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Archive for Mese: settembre 2017

Le Riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

1 OTTOBRE 2017

 

Chi compie la volontà del Padre? (Mt 21,28-32).

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: «Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna». Ed egli rispose: «Non ne ho voglia». Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: «Sì, signore». Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

 

Questa parabola fa da ponte tra due passi importanti del vangelo di Matteo, due insegnamenti che si trovano all’inizio e alla fine della sua vita pubblica. È da notare, infatti, che il figlio che dice no al padre ma poi va a lavorare non lo chiama “signore” a differenza dell’altro che, pur chiamandolo signore e dicendo di andare a lavorare, non ci va. Alla fine del discorso della montagna Gesù dice: non chi dice “signore, signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del padre mio che è nei cieli. Le vergini stolte, alla fine dei discorsi di Gesù, bussando dicono: signore, signore, aprici, ma vengono lasciate fuori. Tutto l’insegnamento di Gesù in Matteo sottolinea che la concretezza dei gesti, della vita e non la vacuità delle parole determina chi è in sintonia con la volontà di Dio. Anche all’inizio del suo insegnamento Gesù non dice: sentano le vostre belle parole, ma: vedano le vostre opere e rendano gloria al Padre. Qui sta il cuore del discepolato: non il desiderio evanescente di diventare perfetti, ma la concretezza dei piccoli gesti che ci fanno avanzare verso il miglioramento di noi stessi. La contrapposizione netta tra le prostitute e i pubblicani che hanno compiuto un passo concreto andando da Giovanni per iniziare un cammino di conversione e i capi del popolo e i sacerdoti che conoscono benissimo la Scrittura perché la studiano e si mostrano pomposamente saccenti perché la citano a memoria, è un richiamo anche per noi oggi, che possiamo leggere la bibbia quanto vogliamo ma se poi nella nostra vita non rifuggiamo l’ipocrisia e l’affettata e ostentata spiritualità servendo concretamente Dio nel nascondimento, incappiamo nel giudizio severo di Gesù che non vuole chiacchiere e riti sontuosi, ma semplicemente fatti.

Michele Tartaglia

 

Perché abbiamo bisogno di Gesù e della croce

Walker Percy, un noto romanziere di New Orleans (Amore tra le rovine) disse in una conferenza: “Il compito unico dello scrittore è spiegare situazioni come questa: perché l’unico giorno della sua vita in cui ho visto mio zio felice è stato il 7 dicembre 1941 (ndr: il giorno in cui I giapponesi bombardarono Pearl Harbor).  A una lettura immediata il vangelo di oggi si riferisce al fatto che la rivelazione cristiana era stata accettata alla fine dai gentili e non dagli ebrei. Ma forse involontariamente Cristo ci dice che il segreto- o uno dei segreti- dell’accettazione della sua parola consiste nell’abilità di riconoscere e gestire le nostre ambivalenze e le nostre contraddizioni. Noi non abbiamo controllo sui nostri sentimenti e molto spesso ce ne vergogniamo o cerchiamo di ignorarli, perché vanno contro corrente, come nel caso dello zio di Percy. Invece proprio questi sentimenti che ci sembrano ignominiosi ci fanno capire perché abbiamo bisogno di Gesù e della croce, per gestire la nostra vita in un modo consistente alle nostre aspirazioni, di dare e ricevere amore, una aspirazione che sopravvive nonostante o forse grazie ai nostri rancori profondi, al nostro odio, al nostro impulso di distruzione. Vorrei dire che la nostra spirazione ad amare ed essere amati deve risorgere dopo essere stata crocifissa dai nostri impulsi. Le alternative sono di agire come se tali sentimenti non esistessero e vivere come sepolcri imbiancati, cioè persone che hanno paura di amare, o di dar sfogo a questi sentimenti e vivere senza radici in relazioni mutevoli e contradditorie, distruggendo noi stessi e le persone con cui entriamo in relazione. Io non so e non saprò mai se questa è l’unica via per trovare il senso della croce, per trapiantare le nostre lacerazioni interiori sulle lacerazioni di Cristo crocifisso. Conosco e rispetto molti cristiani che vivono una vita esemplare e temperata. So solo che mi sono rifiutato molte volte di andare a lavorare nella vigna del signore e sono uscito dalla casa del padre sbattendomi la porta alle spalle e ogni volta il padre mi è venuto a cercare e mi ha accompagnato alla vigna, contento e grato del poco lavoro che ero in grado di fare.

