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Archive for Mese: luglio 2017

Le riflessioni della Domenica

 

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

23 LUGLIO 2017

 

Lasciate che l’uno e l’altra crescano insieme (Mt 13,24-30).

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola: “Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio”.

 

 

L’idea che Gesù vuole comunicare ai suoi discepoli è che non devono pensare di vivere né in una comunità perfetta né al di fuori del mondo con tutte le sue contraddizioni e storture. L’immagine della zizzania invece è stata usata molto spesso nella storia cristiana in espressioni del tipo: “è necessario estirpare la zizzania per salvare la chiesa”, contravvenendo in tal modo all’insegnamento di Gesù. La motivazione per cui il padrone della parabola lascia crescere insieme il buon seme e la zizzania è fondata sulla preoccupazione di estirpare il buon seme. Tradotto nella sfera umana si potrebbe dire: chi sa giudicare se una persona, una scelta, un movimento che si distanziano da ciò che si è sempre fatto sono da considerarsi in errore? Molte persone perseguitate in certi periodi della storia poi sono state acclamate come profeti. Basti pensare a un don Milani. È solo alla fine che si può giudicare la storia. Molti, che in un determinato periodo storico erano impegnati a estirpare ciò che ritenevano zizzania, sono risultati essere, col senno di poi, essi stessi la zizzania che ha deturpato il volto della chiesa. Questo sono stati consegnati alla storia con lo stigma della non fedeltà al vangelo, mentre altri, estirpati a forza dalla chiesa come zizzania, sono diventati in seguito motivo di attrazione nei confronti della chiesa stessa, ma soprattutto del vangelo. Dove è presente realmente l’azione del maligno? Nell’apparente fedeltà alla dottrina che va a spasso con una sfacciata ostentazione di ricchezza? oppure nell’apparente forzatura dei dettami dottrinali spinti dall’ascolto delle sofferenze di tanti che si sentono respinti dalla comunità? Non ci possono essere risposte sbrigative, ma l’invito all’indulgenza e alla pazienza non deve valere solo per alcune tipologie di atteggiamenti. Il luogo dove esercitare l’opera paziente dello sradicamento del male non può essere innanzitutto la società né la chiesa, ma il cuore di ciascuno dove, anche se con la fatica del discernimento, si può avere una umile ma reale percezione di ciò che deve essere salvato e di ciò che assolutamente va eliminato per vivere meglio. Ogni altra pretesa, come direbbe Gesù, viene dal maligno.

Michele Tartaglia

 

La verità è un’esperienza vivente che si fa strada tra mille contraddizioni

Mons. Fiordelli, Vescovo di Prato, fu condannato negli Anni 50, da un tribunale italiano. Aveva chiamato dal pulpito “pubblici peccatori” e “concubini” una coppia che aveva scelto di sposarsi in comune e non in Chiesa.  La condanna scatenò all’epoca una serie di pontificali di riparazione in tutte le diocesi italiane, chiedendo a Dio di perdonare l’interferenza di uno stato laico nella libertà di parola di un vescovo. Questo episodio fu una delle tante punte di un iceberg che mettevano in evidenza la dicotomía del pubblico italiano diviso tra noi e loro, comunisti e democristiani, cattolici e laici. Questo manicheismo era fomentato da una definizione logica della verità: se la verità è una sola e noi abbiamo ragione, loro hanno torto. Il problema con questo sillogismo è che la verità è un’esperienza vivente e come tale è piena di contraddizioni, come Paolo stesso dice: “bona video proboque, deteriora sequor.” Il vangelo di oggi rivela, senza spiegarla, questa contraddizione. Il campo dove il nemico pianta l’erba cattiva è ognuno di noi. Gesù ci rassicura che ci sarà un momento quando l’erba cattiva sarà tagliata dal nostro animo e noi saremo finalmente liberi, liberi come dice il “benedictus” di amare il nostro Padre senza pericoli, senza attentati da parte del nemico. Ma chi è questo nemico? È il diabolos incaricato da Dio di tentare Giobbe o è l’angelo caduto e irritato fino alla fine per la sua gloria perduta, il Berlicche che secondo CS Lewis ha come unico scopo di divorare la razza umana, il cui appetito aumenta mangiando esseri umani? E perché nel “Padre nostro” preghiamo: non ci indurre in tentazione? È Dio che incarica il nemico di tentarci? Sottolineo queste domande senza risposta solo per significare che la divisione tra buoni e cattivi, tra Franti e Garrone (libro Cuore) è ingenua e in fondo menzognera. La cosa importante è ricordarci che Dio è qui per estirpare dal nostro animo le erbe cattive e più ancora per usare queste erbe cattive come prezzo della nostra redenzione dalla schiavitù di noi stessi.

