. La scienza compie passi da gigante e si raffina in continuazione arrivando a sorprendere perfino se stessa dei risultati ottenuti. La letteratura, la poesia e altre arti, al contrario, hanno praticamente sempre gli stessi argomenti. Cambiano gli stili letterari, ma restano ben saldi l’angoscia dell’uomo, il suo senso di smarrimento e la necessità di non pensarsi costretto in una gabbia di finitezza. Il linguaggio universale che è al di fuori del tempo e dello spazio, appunto.

Marialaura Bonaccio
“Le riflessioni della domenica” e “QUAR17 RICERCA DELL’UOMO RICERCA DI DIO”, non riflettono né rappresentano necessariamente il pensiero dell’Associazione Cuore Sano ONLUS di Campobasso, né dei responsabili/curatori delle suddette iniziative.

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Le Riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

15 OTTOBRE 2017

 

Molti chiamati ma pochi eletti (Mt 22,1-14).

In quel tempo, Gesù riprese a parlare con parabole ai capi dei sacerdoti e ai farisei e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: «Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!». Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: «La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze». Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: «Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?». Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti». Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

 

Il modo in cui Matteo racconta questa parabola, si distingue dagli altri due evangelisti, perché vi aggiunge un secondo momento che riguarda l’abito con cui si entra alle nozze e che sembra ridimensionare il suo messaggio. In origine Gesù si era rivolto a coloro che pensavano di stare a posto con Dio, ma in realtà avevano il cuore chiuso alle sue esigenze di giustizia (farisei e capi), per cui Gesù si rivolgeva ora agli emarginati della società giudaica (peccatori, poveri, malati). Dopo la risurrezione di Gesù, i suoi discepoli hanno annunciato il vangelo ma con il tempo hanno riscosso più successo tra i pagani che si identificano con coloro che ricevono il secondo invito, mentre la violenza del re è identificata con la fine di Gerusalemme ad opera dei Romani. Tuttavia in alcuni si insinuò l’idea che, aderendo alla fede in Gesù si fosse già arrivati, senza la necessità di cambiare vita (l’abito, che riecheggia nel termine “abitudine”). Anche Giacomo nella sua lettera afferma che la fede senza le opere è morta: se non si vive la buona vita del vangelo, anche se è stata accolta la fede, non serve perché in realtà il nostro cuore non è cambiato. Giacomo infatti dice che anche i diavoli credono e tremano, ma non vivono secondo la legge dell’amore. Applicato al nostro tempo, ad esempio al dibattito sulla fedeltà alla dottrina che sarebbe messa a rischio, è utile ritornare a riflettere sul modo in cui Matteo narra la parabola. L’abito di cui parla non è l’adesione a un sistema dottrinale, ma l’acquisizione del modo di essere di Dio che usa misericordia e accoglie incondizionatamente. Al primo posto non c’è la dottrina o le regole, ma l’azione di Dio che invita al banchetto tutti. Il problema vero è che, quando si è entrati al banchetto, si ha la pretesa di stabilire i posti e di decidere chi è degno di mangiare con noi, mettendosi non l’abito della festa per condividere il banchetto, ma la toga del giudice per condannare, mentre il Dio che pensiamo di onorare e difendere ha già messo l’abito della gioia e dell’accoglienza.

Michele Tartaglia

 