Lodovico Balducci

 

Nel Regno si entra per una decisione personale

Come il figliol prodigo e suo fratello maggiore o come Marta e Maria, ecco nel vangelo di oggi altri due fratelli in contrapposizione: l’uno dice no al Padre, ma poi fa quello che gli è stato richiesto, l’altro dice subito sì, ma poi non lo fa. Da che parte propenda l’evangelista di turno è ben chiaro anche oggi, ma forse la parabola odierna può richiedere una lettura più attenta. Il paragone tra i due fratelli infatti è seguito da una considerazione che Gesù rivolge a tutti i suoi ascoltatori: “I pubblicani e le prostitute vi passeranno avanti nel Regno”. Cosa c’entra con la storia dei due fratelli? Non si tratta allora di valutare se è meglio obbedire a parole oppure nei fatti. Nel Regno si entra per una decisione personale, che non aspetta la richiesta o la spinta del Padre: entrambi i figli sarebbero infatti rimasti fuori della vigna (del Regno) se il Padre non li avesse sollecitati. Certamente pubblicani e prostitute non hanno ricevuto sollecitazioni di tipo religioso – dice Gesù – ma hanno creduto all’annuncio di Giovanni che una vigna di salvezza stava per aprirsi. E senza che nessuno glielo abbia chiesto, si sono pentiti e sono entrati. Forse i due fratelli sono ancora fuori a decidere se è meglio farsi comunque pregare dal Padre e decidere poi cosa rispondergli.

Giovanni de Gaetano

 

In verità gli stravolse la vita

Come spesso accade, anche questo vangelo ha diverse chiavi di lettura. Nel commentarlo, Paolo Curtaz avanza l’ipotesi che i due fratelli in realtà siano le due anime che abitano ciascuno di noi. Una parte sa cosa è il bene, l’altra, pur sapendolo, continua a fare, se non il male, a tenersene comunque alla larga. Questo dualismo spirituale è alla base di numerose speculazioni filosofiche nonché materia di prima scelta per la psicoanalisi. Socrate, nella sua sterminata ingenuità, pensava che se un uomo conosce il bene non può che operare affinché esso si realizzi. Non è stato così, e probabilmente non lo sarà mai. L’animo umano appare sempre più come un campo di battaglia conteso tra forze di cui probabilmente non siamo nemmeno consapevoli. L’altro sotto testo che emerge da questo brano riguarda invece lo stravolgimento totale della gerarchia di credenze e valori che tengono in piedi la struttura sociale e morale del tempo. Non i vertici religiosi, bensì pubblicani e prostitute accederanno al regno. Un’affermazione che capovolge l’ordine costituito e lo rivolta come un calzino. Cosa significa dire che i peccatori scavalcheranno gli ineccepibili? Significa che farsi semplici custodi di leggi anche giuste e perpetrare false credenze non varrà la salvezza dell’anima. Meglio un animo sinceramente ravveduto di uno che si è semplicemente limitato a disegnare dentro le righe, senza nemmeno chiedersi se quello che faceva avesse un senso per sé e per gli altri.

Marialaura Bonaccio

Le Riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

24 SETTEMBRE 2017

 

Ricevettero ognuno un denaro (Mt 20,1-16).

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 2Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: «Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò». Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. 6Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». Gli risposero: «Perché nessuno ci ha presi a giornata». Ed egli disse loro: «Andate anche voi nella vigna». Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: «Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi». Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padronedicendo: «Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo». Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?». Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

 