Lodovico Balducci

 

Se Cristo domani batterà alla nostra porta Lo riconosceremo?

La parabola della zizzania e del buon grano suggerisce che Dio spera fino all’ultimo che la zizzania si trasformi in buon grano. Ma del vangelo odierno (che ho letto nella versione completata da altre due brevi parabole), mi piace soffermarmi sull’immagine del lievito che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata. Il lievito opera, ma resta invisibile. Ricorda il fascino di Cristo che cammina in incognito con i due discepoli di Emmaus, il Cristo risorto che la Maddalena non riconosce immediatamente, il povero anonimo al quale avremo dato un bicchiere d’acqua. Il lievito non mostra etichette, né certificazioni d’origine, non sbandiera vessilli. È il vero segno/sacramento di Cristo, del Dio nascosto che tanti uomini potenti, tante istituzioni, tanti borghesi piccoli piccoli non riconoscono. E noi, io, voi amici e amiche che leggete queste riflessioni?

Scriveva Raoul Follereau: “Se Cristo domani batterà alla nostra porta, sapremo riconoscerLo? Sarà, come una volta, un uomo povero, certamente un uomo solo. Sarà senza dubbio un operaio, forse un disoccupato, o tenterà di vendere delle polizze d’assicurazione o degli aspirapolvere …Sarà forse un rifugiato, uno dei milioni di rifugiati senza passaporto, uno di coloro che nessuno vuole e che vagano, in questo deserto che è diventato il Mediterraneo (il Mondo, nel testo originale…); uno di coloro che devono morire perché dopo tutto non si sa da che parte arrivino persone di quella risma…

Se Cristo domani batterà alla nostra porta Lo riconosceremo?” Forse gli chiuderemo la porta in faccia, “per le missioni ho già dato” – diremo, ma Lui, come il lievito nella farina, continuerà a salire di nascosto scale su scale e a percorrere campi assolati, spiando se, senza fragore, qualche spiga di zizzania non si sia trasformata in una spiga di buon grano.

Giovanni de Gaetano

 

Il buon grano, la zizzania e l’armonia universale

La parabola della zizzania e del buon grano rimanda all’antica dicotomia del bene e del male. Potenzialmente in grado di fare del bene, gli uomini si trovano a combattere contro il male, che non è circoscritto nel mondo esterno, ma dimora nella nostra anima parimenti alle forze che definiamo buone. È una lotta continua, la stessa che anima lo sviluppo della storia. Il buon grano deve farsi strada tra le mille avversità a cui va incontro nel difficile cammino che lo porta alla mietitura. Erbacce, cinghiali, predatori. La spiga lotta per sopravvivere e con essa il contadino. È la legge della natura, quella stessa natura con cui i Greci hanno fatto i conti e a cui si sono piegati loro malgrado per poter finalmente reinserire l’umanità nel circolo dell’armonia universale. Abbiamo i mezzi per riconoscere dentro di noi la zizzania e farla fuori, al momento propizio, pur consapevoli della sua continua ricrescita, in modo che il raccolto sia generoso e bastevole. Ma per farlo occorre lottare. Perché la dicotomia abita in permanenza dentro di noi. Il vangelo odierno ci invita anche a non elargire etichette agli altri, a non discriminare ciò che è giusto e sbagliato per loro. Se falliamo nel giudizio, lo faremo anche nell’azione.

Marialaura Bonaccio

“Le riflessioni della domenica” e “QUAR17 RICERCA DELL’UOMO RICERCA DI DIO”, non riflettono né rappresentano necessariamente il pensiero dell’Associazione Cuore Sano ONLUS di Campobasso, né dei responsabili/curatori delle suddette iniziative.

Le Riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

16 LUGLIO 2017

 

Il seminatore uscì a seminare (Mt 13,1-9).

Quel giorno Gesù uscì di casa e si sedette in riva al mare. Si cominciò a raccogliere attorno a lui tanta folla che dovette salire su una barca e là porsi a sedere, mentre tutta la folla rimaneva sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose in parabole. E disse: “Ecco, il seminatore uscì a seminare. E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un’altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c’era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo. Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò. Un’altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. Chi ha orecchi intenda”.

