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Archive for Mese: agosto 2017

Le Riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

27 AGOSTO 2017

 

Voi chi dite che io sia? (Mt 16,13-20).

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

 

La persona di Gesù è oggetto da secoli di continue indagini. Oggi più che mai il settore che si occupa di questo tipo di ricerca è floridissimo, nonostante la fede ufficiale delle chiese appaia sempre più in crisi. Se l’oggetto della fede è in crisi, il personaggio Gesù riscuote interesse continuo, anche se spesso viene frainteso. La differenza tra l’interesse per lui e la fede in Lui sta in ciò che produce nella vita di chi sceglie l’opzione fede (senza necessariamente escludere quella della ricerca storica e dell’interesse “umano” riguardo a Lui): l’adesione nella fede cambia la prospettiva della propria vita non rivolta solo a studiare un personaggio ma ad assumere su di sé il suo progetto e i suoi valori. Gesù non dice a Pietro che sarà gestore di un potere, ma che farà nella sua vita ciò che Gesù sta facendo nella sua: legare il male e liberare le persone perché possano vivere e vivere nella pienezza. Non a caso lo stesso mandato dato a Pietro più avanti sarà dato a tutta la comunità (18,18-20). Pietro diventa così l’emblema di colui che accoglie Gesù nella fede: è trasformato (anche se potrà ancora tradirlo e rinnegarlo tante volte!) per diventare sempre più simile a Lui nel prendersi carico dell’umanità sofferente, perché il male non prevalga, ma sia sconfitto dal servizio dei discepoli. La forza di Pietro non starà nel dire a parole che Gesù è il Cristo (ordina di non dirlo a nessuno) ma nel concretizzare nei fatti che Lui è il suo Signore, non i dominatori di questo mondo che possono ricattarlo e spingerlo al silenzio connivente con il male, magari sostituendo la missione affidata da Gesù con una forma rassicurante di religione e riti, diventando nella storia emblema di potere assoluto. È questo infatti il problema dell’interpretazione dogmatica di queste parole: fare di Pietro (e dei suoi successori) i detentori di un potere terreno piuttosto che i seguaci fedeli delle orme impolverate del loro Maestro. Se la chiesa oggi si sta maggiormente riavvicinando al suo Maestro (anche se ancora deve fare molti passi!) non è poi un grande dramma!

Michele Tartaglia

 

La fede di chi crede con il cuore

Sono convinto che san Pietro e tutti gli apostoli avevano sentito parlare del Cristo e del “giorno del signore” ma non ne apprezzavano il significato (anche se S. Giovanni avrebbe sostenuto che lui e solo lui sapeva di cosa parlavano). Ma a differenza dei dotti, gli scribi, i sacerdoti e i leviti che avevano passato la vita a predire l’avvento del messia, Pietro e gli altri lo avevano riconosciuto, avevano capito che Gesù era più di un profeta, era un rappresentante di Dio che poteva ordinare e agire nel suo nome, in qualche modo era una manifestazione umana di Dio. Questo mi porta ancora una volta a celebrare la fede delle persone che non si preoccupano di costruirne i contenuti intellettuali perché hanno una visione immediata viva e indescrivibile della divinità. Queste sono le persone che hanno permesso alla fede cristiana di radicarsi e di propagarsi. Ricordo molto bene come nei momenti più accesi della rivoluzione studentesca parlavamo con disprezzo delle «vecchiette che biascicano il rosario e altre preghiere latine senza comprenderne il significato). In realtà noi ci allontanavamo dalla fede con i nostri giochi intellettuali mentre le vecchiette col loro latino maccheronico esprimevano veramente l’amore di Dio, lo mantenevano vivo perché noi lo trovassimo quando fossimo disposti ad ascoltarlo. Come dice S. Paolo ognuno ha i suoi doni, la spontaneità non è uno dei miei mentre l’intellettualismo è il mio cavallo di battaglia. Ma alla fine è proprio l’esperienza razionale che mi conduce a invidiare le persone che hanno incontrato Dio nella loro vita. Per me l’incontro è solo possibile attraverso di loro.