Qual è il senso dell’impegno a servizio del vangelo? La risposta a questa domanda può dirci il significato di questa parabola. Poiché la parabola è rivolta ai discepoli, è chiaro che riguarda il loro impegno nella evangelizzazione. Che cosa spinge ad impegnarsi nell’annuncio? Per molti prevale la ricerca della ricompensa anziché la gioia di lavorare nella vigna per dare senso alla propria giornata (cioè la vita). Per ricompensa non pensiamo unicamente al paradiso, ma a ciò che immediatamente è fruibile su questa terra. Quante volte si ritiene di non essere soddisfatti per non aver avuto un ritorno in termini di gratitudine, di notorietà, di attenzione da parte di chi riceve l’annuncio? Se pensiamo di aver investito molte energie, restiamo frustrati se poi altri con meno impegno ricevono più gratificazione. Ma il vero scopo dell’annuncio è permettere di conoscere Gesù e il vangelo che già dovrebbe aver dato pienezza di senso alla propria vita. Il denaro era la paga di una giornata di lavoro e avrebbe dovuto essere la quantità sufficiente per poter vivere in quella giornata (come la quantità della manna nel deserto). Chi voleva di più in realtà non voleva solo mangiare quella giornata ma crearsi un surplus, accrescere la ricchezza con investimenti o beni materiali. La giustizia del padrone non è legata al lavoro svolto, ma alla possibilità di dare una vita dignitosa a ciascuno ed è questo che lo ha spinto ad uscire ad ore diverse in cerca di lavoratori. La risposta alla domanda iniziale è che l’impegno a servizio del vangelo dà senso perché Dio ha riempito la nostra vita e tutto ciò che si fa, poco o molto, non è che una risposta a questo dono ricevuto e questo deve bastare. Quando cerchiamo altro che non sia la gioia di stare con Lui forse non lo abbiamo realmente incontrato, ma cerchiamo di riempire il vuoto della nostra vita con la gratificazione di essere applauditi perché pensiamo di aver recitato bene la parte ma, come capita spesso agli attori, la vita fuori dalla scena è ben più misera dei ruoli eroici che interpretiamo.

Michele Tartaglia

 

Le parti e il tutto

Tre spunti di meditazione emergono immediatamente da questo brano evangelico. Il primo è che la vita è un dono e quindi un’espressione dell’amore gratuito di Dio per noi, per cui nessuno di noi può reclamare alcun merito per la propria vita e le proprie azioni. Il secondo è che la nostra gioia e la nostra soddisfazione consiste nel fare fruttare il nostro dono e che la maggior ragione di insoddisfazione e di disperazione è cercare di essere differenti da noi stessi e invidiare il dono di altri. Paolo l’ha espresso molto bene nella lettera ai Corinti: “non c’é ragione di pensare che il dono delle lingue sia più onorifico di nessun altro dono, anche se dà più visibilità” e le parti del corpo che sono considerate le infime sono quelle che onoriamo di più in quanto le onoriamo coi vestiti.” In altre parole ogni funzione è indispensabile e il premio Nobel della scienza o della letteratura non sarebbe in grado di sviluppare la propria scienza o la propria arte se non potesse mangiare, urinare e andar di corpo regolarmente. Il terzo è che lo scopo della nostra vita è la redenzione del mondo che ci è stato affidato. La mancanza di questa coscienza ci rende ciechi alla gioia. Lo sbaglio degli operai della prima ora era pensare che quelli dell’ultima ora avessero goduto della loro pigrizia durante il giorno e non che la loro pigrizia fosse una sorgente di tormento e di insoddisfazione continua, risolta solo nell’ultima ora prima del calar del sole. Allo stesso modo il fratello maggiore del figliol prodigo aveva pensato che suo fratello se la fosse spassata con le feste e le puttane, mentre probabilmente quello stile di vita gli aveva causato un vuoto sempre più profondo e irrimediabile, come la droga nella ballata del drogato di Fabrizio de André.  Gli operai della prima ora e il fratello anziano avevano di fronte a loro una opportunità di gioia continua proprio nel loro lavoro e se la sono lasciata sfuggir di mano per invidiare persone diverse da loro che sembravano loro più fortunate e meno meritorie. Questa saggezza evangelica, che d’un tratto dà senso a una vita che altrimenti non ne ha alcuno, capovolge la saggezza umana che vede la felicità in una traiettoria diretta: lavoro merito -piacere- felicità, la traiettoria predicata come una nuova religione, fondata sulla ragione ed espressa dall’illuminismo. La filosofia del libro Cuore ignorava che sia Franti che Garrone, il cattivo e il buono, per essere in grado di condurre la loro commedia sul palcoscenico della borghesia fine secolo sfruttavano il lavoro e la sopravvivenza di milioni di diseredati, inclusi bambini costretti a lavorare 14 ore al giorno in condizioni malsane e soffrire la fame, cosicché poi quelli che sopravvivevano potessero essere mandati a morire nelle cosiddette guerre di liberazione. “il sacro vero mai non tradir”, faceva dire Manzoni all’amante di sua madre, Carlo Imbonati, in uno dei versi più atroci della letteratura italiana. In realtà Carlo Imbonati non aveva nessuna idea di cosa fosse il santo vero perché ignorava la tragedia di milioni di esseri umani sul cui sfruttamento si fondava la sua propria integrità morale. Carlo Porta invece l’aveva individuato molto bene nella sua poesia dialettale diretta a Giulia Beccaria e le altre signore del biscutin:

Malambrette slandron del biscutin

Perchè tanto frangorr contro i putan

È perchè la dan via per mez lanfan

E la dan minga sotto un baldacchin?