Il vestito del guastafeste

Ricordo ancora con imbarazzo il giorno del 1965 quando la televisione è venuta a riprendere la messa di Monsignor Camagni al Collegio Universitario Johanneum. Tutti si erano vestiti per l’occasione, eccetto me che mi sono presentato senza giacca né cravatta e con la barba non rasata. Il Dr. Lofrese mi ha fulminato con gli occhi, ma non mi ha detto nulla. Se mi avesse cacciato via avrebbe avuto tutte le ragioni di farlo perché mi ero comportato da guastafeste. Nel Vangelo di oggi il padrone di casa caccia dal banchetto di nozze un guastafeste. Bisogna sapere che in occasione di questi inviti a nozze i padroni provvedevano i vestiti per gli invitati, per cui l’invitato senza vestito appropriato non aveva giustificazioni, voleva fare il guastafeste. E chi è il guastafeste? È la persona che cerca di distruggere la gioia di altre persone, parlo delle gioie semplici, un ritrovo di famiglia, una riunione di amici, quelle gioie di cui la messa e la congregazione religiosa dovrebbero essere l’espressione più alta. Il guastafeste in genere non ama sé stesso/a, viene visto con sospetto dai suoi pari, e il disprezzo di sé lo spinge a odiare gli altri. In un libro di Bernanos che oggi è quasi sconosciuto: La Gioia, il vecchio prete Chevance, un prete non letterato, di quelli che piacevano a Bernanos, dice alla sua penitente Chantal “non fidarti di una persona che cerca di privarti della gioia.” Quando ci chiedono perché abbiamo fede in Dio, la risposta più semplice e più vera sarebbe: perché ci dà gioia (o perché ci valorizza) e invece tutti quanto siamo stati intrappolati a dare delle ragioni intellettuali e convolute che ci faranno sempre perdere l’argomento, perché la gioia può solo essere vissuta non spiegata. Il razionalismo è un attentato alla gioia e la cosa più tragica è che talvolta rimaniamo intrappolati al punto di distruggere la nostra stessa gioia, perché il mondo ci ha detto che non ne abbiamo diritto. Sempre Bernanos aveva identificato nell’autodistruzione lo scopo primo del diavolo. Nelle meditazioni precedenti abbiamo avuto modo di criticare gruppi di persone, come i moderni farisei. Nel vangelo di oggi ci viene chiesto di muoverci dal sociale al personale e chiederci: amiamo noi stessi abbastanza per gioire della gioia altrui? Sosteniamo o boicottiamo la gioia altrui? Abbiamo il vestito appropriato per il pranzo di nozze? Devo dire che il vangelo di oggi mi è particolarmente ostico, perché mi costringe a chiedermi se c’è salvezza per il guastafeste. Più che un invito è un comando ad amare noi stessi e a sostenere la gioia degli altri.

Lodovico Balducci

 

La celebrazione della gioia aspettando le Beatitudini

Nel Vangelo triste e grigio della mia fanciullezza non vi era posto per la festa. Era un messaggio ricco di rimproveri, minacce, penitenze: per il mese di maggio, ci veniva raccomandato di rinunciare alle caramelle o al gelato, sacrificio quanto mai gradito a una Madonna, della quale ci rimanevano particolarmente impresse le 7 spade che trafiggevano il suo cuore, mentre veniva portata a spalle, il venerdì santo, per le strade non ancora asfaltate del paese. Gli invitati alla festa di nozze del vangelo odierno riflettono bene l’incapacità che gran parte del cristianesimo storico (con notevoli eccezioni, come ad esempio San Filippo Neri…) ha mostrato nel rifiutare lo straordinario invito del re a una festa gioiosa. Si giustificava il rifiuto con motivazioni ben ragionevoli, legate a impegni familiari o sociali non eludibili: la sacralità della famiglia, la castità delle nostre giovinette in età da marito, gli affari, i figli…Ma oggi che il Concilio Vaticano II, pensiamo solo alla Gaudium et Spes, ha riproposto la gioia dell’incontro con il re e i suoi commensali, abbiamo noi riempito di entusiasmo e di sorrisi le nostre chiese, le nostre case, i nostri rapporti personali? I 7 omicidi di cui racconta Il Nome della Rosa avvengono in un’abbazia medievale dove era stato nascosto e proibito un libro di Aristotele che presentava il riso come caratteristica unica dell’uomo. “Cristo non ha mai riso” sosteneva il venerabile Jorge. Il medioevo è passato, ma forse siamo ancora lontani dall’affermazione di Chesterton che “La gioia è il gigantesco segreto del cristiano”. Le Beatitudini attendono ancora di poter sostituire i 10 Comandamenti…

Giovanni de Gaetano

 

L’attitudine consapevole che scavalca le norme

Per molto tempo l’educazione cattolica si è presentata come un compendio di norme da osservare scrupolosamente. Divieti, per lo più, avvertimenti su ciò che un buon cristiano deve fare ma soprattutto non fare. Già Kant si schierò contro questa lista di ammonimenti, sganciandosi dalla normatività della morale cristiana e promuovendo un’attitudine i cui contenuti sarebbero venuti automaticamente dalla coscienza. La condivisione della gioia, perché anche di questo parla il vangelo odierno, non ha trovato posto nella catechesi tradizionale dei giovani cristiani/cattolici. L’elogio della mondanità, inteso come partecipazione delle cose che appartengono al mondo, è stata frequentemente oscurata dalla condanna di qualsiasi cosa ostacolasse il percorso dello spirito, come se questo fosse qualcosa di ben distinto dalla dimensione del corpo. E invece in questo brano si riscopre un invito a condividere la festa, a gioire insieme agli altri. Certo, è presente anche un sotto testo, non meno rilevante. Guai a chi, nel rifiuto dell’invito, impedisce che gli altri si godano la festa. È vero, il re invita tutti, meritevoli e non, ma vuole qualcosa in cambio. Vuole che gli invitati siano presentabili, consapevoli che il loro ingresso a palazzo significa entrare in una nuova dimensione di rinnovata consapevolezza. È però altrettanto vero che il libero arbitrio di cui siamo stati dotati, ammesso che ci crediamo, potrebbe, per lo meno temporaneamente, rovinare i piani.