Lodovico Balducci

 

Ma tu, chi dici che sia il Cristo?

Penso di non voler commentare direttamente questo brano evangelico che tanta discussione e tante dispute ha generato tra i seguaci di Gesù, per visioni discordanti non tanto circa la sua figura, quanto su quella di Pietro e del “potere delle chiavi”. Forse, in questa fine di vacanze, potrebbe essere un esercizio, diciamo così, divertente e istruttivo, chiedere a bruciapelo, ai nostri amici o parenti, ai nostri vicini di tenda o di ombrellone, ma soprattutto a noi stessi: “Ma voi, chi dite che sia il Cristo?”. Non certo per un’indagine epidemiologica o demoscopica, ma per metterci come dinanzi a uno specchio: chiederci oggi chi è il Cristo, cosa è per noi, è come chiederci “chi siamo noi, chi sono io?”. Perché l’intensità o la superficialità, la consapevolezza o il retaggio culturale, l’abitudine clericale o il dubbio agnostico con i quali ci rapportiamo o meno all’immagine di Cristo, rivela molto del senso che diamo alla nostra vita, della visione che abbiamo del mondo e della politica, dei migranti libici e dei caporali pugliesi, della ricchezza e della povertà, del bene e del male. Forse scopriremo che Cristo è ancora fermo a Eboli, forse, come l’Aretin poeta tosco, ci scuseremo col dir “non lo conosco”, mentre rifiutiamo di sorridere al Vucumprà che cerca di piazzarci un vestitino indiano, forse ci vergogneremo di porre la domanda stessa come inadatta e fuori tempo, forse parleremo di croce e di sacrificio…Ma se qualcuno risponderà che Cristo è sinonimo di Amore, allora non avremo perduto il nostro tempo.

Giovanni de Gaetano

 

La meta e il cammino

C’è un passaggio nel vangelo di oggi che mi sembra particolarmente significativo. “Perché né carne né sangue te lo hanno rivelato”. Questa frase, quasi nascosta, sembra suggerire l’incapacità delle forme tradizionali di conoscenza di spiegare l’uomo e la sua essenza. Le scienze naturali arrivano fino a un certo punto, ma la vera essenza dell’uomo ce la rivelano altre forme di conoscenza. È l’Essere che si sposta continuamente sulla linea dell’orizzonte e che ci fa muovere senza mai essere raggiunto. Il filosofo Heidegger sosteneva che in realtà non conosciamo alcuna meta, ma siamo soltanto in cammino. Un cammino in cui i sistemi di conoscenza ereditati dal positivismo sono solo costrutti umani, che potenzialmente potrebbero non avere nulla a che fare con la verità delle cose. Dopotutto non siamo certi di conoscere la natura (delle cose e dell’uomo) ma conosciamo solo le risposte che la natura offre alle nostre domande.

Marialaura Bonaccio

Le Riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

23 AGOSTO 2017

 

Nei giorni scorsi, una nostra lettrice argentina, nonché amica di vecchia data, ci ha scritto chiedendoci di occuparci di ciò che sta avvenendo in Venezuela. Perché è vero, le vittime del potere non sono solo quelle che attraversano il Mediterraneo ma sono ovunque il potere si esercita senza alcun interesse per la vita delle persone.