Nel lasciarsi lavare i piedi dalla Maddalena Gesù si era messo dal lato di Carlo Porta e aveva condannato Carlo Imbonati.

Lodovico Balducci

 

Il rispetto della persona vale più del salario

La sala riunioni della CGIL (Confederazione Generale Israeliana del Lavoro) brulicava di persone vocianti. Uno striscione sul muro diceva:Lavora lavora ma poi ti paga un’ora!

Il vignaiolo convocato d’urgenza al tavolo di lavoro del sindacato palestinese si sedette di fronte al Presidente che aprì la seduta:

– Signor Nazareno, siete accusato dai vostri operai di comportamento anti-sindacale. Avete privato i vostri operai della giusta paga e disatteso il criterio di giustizia.

– I miei operai appartengono al movimento OL (Operai Liberi), hanno sempre ricevuto il giusto salario…Credo che il disagio che li ha portati qui sia dipeso dal fatto che per la vendemmia di quest’anno ho arruolato anche operai estranei che sono venuti a lavorare solo per poche ore.

– Ma non ritenete ingiusto aver pagato tutti alla stessa maniera?

– Il nostro movimento ha sempre ritenuto che il rispetto della persona valga più del salario: un denaro, come sapete, è il salario giornaliero minimo per non scendere sotto la soglia della povertà.

– Ritenete allora di non aver tolto niente a nessuno, ma di aver dato a tutti la possibilità di vivere con la loro famiglia?

– Sì. Dico sempre ai rappresentanti sindacali che la gestione dei nostri vigneti è regolata dall’amore, inteso come dare non in rapporto a quanto si riceve, ma al bisogno di ciascuno, un dare a fondo perduto, che motiva l’uomo nella sua dignità

– Non capisco…

– Sì è difficile, anche il mio figlio maggiore dice di non capire. Ieri ha fortemente protestato perché ho organizzato una cena per festeggiare l’altro mio figlio, il più piccolo, che era tornato all’ultima ora, dopo aver sperperato tutto il patrimonio ricevuto….

– State attento, Signor Nazareno, con l’aria che tira al Sinedrio e questi Romani in giro per Gerusalemme, voi rischiate di fare una brutta fine davvero…

Giovanni de Gaetano

 

Oltre la giustizia

È grande l’incredulità degli operai quando realizzano che chi ha lavorato meno viene pagato con lo stesso criterio. Come biasimarli? Gli uomini della prima ora hanno lavorato duramente tutto il giorno e vengono trattati come quelli che si sono presentati a lavoro ormai finito. Ma il padrone sembra essere di un’altra opinione. Non solo non condivide le critiche che gli vengono mosse, ma liquida le pretese degli operai come inopportune. Se analizziamo la faccenda da un punto di vista del diritto del lavoro (un argomento che un tempo teneva banco) gli operai che si sono alzati di buonora per andare a lavorare nella vigna avrebbero ragione. Il senso di giustizia sociale obbligherebbe il padrone a riconoscere il merito e a retribuirlo di conseguenza. Ma il padrone in questione sembra muoversi al di fuori delle logiche che regolano i rapporti umani. La sua è una visione che va al di là del comune senso di giustizia. Qualcosa che sembrerebbe stare più in alto del massimo valore. La misericordia, forse. La valutazione che prescinde da ciò che si riceve e si preoccupa solo che sia dato a tutti. In un’epoca in cui le persone vengono valutate in base ai soli criteri di efficienza e produttività, questo vangelo sembra restituire all’uomo la sua vera dimensione. Che non è di certo quella che oggi va per la maggiore.

Marialaura Bonaccio

Le riflessioni della domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

17 SETTEMBRE 2017

 

Fino a settanta volte sette (Mt 18,21-35).