 

L’evento dell’evangelizzazione è il risultato di due azioni: l’annuncio e l’ascolto. Se manca una delle due ovviamente non si evangelizza. Tuttavia l’atto principale non è l’ascolto, ma l’annuncio. Il seminatore della parabola è innanzitutto Dio Padre che invia il Figlio-Parola nel mondo, dove incontrerà tanti ascoltatori entusiasti ma anche tanti incapaci di accogliere fino al punto di decidere di ucciderlo. Ma Gesù, il Figlio, costituisce altri seminatori del Verbo, gli apostoli e la chiesa che continuano senza scoraggiarsi la sua opera. La modalità però deve essere identica: il seminatore della parabola non va prima a valutare su che tipo di terreno getterà il seme, magari per ottimizzare le risorse e risparmiare energia e seme: egli getta indiscriminatamente ovunque, con sfacciata generosità, senza chiedere nulla in cambio. Il seme verrà anche sprecato, ci saranno diverse reazioni alla semina e ciò dipenderà dalla effettiva fecondità o meno di colui che accoglie il seme/ascolta la parola. Ma questo non pregiudica l’annuncio, la testimonianza, il mostrare la vita bella del vangelo. La non accoglienza non toglie nulla al seminatore che ha depositi infiniti di seme (perché infinita è la Parola se è di Dio); toglie semmai a chi non accoglie l’opportunità e la gioia di essere trasformati dalla Parola, di far fruttificare il seme, di dare significato alla propria vita, di costruirsi una vita vera e proiettata nell’eternità, ma non annulla il potere intrinseco del seme di fare frutto ovunque gli viene permesso. Prima di chiederci che tipo di terreno accoglierà il seme, cioè che tipo di umanità accoglierà o meno la Parola, forse dobbiamo verificare se noi che ci consideriamo seminatori abbiamo o meno lo stesso atteggiamento del Padre celeste che getta il suo seme su ciascuno senza chiedere prima un certificato di produttività.

Michele Tartaglia

 

Gesù vuole essere amato, non temuto

Già sappiamo che Gesù può diventare impaziente: ha maledetto il fico che non ha soddisfatto la sua fame, ha scacciato con la frusta i mercanti del tempio, e più di una volta ha insultato gli scribi e i farisei e gli stessi apostoli. Quindi, quando afferma di parlare in parabole perché il pubblico non capisca può semplicemente esprimere la sua frustrazione con la difficoltà di trasmettere il suo messaggio di salvezza. Frustrazione che io provo giornalmente verso me stesso per essere cosi attaccato alle mie abitudini e al mio stile dispendioso di vita profana. Poi mi consolo pensando che forse il mio destino è testimoniare la fede in questo mondo prigioniero dell’abbondanza di scelte che ritarda e prevengono la scelta fondamentale. È anche possibile che Gesù parli della predestinazione, un concetto che fa a pugni con il nostro senso di equanimità, ma a cui è difficile sottrarsi quando ci rendiamo conto che i cristiani sono una minoranza nel mondo. Un concetto che ha liberato Lutero dalla paura dell’inferno e della dannazione e che come tale varrebbe la pena di essere riscoperto. A me sembra però che il contesto indichi che le parabole riflettono il rispetto di Gesù per la libertà umana: Gesù vuole essere amato, non temuto. Una donna o un uomo che desiderano conquistare il proprio partner definitivo cercano prima di tutto di stabilire se possono essere amati per quello che sono, cercano di presentarsi all’altro con gentilezza piuttosto che con imposizioni. E soprattutto evitano di generare sottomissione attraverso gratitudine o potere. Quando amiamo il messaggio del figliol prodigo o della pecorella smarrita o del buon seminatore amiamo ciò che Gesù vuole dirci, ci innamoriamo della parola incarnata.

Lodovico Balducci 

 