 

 

Cari Amici e Amiche,

Nelle settimane passate ci siamo occupati di dare risalto alla sofferenza delle persone vicino a noi e che rappresentano la voce di Gesù sulla terra, come Gesù stesso ci ha ricordato più volte, soprattutto nel sermone della montagna. Come Papa Francesco insiste a dire, dobbiamo vedere Cristo negli emigranti che cercano di raggiungere l’Europa o gli Stati Uniti con viaggi perigliosi in cui molti di loro, se non la maggioranza perdono la vita. Abbiamo ribadito con entusiasmo che quando li ignoriamo, ignoriamo Cristo stesso che chiede il nostro aiuto, ci rifiutiamo di dare quella ciotola d’acqua che ci può conquistare l’appartenenza al regno di Dio, e soprattutto che può rappresentare il prezzo della nostra redenzione e quella dei nostri cari. Nelle stesse righe abbiamo ribadito la nostra critica dei moderni dottori della legge che usano il cristianesimo per mantenere la schiavitù di altri esseri umani, come i cristiani conservatori e fondamentalisti americani, o che hanno fondato una religione parallela in cui la divinità è il potere del denaro, della scienza, della tecnologia, della cultura, del sesso e chi più ne ha più ne metta.

Oggi vogliamo ricordare che esistono altri poveri, altre figure di Cristo che patiscono in nome della loro fede e che pure sono vittime di quel potere che è alla base del peccato originale, col quale l’essere umano cerca di impadronirsi della creazione e sottrarla al disegno di Dio. Ci riferiamo ai cristiani perseguitati nei Paesi musulmani e nei Paesi in cui dittature di un marxismo malinteso hanno identificato il cristianesimo come il nemico del popolo. Vogliamo soffermarci in particolare sulla situazione del Venezuela, dove un sommo sacerdote, circondato dai suoi “dottori della legge”, dai suoi sacerdoti di Bal (quelli che Elia ha ucciso sul monte Tabor e che sostenevano l’infame Gezabel), priva milioni di persone dei servizi più necessari, come il trattamento di comuni malattie. In Venezuela bambini e adulti muoiono per un attacco di asma, se le madri o i parenti non riescono a raggiungere in tempo, a piedi, la Colombia (o altri Paesi limitrofi) per comperare le medicine necessarie a trattare questa malattia e a trovare i soldi per pagarle. Altri muoiono di fame, perché i negozi sono vuoti e l’inflazione è al 700%. Infine, sacerdoti cattolici e suore sono perseguitati come “nemici del popolo” e costretti a nascondersi e a nascondere il loro messaggio di speranza a una popolazione già così provata.

Avendo vissuto tutta la vita nel mondo occidentale e capitalista, abbiamo potuto constatare di persona la crudeltà del capitalismo, ma non vogliamo né dobbiamo dimenticare che questa crudeltà è tipica di ogni forma di potere esercitato per sopprimere gli altri invece di servirli, come Cristo. In realtà il messaggio cristiano è molto semplice: siamo qui per servire gli uni gli altri secondo il disegno di Dio e questo disegno è che ognuno di noi accetti di migliorare il mondo, pagando i debiti lasciati in sospeso da altri e da noi stessi. Il potere in tutte le sue forme è l’incarnazione del male come ha ricordato in tutta la sua opera Pier Paolo Pasolini, che preferiva Don Milani a Papa Giovanni (che pure amava) perché’ Milani aveva rifiutato ogni forma di potere. Infatti nel suo libro “Esperienze pastorali” Milani aveva denunciato senza esitazione le rivoluzioni proletarie. Diceva a Pipetta, uno dei suoi amici lavoratori: “ti posso aiutare ad assalire la reggia del ricco e a buttarne giù i cancelli, ma quando ti ci sarai insediato, tornerò nella mia casupola e pregherò per te perché’ non diventi tu stesso un altro ricco.” Questo è quanto è successo a Maduro, ai Castro, a Stalin e a tutti i dittatori di sinistra come di destra, e anche al popolo quando diventa una massa infuriata, assetata di potere. Pasolini ha ripreso Ibsen quando ha affermato: “la maggioranza delle persone ha sempre torto!”

Nessun uomo è un’isola…non mandare a chiedere per chi suona la campana a morto: essa suona per te!

 

Lodovico Balducci

Giovanni de Gaetano

Marialaura Bonaccio

Michele Tartaglia

Le Riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

20 AGOSTO 2017

 

Davvero grande è la tua fede (Mt 15,21-28).