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa». Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: «Restituisci quello che devi!». Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò». Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: «Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?». Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

 

La risposta che Gesù dà a Pietro (che già ha comunque capito il messaggio di Gesù, perché il 7 indica una perfezione) riecheggia quello che diceva il discendente di Caino, Lamech (Gen 4,24 secondo la versione greca), il quale prometteva di vendicarsi settanta volte sette, cioè infinitamente, per un semplice sgarro. Alla cultura della vendetta, però, Gesù contrappone la cultura del perdono, non basata sulla capacità dell’uomo, ma sul dono gratuito di Dio. Gesù usa una parabola per esprimere efficacemente il suo pensiero. Il più delle volte, ascoltando la parabola, ci si lascia distrarre dal fatto che il perdono di Dio è condizionato dal nostro perdono. Gesù, invece, innanzitutto mette in evidenza la sproporzione tra il perdono che Dio ci concede (diecimila talenti, una somma esorbitante, degna del bilancio di uno stato) e cento denari, che può essere certo una somma discreta per chi ha poco, ma in confronto al condono ricevuto è un’inezia. Il fulcro della parabola sta nel fatto che il servo spietato ha già saputo del condono ricevuto per cui è chiaro che la parabola non si applica ad ogni uomo, ma al credente, a chi appartiene alla comunità (dove ci si definisce “fratelli”). Il padrone non ha prima indagato sulla situazione finanziaria del servo, ma gli ha condonato il debito perché lo ha pregato, si è posto in relazione autentica e disarmata con lui. Per cui non si può dire, fuor di metafora, che il perdono di Dio è una risposta al perdono che diamo al prossimo. Gesù vuol far capire che è il perdono di Dio sperimentato verso di sé che diventa criterio e molla per il perdono offerto all’altro che sbaglia verso di me. Alla fine il condono del debito viene ritirato e ciò è coerente con l’economia del racconto. Tuttavia non dobbiamo automaticamente trasferire la dinamica del racconto nel rapporto tra noi e Dio; Gesù porta l’attenzione sullo stile che dovrebbe caratterizzare chi ha sperimentato nella fede il perdono gratuito di Dio: nel momento in cui non perdona dimostra nei fatti che non ha per nulla accolto il perdono di Dio, altrimenti il suo cuore sarebbe stato aperto verso chi ha sbagliato nei suoi confronti ed è come se vivesse, quindi, senza conoscere Dio, ancora prigioniero del proprio personale inferno.

Michele Tartaglia

Chiedere e concedere il perdono nel mondo moderno

Peter, un giovane residente di chirurgia generale, aveva passato tutta la notte in sala operatoria in un intervento che era culminato nella morte della paziente e in un rimbrotto-ingiusto- del suo capo. Prima di lasciare l’ospedale era stato minacciato dal figlio di un paziente che pensava che il trattamento di suo padre fosse inappropriato. Arrivato a casa, la giovane moglie lo affronta dicendogli che ha bisogno di più soldi per pagare l’asilo del loro figlio. Peter risponde con uno schiaffo, fa una doccia e va a letto. Quando si sveglia trova un biglietto della moglie che lo ha lasciato e denunciato per maltrattamento. La famiglia si divide, Peter viene condannato a pagare una ammenda. La moglie si risposa e il piccolino, che si percepisce come un peso per i genitori, cresce solitario e si rifugia nel servizio militare. Morirà in Afghanistan a 18 anni. Peter diventa un medico di pronto soccorso e passa le sue notti con diverse giovani donne. Questa storia, vera nella sua essenza, rivela che solo il perdono avrebbe potuto evitare questa catena di catastrofi.  Chiaramente la moglie non poteva perdonare senza che Peter le chiedesse il perdono, ma perché Peter non l’ha chiesto e perché ha schiaffeggiato la moglie invece che ascoltarla? Come già dicemmo la settimana scorsa, il perdono senza pentimento sarebbe una violazione della libertà umana, come l’assoluzione che il prete impersonato da Alberto Sordi voleva concedere ai due massoni condannati a morire e che avevano rifiutato i suoi servizi nel film: «L’anno del Signore». Ma il problema che preclude la richiesta del perdono nel mondo moderno è il fatto che le persone vivono in un mondo punteggiato da stress continui in cui devono contenersi e la famiglia o una relazione intima diventa l’unico rifugio dove possono sfogare i loro malumori. Il caso di Peter è un esempio tipico di misplaced anger (rabbia sfogata su qualcun che non è l’oggetto del proprio risentimento). Chiedere e concedere il perdono nel mondo moderno richiede due tappe importanti: la prima ovviamente è riconoscere di aver fatto del male a una persona. La seconda è cercare di capire insieme e lavorare insieme per superare lo stress ambientale, che è un prodotto dell’abbandono di un linguaggio comune basato sulla stessa fede e dove le persone circostanti vengono percepite come potenziali nemici invece che potenziali alleati.