Marialaura Bonaccio

I testi diffusi nell’ambito delle iniziative “Le riflessioni della domenica” e “QUAR17 RICERCA DELL’UOMO RICERCA DI DIO”, non riflettono né rappresentano necessariamente il pensiero dell’Associazione Cuore Sano ONLUS di Campobasso, né dei responsabili/curatori delle suddette iniziative.

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Le Riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

8 OTTOBRE 2017

 

Il regno sarà dato a un popolo che ne produca i frutti (Mt 21,33-43)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: «Avranno rispetto per mio figlio!». Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: «Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!». Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

 

Gesù raccontò questa parabola ai rappresentanti della fede giudaica del suo tempo e chi scrisse il vangelo qualche decennio dopo, quando vide la fine di Gerusalemme e del tempio, si ricordò di quelle parole e vide nella crescita sempre maggiore delle prime comunità cristiane una sorta di segno: coloro che avevano accolto nella fede Gesù e che provenivano per lo più da non ebrei, erano la prova concreta che le parole di Gesù si stavano realizzando. In realtà Gesù non ce l’aveva con il popolo ebraico ma con i capi del popolo che si ritenevano detentori del monopolio della parola di Dio e quindi autorizzati a soffocare le voci contrarie al loro punto di vista, come appunto quella di Gesù. Purtroppo questo testo è stato poi interpretato come una condanna senza appello del popolo ebraico. Ma se il vangelo dà un messaggio, lo dà per chi lo legge e quindi questa parabola oggi riguarda i cristiani che si ritengono depositari della interpretazione della Parola e che in nome di questo mettono a tacere tutte le voci alternative: ogni volta che le autorità di qualsiasi chiesa hanno usato la forza anziché il dialogo, hanno dato un colpo di mazza all’edificio della cristianità e se oggi il vangelo e la vitalità della fede cristiana sono migrati altrove, è perché dove si pensa ancora di dover insegnare al mondo il cristianesimo troppe volte lo si è tradito nella sostanza, perseguitando le voci profetiche che volevano tornare al messaggio originario di Gesù. Se l’Europa oggi è scristianizzata, ciò non è dovuto alle ideologie anticristiane, ma piuttosto alle guerre di religione, alle persecuzioni massive e al controllo maniacale per spegnere ogni forma di dissenso. E se oggi ancora si pretende di presentare quella forma di cristianesimo come autentico, vedendo negli inviti al dialogo e all’accoglienza dell’altro (che è il messaggio fondamentale di Gesù, per cui fu messo a morte dai controllori della fede) una devianza dalla dottrina, ancora di più porteremo l’Europa o quel che è rimasto dell’Europa cristiana, alla irrilevanza culturale e religiosa, e il cristianesimo non sarà altro che uno dei tanti relitti del passato degni di essere esposti nei musei.

Michele Tartaglia

 

Le nostre contraddizioni muoiono sulla croce

Quando Pilato gli domanda: “cosa è la verità?” Gesù non risponde, perché la risposta è la realtà vivente che non può essere circoscritta in parole o concetti. La nostra vita, con le sue contraddizioni, è la verità e son queste contraddizioni che hanno fatto disperare i tragici greci. Il conflitto di Oreste tra due atti empi e mutualmente esclusivi, il matricidio o lasciare senza vendetta l’assassinio del padre, è paradigmatico.  Il “deus ex machina” era una soluzione comoda per concludere lo spettacolo, ma insoddisfacente sia dal punto di vista intellettuale che morale. Non era confortante sapere che la vita era regolata da Dei capricciosi che potevano scegliere senza ragione di punirti o assolverti e che comunque erano soggetti loro stessi a quella realtà nebulosa chiamata destino. Gesù ci insegna che la vita può essere vissuta in pieno grazie all’amore, che dissolve ogni contraddizione. Una vita senza amore è come una automobile abbandonata sul ciglio della strada, che non raggiungerà mai la meta. In altre parole l’ascesa alla verità(Thomas Merton) significa prendere coscienza progressiva della pienezza della vita con lo sviluppo della nostra capacità di amare, cioè della nostra sacralità, cioè che ciascuno di noi è unico agli occhi di Dio e che la pienezza della nostra vita è il sacrificio (Sacrum facere = rendere sacra la nostra vita dedicandola completamente a Dio, come nel nostro matrimonio abbiamo “sacrificato” il nostro sesso al nostro sposo). Le nostre contraddizioni muoiono sulla croce e dalla croce la realtà risorge purificata nell’amore senza confini. Nel vangelo di oggi Gesù ci dice che la verità non può morire, che la verità è una scoperta continua, e questa scoperta continua che porta alla croce e risuscita nell’amore trova ostacoli soprattutto nelle persone che sembrano condividere la nostra fede. È difficile leggere il vangelo di oggi e non pensare alla lettera che 62 estensori (alcuni addirittura color porpora) hanno scritto recentemente condannando Papa Francesco come eretico. La rivelazione non ci spiega l’origine del male, ma ci offre la possibilità di purificare la verità attraverso l’opposizione del male. La verità si riconosce perché non può essere distrutta dalla morte. Mi è triste pensare però che se fosse vissuto oggi, Cristo probabilmente non avrebbe potuto dimostrare di essere la verità attraverso la crocifissione e la resurrezione. Il suo blog sarebbe stato deriso e cancellato come SPAM per fare posto alla pubblicità di medicamenti capaci di migliorare le nostre capacità sessuali.