In quel tempo, partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. Ed ecco una donna Cananea, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: “Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio”. Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i discepoli gli si accostarono implorando: “Esaudiscila, vedi come ci grida dietro”. Ma egli rispose: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele”. Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: “Signore, aiutami!”. Ed egli rispose: “Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini”. “È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. Allora Gesù le replicò: “Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri”. E da quell’istante sua figlia fu guarita.

 

Una delle prove dell’affidabilità dei vangeli è data dal fatto che in essi si raccontano non solo cose positive su Gesù ma anche cose molto imbarazzanti. Il fatto che nel vangelo di Matteo dove alla fine il Risorto invia i discepoli a tutti i non ebrei ci sia un episodio come questo, ci dice che chi ha scritto il vangelo non ha voluto assolutamente nascondere il fatto che Gesù ha fatto resistenza nel compiere miracoli verso una donna non ebrea, con la convinzione che lui era stato mandato solo agli ebrei e che i pagani dovessero essere chiamati “cani”, in un modo alquanto dispregiativo. Se gli evangelisti avessero voluto presentare in modo accattivante a dei pagani il loro maestro, avrebbero certamente taciuto questo episodio. Invece proprio questa donna e la sua richiesta rappresentano una delle pietre miliari della storicità dei vangeli e ci insegnano che anche Gesù ha dovuto rivedere le sue convinzioni. Era orgoglioso della sua appartenenza al popolo eletto, come i suoi contemporanei ebrei ed era cresciuto nella convinzione che quel popolo avesse un rapporto privilegiato con Dio. Probabilmente prima di quell’incontro il suo interesse era stato solo quello di ricucire le divisioni all’interno del popolo, in modo che i peccatori e i malati non fossero trattati come figli rinnegati di Abramo. L’incontro con una donna di cultura e lingua diversa, che non ha avuto timore di insistere per ottenere la guarigione della figlia, ha fatto fare a Gesù quel salto di qualità nella comprensione di un Dio che ama realmente tutti, senza distinzione di razza e religione e ha posto le basi per l’annuncio della comunità cristiana successiva. Questo racconto dovrebbe diventare il modello per insegnare alla chiesa a non temere le novità che ci vengono incontro e dovrebbe essere indicato come criterio per l’atteggiamento di società e partiti che si dicono cristiani nei valori e nell’identità ma poi negano i diritti a tutti quegli stranieri che stanno raccogliendo le nostre briciole.

Michele Tartaglia

 

Dio ha bisogno degli uomini

Siamo nel 1950. Quando Padre Vittorino, il parroco di Predappio, ha rifiutato il funerale religioso al padre di Edda, perché’ si era suicidato. Edda, una campagnola diciannovenne che sapeva scrivere a malapena e che aveva dovuto tirar giù il corpo di suo padre dal soffitto dove si era impiccato, ha preso due stecche di legno, ne ha fatto una croce rudimentale e con quella ha preceduto al cimitero la bara di suo padre. Si può certo dire che Edda è stata una profetessa che ha anticipato di 70 anni il messaggio di papa Francesco, al tempo quando la Chiesa ufficiale era occupata a scomunicare i comunisti, a proteggere i criminali nazisti e a condannare i preservativi! Ha dato una lezione di cristianesimo a Padre Vittorino e agli altri pastori della Chiesa. Forse ha dato una lezione a Dio stesso. Il primo insegnamento del Vangelo di oggi è che quando trascuriamo di ascoltare gli emigranti che cercano di salvare i loro bambini dalla fame e dalla violenza, trascuriamo di ascoltare la voce di Dio, anche se gli emigranti sono musulmani o induisti. Una donna cananea, un cane, come Gesù stesso l’ha definita (gli Ebrei chiamavano “cani” i cananei) ha rivelato al mondo, e a Gesù stesso, la portata del messaggio di Gesù’ che era ancora confuso riguardo alla destinazione della sua missione. È vertiginoso pensare che se quella povera donna non si fosse umiliata per amore della figlia a insistere a chiedere la grazia, nonostante l’offesa (anche i cani mangiano delle briciole della mensa dei padroni) forse noi “gentili” non avremmo mai avuto la possibilità di conoscere Gesù e avremmo continuato ad adorare gli “dei falsi e bugiardi,” che molti di noi adorano ancora (il potere proteiforme che include il denaro, la tecnologia, la patria, l’istruzione sterile e condiscendente).  Il secondo messaggio di questo straordinario brano evangelico è che “Dio ha bisogno degli uomini”, come ha intitolato Delannoy il suo film. Se guardiamo i fatti è stata una donna pagana ad aprire gli occhi di Gesù. Quando pensiamo alle conversazioni notturne che Dio ha con il Padre/Madre, pensiamo all’adorazione e ad estasi mistiche, ma nessuno ci impedisce di pensare che il Figlio racconti al Padre/ Madre le esperienze del giorno e insieme crescano, istruiti dagli uomini.