Lodovico Balducci

 

Gli diede e ne ricevette il bacio di pace

Il volto e il contegno di fra Cristoforo disser chiaro agli astanti, che non s’era fatto frate, né veniva a quell’umiliazione per timore umano…Quando vide l’offeso, affrettò il passo, gli si pose inginocchioni ai piedi, incrociò le mani sul petto, e, chinando la testa rasa, disse: – io sono l’omicida di suo fratello. Sa Iddio se vorrei restituirglielo a costo del mio sangue; ma, non potendo altro che farle inefficaci e tarde scuse, la supplico d’accettarle per l’amor di Dio -….Il gentiluomo, che stava in atto di degnazione forzata, e d’ira compressa, fu turbato da quelle parole; e, chinandosi verso l’inginocchiato, – alzatevi, – disse, con voce alterata: – l’offesa… il fatto veramente… ma l’abito che portate… non solo questo, ma anche per voi… S’alzi, padre… Mio fratello… non lo posso negare… era un cavaliere… era un uomo… un po’ impetuoso… un po’ vivo. Ma tutto accade per disposizion di Dio. Non se ne parli più… Ma, padre, lei non deve stare in codesta positura -. E, presolo per le braccia, lo sollevò. Fra Cristoforo, in piedi, ma col capo chino, rispose: – io posso dunque sperare che lei m’abbia concesso il suo perdono! E se l’ottengo da lei, da chi non devo sperarlo? Oh! s’io potessi sentire dalla sua bocca questa parola, perdono!

– Perdono? – disse il gentiluomo. – Lei non ne ha più bisogno. Ma pure, poiché lo desidera, certo, certo, io le perdono di cuore, e tutti…

– Tutti! tutti! – gridarono, a una voce, gli astanti…. Il volto del frate s’aprì a una gioia riconoscente, sotto la quale traspariva però ancora un’umile e profonda compunzione del male a cui la remissione degli uomini non poteva riparare. Il gentiluomo, vinto da quell’aspetto, e trasportato dalla commozione generale, gli gettò le braccia al collo, e gli diede e ne ricevette il bacio di pace…. – Padre, gradisca qualche cosa; mi dia questa prova d’amicizia -. E si mise per servirlo…; ma egli, ritirandosi, con una certa resistenza cordiale, – queste cose, – disse, – non fanno più per me; ma non sarà mai ch’io rifiuti i suoi doni. Io sto per mettermi in viaggio: si degni di farmi portare un pane, perché io possa dire d’aver goduto la sua carità, d’aver mangiato il suo pane, e avuto un segno del suo perdono -…. E venne subito un cameriere portando un pane sur un piatto d’argento, e lo presentò al padre; il quale, presolo e ringraziato, lo mise nella sporta. Chiese quindi licenza; e, abbracciato di nuovo il padron di casa, partì.

Il fratello dell’ucciso, e il parentado, che s’erano aspettati d’assaporare in quel giorno la trista gioia dell’orgoglio, si trovarono in vece ripieni della gioia serena del perdono e della benevolenza…… Partita la compagnia, il padrone, ancor tutto commosso, riandava tra sé, con maraviglia, ciò che aveva inteso, ciò ch’egli medesimo aveva detto; e borbottava tra i denti: – diavolo d’un frate! se rimaneva lì in ginocchio, ancora per qualche momento, quasi quasi gli chiedevo scusa io, che m’abbia ammazzato il fratello…

Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, cap 4

Giovanni de Gaetano

 

La colpa e il perdono

Perdono è una di quelle parole che fa il paio con vergogna. Semplicemente è a rischio estinzione perché presuppone un’attitudine morale che scarseggia nella società contemporanea. Il perdono infatti presuppone il riconoscimento di una colpa o di un atteggiamento moralmente discutibile. Nella società asservita al relativismo è raro che il senso di colpa, o la percezione di aver perpetrato un’ingiustizia, trovi spazio per esprimersi e sfociare poi nella richiesta di perdono. Tutto è concesso perché l’ombra è uguale alla luce, il bianco al nero, e il bene al male. In un mondo in cui la moralità dell’individuo prima e della società poi hanno perso il loro valore orientativo, è davvero difficile che ci si imbatta nell’esperienza impegnativa del perdono. Anche quando il senso di colpa fa capolino, capita che sfoderiamo la lista delle mille scusanti e attenuanti. L’assenza del desiderio di perdono è dopotutto assenza di responsabilità delle azioni che commettiamo e delle omissioni che perpetriamo.