Lodovico Balducci

 

Una vigna, una delusione e lo sguardo di chi sa andare oltre

Per la terza domenica di seguito il brano del vangelo ruota attorno a una vigna e a una delusione: gli operai della prima ora, i fratelli che cercano di non occuparsene e oggi addirittura i contadini fittavoli che uccidono i messaggeri del padrone della vigna. L’impegno, le attese, il lavoro di chi aveva costruito la vigna non per sé ma per chi poteva lavorarci per realizzarla (“venga la tua vigna”, dice il Padre Nostro), si scontrano con l’indifferenza, l’incomprensione, il tornaconto personale di chi ha avuto un’opportunità e l’ha sprecata. Per questo il secondo motivo che lega queste tre parabole è la nuova possibilità offerta a chi non si aspetta nemmeno di poter essere coinvolto: gli operai dell’ultima ora, i pubblicani e le prostitute, i nuovi vignaioli. Ma c’è un terzo motivo unificatore che emerge chiaramente da queste parabole: l’amore per la vigna, un amore così grande che non cede alla tentazione di ripagare disinteresse per disinteresse, violenza per violenza. Cristo sta per essere ucciso da coloro che, dinanzi a lui, invocano la punizione e la morte dei vignaioli assassini (neanche Jonesco avrebbe potuto descrivere una situazione così grottesca), ma guarda oltre, guarda a coloro che crederanno senza aver visto o lavoreranno nella vigna senza saperlo, agli ultimi di tutti i tempi e di tutti i luoghi, che – piegati a terra – non avranno più “fiato” e neanche la forza del “respiro” (i poveri di “spirito” dichiarati beati…). Cristo sa che la vigna si realizzerà, comunque, grazie a loro.

Giovanni de Gaetano

 

Quello che non abbiamo capito

Sembra quasi di vedere i colori della scena in cui si svolge il racconto di questo vangelo, immerso in una luce cupa, tragica. Una vigna (Regno) affidata a contadini (uomini) da un padrone (dio) che si fida ciecamente di loro. Torna a riscuotere ciò che gli è dovuto e si trova davanti una sommossa senza precedenti. Nulla contro le rivoluzioni, se giuste e motivate. Ma pare che il padrone non fosse affatto un despota. Eppure i contadini si sono trasformati in un manipolo assetato di sangue, pronto a far fuori perfino il figlio innocente del signore. È chiaro che gli interlocutori di Gesù non capiscono. Non capiscono le dinamiche che in quel momento sono in atto e in cui sono pienamente coinvolti. Non capiscono, perché il loro spirito è intriso dalla logica dominante e staccarsene richiederebbe un atto di coscienza coraggioso e determinato. Non capiscono soprattutto che, in realtà, si sta parlando proprio di loro. E questo succede anche a noi quando non siamo pronti a metterci in discussione, a vederci al di fuori degli intrecci sociali e culturali nei quali siamo immersi sin dalla nascita. Sartre si tormentava per il fatto che viviamo in un mondo già interpretato da altri, a partire dalla madre, che è il nostro tramite con il mondo, e dal linguaggio, con cui il pensiero codifica le coordinate della realtà. Dopotutto, ciascuno di noi è stato, almeno una volta, un potenziale contadino sanguinario, o un tranquillo fariseo, colpevole solo di non aver compreso ciò che gli stava accadendo intorno.

Marialaura Bonaccio

I testi diffusi nell’ambito delle iniziative “Le riflessioni della domenica” e “QUAR17 RICERCA DELL’UOMO RICERCA DI DIO”, non riflettono né rappresentano necessariamente il pensiero dell’Associazione Cuore Sano ONLUS di Campobasso, né dei responsabili/curatori delle suddette iniziative.