Lodovico Balducci

 

Se Gesù cambia idea potremmo farlo anche noi

Mi piace questo Gesù che acquisisce gradualmente consapevolezza della sua missione e allarga le prospettive del suo messaggio di salvezza spirituale e materiale: ha già fatto un passo avanti dedicandosi alle “pecore perdute” della casa d’Israele, ma finora è rimasto nell’ambito della tradizione culturale e religiosa del suo popolo. I discepoli (i quali, come spesso accade nei vangeli, non fanno una gran bella figura, chiedendo al Maestro di esaudire la donna solo per togliersela dai piedi…) offrono comunque a Gesù l’occasione di un ripensamento e la donna stessa gli apre definitivamente il cuore e la mente verso i lontani e gli ultimi, quegli ultimi che poi egli stesso chiamerà addirittura beati. Se Gesù ha cambiato idea, come facciamo noi a mantenere i nostri punti di vista, a dichiararli “non negoziabili”, a trascurare le persone in nome dei princìpi? La Repubblica Italiana non è nata certo per soccorrere i migranti del Mediterraneo, ma forse una rilettura umile del vangelo odierno farebbe bene a tutti, ministri, capipopolo, giornalisti, scafisti, ONG, Marina militare, Commissione Europea…Lasciamo almeno che i migranti mangino le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni!

Giovanni de Gaetano

 

In dialogo con il divino

Il vangelo di oggi è interessante per due aspetti. Per prima cosa, mette a segno un colpo contro la teoria dell’immutabilità del divino, mostrando al contrario come nel cristianesimo Dio sia in costante dialogo con l’uomo. Gesù cambia idea, accoglie le parole della donna che lo spingono a rivedere la sua posizione iniziale. Gli uomini sono attori, non comparse. Certo, anche Dio cambia idea con Abramo, ma in quell’episodio il ribaltamento del finale era ampiamente previsto.

E se il divino è in dialogo, allora non può non esserlo anche la stabilità dei principi che regolano la nostra vita. Ecco il secondo aspetto interessante di questo vangelo. Per quanto necessari a dettare il passo della nostra condotta, emerge la necessità di adattare i principi alle circostanze che di volta in volta si delineano nello scenario della vita. Certo, il rischio di precipitare nel relativismo è alto, ma qui si tratta di stabilire la supremazia dell’intelletto umano che ha bisogno di direttrici ma soprattutto necessita di uno spazio di libertà che dopotutto non possiamo che affidare al buonsenso di ciascuno di noi.

Marialaura Bonaccio

Le Riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

13 AGOSTO 2017

 

Non abbiate paura (Mt 14,22-33).