Marialaura Bonaccio

Le riflessioni della domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

10 SETTEMBRE 2017

 

Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro (Mt 18,15-20).

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”.

 

Per quale motivo noi siamo riuniti nella Chiesa? Che cosa significa essere riuniti nel nome di Cristo? Quante volte nella storia cristiana in nome di Dio si sono commessi i più efferati delitti contro la dignità dell’uomo! Essere riuniti nel suo nome non è una condizione formale all’interno della quale poi metterci tutto ciò che vogliamo, ma è una condizione sostanziale: solo, cioè, se si fa ciò che Gesù ci chiede di fare, siamo riuniti nel suo nome, siamo Chiesa (letteralmente assemblea convocata da Lui), altrimenti possiamo essere tutto, ma non Chiesa: magari un’associazione filantropica, una holding finanziaria, un partito politico e forse qualche volta un’associazione a delinquere ma non chiesa. La chiesa non è data solo dal rispetto formale dei ruoli, quando abbiamo una gerarchia e un popolo di battezzati, ma è data dall’obbedienza alla volontà di Gesù Cristo che manifesta a sua volta la volontà del Padre. Ecco perché lo stile dice la chiesa: quando non si esclude ma si ha la pazienza di andare incontro all’altro, soprattutto quando sbaglia, senza avere la pretesa di imporre il proprio punto di vista, ma mettendosi in ascolto, si fa la volontà di Dio. Il triplice passaggio dal singolo ai testimoni e alla comunità non è da intendere come i tre gradi di giudizio in un tribunale, ma piuttosto come richiesta di aiuto a comprendere con l’aiuto dei fratelli il punto di vista dell’altro, perché da solo potrei avere dei pregiudizi che non mi permettono di accogliere realmente l’altro. Alla fine se non ho capito devo trattare l’altro con ancora più delicatezza perché se è come il pagano e il pubblicano e non appartiene più al gruppo, diventa di nuovo destinatario di evangelizzazione. Essere uniti nel suo nome significa in fondo agire nell’ottica della gratuità perché questo è il nome di Dio (agàpe) che Gesù ci ha rivelato.

Michele Tartaglia

 

Se non siamo coscienti del male la redenzione è impossibile

Alcuni anni fa ho conosciuto una madre sventurata che nel fare retromarcia ha investito il figlio dodicenne che è rimasto permanentemente tetraplegico. La povera donna non ne aveva nessuna colpa: il ragazzino che giocava a pallone nel giardino si è inserito nella traiettoria della macchina. Nonostante questo la madre ha passato il resto della vita desiderando di fare espiazione in quanto la riparazione del danno era impossibile. Non ne aveva colpa, ma aveva coscienza di avere causato involontariamente un danno irreparabile e ne sentiva rimorso e sperava in qualche modo di pagare con la propria sofferenza i risultati del suo atto. Nella chiesa in cui siamo cresciuti si insisteva sulla volontarietà del peccato, ma in realtà che il danno che causiamo a noi stessi e agli altri con le nostre azioni sia volontario o meno non ha nessuna importanza: il danno resta. Siamo capaci di far male anche quando lo facciamo come si dice a buon fine: l’onestà di un amante che dice all’altro/a che si è sbagliato/a sui propri sentimenti è commendabile ma fa male. Quando Giovanni Battista e Gesù ci dicono di pentirci dei nostri peccati ci invitano a prendere coscienza del male che abbiamo fatto e che abbiamo la possibilità di fare, un male che sia volontario o no esige riparazione e espiazione, perché non siamo paralizzati dal rimorso o perché rinunciamo ad ogni sentimento di umanità per sfuggire al rimorso, che adottiamo un cuore di pietra, come suggerisce Ezechiele (36.26) che diventiamo sepolcri imbiancati. Questa è la natura della redenzione; se non siamo coscienti del male, la redenzione è impossibile. Dio-o i fratelli-non possono perdonarci perché rappresenterebbe una violazione della nostra libertà.