Dopo che la folla ebbe mangiato, subito Gesù ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù. La barca intanto distava già qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario. Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare. I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: “È un fantasma” e si misero a gridare dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro: “Coraggio, sono io, non abbiate paura”. Pietro gli disse: “Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque”. Ed egli disse: “Vieni!”. Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma per la violenza del vento, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: “Signore, salvami!”. E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”. Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: “Tu sei veramente il Figlio di Dio!”.

 

I discepoli hanno vissuto l’esperienza della moltiplicazione dei pani. Ora però sono soli ad affrontare le avversità del mare. Non riconoscono subito Gesù che cammina su di esso, hanno dimenticato il suo potere e la sua forza. Anche quando Gesù dice di non temere essi sono ancora ripiegati su se stessi, pensano di dover poggiarsi solo sulle loro forze, magari sulla loro esperienza di pescatori abituati ad affrontare le tempeste del lago di Galilea. La domanda di Pietro diventa una sfida che Gesù accetta perché si serve anche della nostra sfrontatezza per educarci. Pietro però non è capace di andare fino in fondo, così come accadrà durante la passione in cui dopo la sfacciata assicurazione di seguire Gesù fino alla fine, lo rinnegherà tre volte. Ma Gesù non si stanca di riprovare con Pietro e con gli altri, che saranno inviati di nuovo da Lui dopo la risurrezione. L’immagine della barca che naviga nella tempesta senza Gesù è simbolo di una chiesa che vuole contare solo sulle proprie forze e capacità, che spesso sfida il Signore ad assecondare le proprie richieste senza però trarne le dovute conseguenze, cioè fidarsi veramente di Lui. Ed ecco che si sviluppano piani pastorali, studi sulla crisi di fede del popolo, strategie di comunicazione aggressive e fascinose. Tutto perché si pensa che è la nostra bravura, la nostra esperienza pastorale, la nostra preoccupazione per conservare le strutture a garantire la continuità dell’annuncio. Senza sapere che l’unica cosa che conta dovrebbe essere questa domanda: sentiamo di avere con noi il Signore che ha vinto il male e la morte oppure pensiamo di dover contare solo sulle nostre forze perché vediamo Gesù solo come un fantasma del passato? Ma se questo fosse vero perché mai dovrebbe continuare ad esistere la chiesa?

Michele Tartaglia

 

Dio si offre per soffrire insieme a noi il processo della creazione

Pochi giorni fa, qui in Florida, un gruppo di adolescenti ha ripreso con il cellulare un nero che stava affogando in uno stagno e invece di cercare di aiutarlo, hanno continuato a sghignazzare fino a quando è scomparso. Il vangelo di oggi mi ricorda questo episodio: prima Gesù si esibisce nel camminare sulle acque, poi invita Pietro a imitarlo e lo guarda sprofondare, prima di dargli una mano. Indubbiamente ci sono episodi sia del nuovo che del vecchio testamento che ci sconcertano, anche se in genere troviamo una spiegazione che tranquillizza la nostra coscienza e soprattutto non disturba la nostra concezione di un Dio che non può fare il male. Nell’uomo Gesù Dio si mostra impulsivo, rabbioso, capriccioso e parziale (come San Pietro, io non sono mai riuscito a digerire la relazione speciale di Gesù con San Giovanni). Buon sangue non mente: il Padre ha chiesto ad Abramo di sacrificare Isacco e di sterminare i suoi nemici, inclusi i bambini; il Figlio si prende gioco di un sempliciotto come Pietro e vaticina la distruzione del Tempio di Gerusalemme e la condanna di coloro che non l’hanno ascoltato. Qual è il messaggio di questi episodi, se li prendiamo in senso letterale? Il primo sicuramente è che non possiamo comprendere Dio, ma possiamo solamente affidarci a lui (state contenti umana gente al quia, che se possuto aveste saper tutto, mestier non era parturir Maria). Un altro modo di vedere le cose è che questo processo che noi chiamiamo incomprensibile o capriccioso, è il processo stesso della creazione, il processo penoso di estrarre la verità dal niente. Per farsi perdonare di aver chiesto il sacrificio di Isacco, Dio offre il suo unico Figlio (con il consenso del Figlio); per farsi perdonare di avere attentato alla vita di Pietro, Gesù più tardi gli laverà i piedi e si offrirà come cena. La redenzione dell’uomo può essere una riflessione della redenzione di Dio, che si offre per soffrire insieme a noi il processo della creazione.

Lodovico Balducci

 

Pregare per i defunti ormai non è più una virtù

Dal terrazzo dell’appartamento dove in questo periodo trascorro qualche giorno di vacanza al mare, ho assistito con dolore alla morte per annegamento di un signore cinquantenne. Ci sono stati diversi Cristi che si sono gettati in acqua o sono accorsi in suo soccorso con un pattino, ma, malgrado l’arrivo dell’elicottero del 118 e quasi un’ora di tentativi di rianimazione, hanno dovuto arrendersi. Nessuno aveva chiesto al malcapitato bagnante se sapeva nuotare o se aveva mangiato prima di bagnarsi in un mare da bandiera rossa. Alcuni soccorritori hanno dovuto essere soccorsi a loro volta, così che la tragedia è stata, per così dire, limitata. È stato un esempio spontaneo, gratuito di solidarietà. Forse un momento di imprudenza, forse un malore, certo è che la persona annegata era in quel mare per una scelta di riposo e di vacanza, conclusa tragicamente. Non posso non pensare alle migliaia di persone che a poche decine di metri da una costa che avevano sognato, inseguito, cercato disperatamente, concludono tragicamente, annegando, il loro sogno di una vita migliore. Non possiamo leggere il vangelo di oggi senza pensare ai migranti, a quel popolo, di molte nazioni, identificato dalla tragedia comune della fuga dalla guerra, dalla violenza, dalla fame, dalla siccità, dallo sfruttamento coloniale, dalla miseria endemica. Non possiamo tollerare che essi non ci siano per noi, fermarli sulle zattere e sui barconi prima che arrivino, ostacolarne con le armi e con i “codici” l’approdo, rimandarli in terre di prigionia che non sono la loro patria, aiutarli a casa loro, cioè a restarsene e a morire nei loro inferni, finché non verrà il momento delle commemorazioni o addirittura delle negazioni. A Lampedusa e Lesbo, Papa Francesco ha squarciato la cortina dell’omertà e ha posto la questione politica e morale della risposta da dare a questa grande tragedia del nostro tempo, quella delle migrazioni di massa. Pregare per i defunti ormai non è più una virtù.

Giovanni de Gaetano

 

La paura e le leggi della fisica

Per credere veramente, l’uomo ha bisogno di vedere. Pietro chiede a Gesù una prova concreta, tangibile che lui sia realmente chi sostiene di essere e che sia in grado di fare cose straordinarie. E per questo vuole una prova fisica, la parola non gli basta. Ciò che chiede è che l’equilibrio fisico che tiene insieme la natura venga spezzato. Per lui, questo è sufficiente per credere.

Pietro non chiede “fammi diventare una persona migliore e io avrò fede in te”. No, lui vuole assistere allo stravolgimento delle leggi fisiche. Ma quando viene accontentato è talmente sconvolto che nemmeno in quel momento riesce totalmente a fidarsi, tant’è che dubita e rischia di annegare. Tuttavia è proprio allora che in lui si affaccia la fede. “Salvami”, grida rivolgendosi a Gesù. Non crede mentre sfida le forze della fisica, ma crede quando sente che la sua vita è seriamente compromessa. È quello il momento in cui le categorie che guidano la nostra conoscenza e le nostre scelte si dissolvono come cera al sole. Quando abbiamo paura o siamo disperati vacillano tutte le nostre certezze e siamo molto più pronti ad estendere la sfera delle possibilità che mere leggi fisiche ci avevano impedito di considerare fino ad allora.

Marialaura Bonaccio