Nel vangelo di oggi Gesù ci incoraggia a rivelare ai nostri fratelli credenti il male che hanno causato perché possano gioire della redenzione, il dono di Gesù. San Giovanni XXIII ci aveva invitato a distinguere il peccato dai peccatori. Il male è un fatto obiettivo che distrugge l’equilibrio personale e morale, l’autore del male, il peccatore, può non esserne cosciente e perciò nessuno deve fargliene una colpa, secondo il precetto ripetuto più volte da Gesù (Nolite judicare). Pero, nel mondo moderno il male stesso viene messo in dubbio. Viene attribuito al DNA, alla biochimica cerebrale nella illusione di poterlo conquistare con la scienza e la tecnologia. Evidenziare il peccato è differente dall’accusare il peccatore: è la strada per riacquistare un cuore umano al posto di quello di pietra ed essere capaci di accettare la nostra redenzione. Non posso fare a meno a questo punto di sottolineare come Papa Francesco abbia messo il male in prospettiva: lasciare che gli emigranti muoiano nell’adriatico o nel deserto dell’Arizona, rifiutare di sfamare i miliardi di affamati del mondo mentre il grano imputridisce nei nostri granai è un peccato altrettanto grave e molto più ripugnante dell’aborto.

Lodovico Balducci

 

Famiglia piccola chiesa

Dominus vobiscum, Il Signore sia con voi…A questo augurio bellissimo che il sacerdote ripete più volte durante la liturgia, rispondiamo Et cum spiritu tuo, E con il tuo spirito. Dovremmo invece rispondere: E sia con te, insieme a noi. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro. Ricordo un libretto di Carlo Carretto che negli anni Sessanta circolava quasi clandestinamente negli ambienti cattolici dell’epoca pre-conciliare. Si intitolava “Famiglia piccola chiesa”. Diceva sostanzialmente che la famiglia era il luogo privilegiato dove Cristo stava in mezzo agli uomini, se la famiglia era un luogo e un contesto di condivisione. Si poteva anche capire tra le righe (il pudore prevaleva…) che due sposi che facevano l’amore rendevano Cristo presente in modo reale ma non visibile, come era avvenuto ai due discepoli di Emmaus. (A questo proposito ho sempre pensato che i due di Emmaus fossero una coppia di sposi, fidanzati, amanti, che tornavano da Gerusalemme a casa loro. Ed era proprio a casa loro, piccola chiesa, mentre mangiavano insieme, che Cristo si era rivelato pienamente). Questo bisognerebbe dire oggi agli sposi, ai fidanzati, alle coppie che si amano sinceramente (senza chiedere la loro carta d’identità): non cercate momenti di spiritualità, di preghiera, di riflessione se non nel vostro amore, nel vostro farvi luogo privilegiato della presenza di Cristo. Una presenza impegnativa, perché chiede di modellare il cielo secondo gesti d’amore e di odio nella vita quotidiana (legare e sciogliere). È questo il modo in cui si realizza il Regno del Padre nostro che è nei cieli.

Giovanni de Gaetano

 

L’identità della persona e la comunità dei fratelli

Il vangelo di oggi ricorda la celeberrima massima di Aristotele secondo cui l’uomo è un animale sociale. Il che non significa uscire e mangiare insieme, non solo almeno. Per la filosofia, e poi per la psicanalisi, l’identità di una persona si costruisce solo ed esclusivamente nella comunità che, pur essendo un concetto di insieme, di fatto facilita la creazione delle singole individualità. E questo brano sembra andare nella stessa direzione, riconoscendo che l’identità del cristiano non può prescindere dagli altri. La persona che abbraccia la fede cristiana realizza la sua identità (coscienza) nel rapporto con le altre persone, che però non considera solo come altre identità, bensì come fratelli. La fratellanza ha un significato ben diverso e distinto da altri tipi di relazioni. Significa riconoscere l’altro come partecipe di una sfera intima comune, un legame che va al di là del patto di convenienza che contraddistingue altre forme di aggregazioni sociali. Considerare gli altri come fratelli significa rapportarsi all’altro in maniera empatica, ben consapevoli di condividere non solo il pane, ma anche una fetta di cielo, a cominciare beninteso da questa terra.

Marialaura Bonaccio