Quando dogmi e precetti soffocano il seme del Buon Seminatore

Quando parliamo di fede, ci riferiamo sia al complesso dottrinale delle verità e dei precetti che la Chiesa ci chiede di accettare, sia all’esperienza personale che rende la fede un valore che può dar senso alla vita. Cosa è più importante? Il vangelo di questa domenica mi pare dia una risposta. Il seme è il messaggio di Cristo che viene seminato largamente e senza distinzioni di persona, di paese, di condizioni ambientali. Il messaggio, nella sua semplicità rappresentata dal seme, è efficace e resta sempre uguale. La lettura tradizionale della parabola del seminatore tende ad attribuire ad ognuno di noi una responsabilità personale nell’accogliere e far germogliare il seme in modo significativo. Questo è senz’altro vero e importante. Tuttavia, poco ci siamo soffermati sulla responsabilità di chi ha impedito/impedisce al seme di dare il suo frutto, perché seppellito, nascosto, confuso dai rovi di dogmi e di precetti, dai digiuni e le devozioni, dalle discussioni sulla comunione ai divorziati, dai princìpi non negoziabili. Chi ha sepolto le Beatitudini sotto i Comandamenti? Chi impedisce oggi a un giovane di entusiasmarsi per il messaggio liberante di Cristo, d’amore, di fantasia e di libertà, perché gli si è detto che Cristo è essenzialmente interessato al suo comportamento sessuale dentro e fuori del matrimonio? La parabola odierna ci invita tutti a liberare finalmente il seme dalle condizioni esterne e interne che ne impediscono il germogliare e crescere. Ai frati che gli chiedevano insistentemente una Regola, Francesco rispondeva che non c’era bisogno di nessuna regola, bastava il Vangelo. – “Sine glossa” – aggiungeva, senza commenti.

Giovanni de Gaetano

 

La parabola e la sovrastruttura

Ci sono due aspetti interessanti in questo vangelo. Il primo è l’uso dichiarato di parabole, che in un altro testo viene motivato espressamente: “parlo loro in parabole, perché, vedendo, non vedano; e udendo, non odano né comprendano”. Il messaggio di Gesù punta a bypassare i comuni canali di comunicazione, probabilmente ritenuti ingannevoli o incompleti, come d’altro canto insegna tanta filosofia. I sensi ci mostrano una realtà artefatta, un fenomeno che può non corrispondere affatto al noumeno, all’essenza della cosa. Il messaggio che Dio invia al mondo non è codificabile come possono esserlo altri. Ci vuole ben altro perché il seme (messaggio appunto) possa germogliare nel terreno che lo riceve. Per prima cosa bisogna decodificare il messaggio, possibilmente senza fare ricorso ai soli sensi, e poi bisogna essere nelle condizioni di poterlo leggere e saperlo interpretare. E queste condizioni non sempre dipendono da noi. Le sovrastrutture della storia spesso agiscono in maniera così impregnante sulla nostra capacità di discernimento che diventa davvero difficile stabilire dove inizia la vera libertà per ciascuno di noi.

Marialaura Bonaccio
“Le riflessioni della domenica” e “QUAR17 RICERCA DELL’UOMO RICERCA DI DIO”, non riflettono né rappresentano necessariamente il pensiero dell’Associazione Cuore Sano ONLUS di Campobasso, né dei responsabili/curatori delle suddette iniziative.

Le riflessioni della domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

9 LUGLIO 2017

 

Ai piccoli hai rivelato i misteri del regno (Mt 11,25-30).

In quel tempo Gesù disse: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”.

 

Gesù non ha attraversato il mondo in alto, ma in basso. Ha camminato in mezzo ai bassifondi della società del suo tempo; raramente (e forse quelle poche volte si è anche pentito) è stato ospite di persone di riguardo. Avendo fatto l’esperienza di un Dio che accoglie i peccatori (al Giordano, quando ha sentito la vocazione, era insieme ad essi) ha capito che il Dio che parlava nel suo cuore trovava più accoglienza tra gli ultimi, tra gli scarti della società, mentre il dio di cui si ritenevano rappresentanti i potenti del Tempio era il custode della loro ricchezza. Ed è proprio nel Tempio del dio dei potenti che Gesù riceverà la sua condanna a morte. La sua frequentazione degli ultimi, di coloro che solo in Dio riponevano le loro speranze, che potevano gioire se riacquistavano solo la salute e uno straccio di vita sociale quando imploravano Gesù di guarirli, lo ha portato a sentire con forza che Dio non si rivela ai sapienti, ai forti, ma agli ultimi e ai deboli. E ha desiderato sentirsi solidali con loro, condividere con essi la sua esperienza di un Dio che non tiene schiavi della paura, ma libera, che non impone precetti impossibili da attuare, bensì chiede solo di trattare gli altri allo stesso modo in cui si vorrebbe essere trattati, che non chiede di prostrarsi a qualcuno, ma di amare tutti. Gesù desidera condividere la sua stessa esperienza di un Dio che è Padre, non padrone e vuole che gli ultimi non perdano tempo ad invidiare i primi, ma possano sentire che la libertà non si compra con il denaro ma è una condizione del cuore.

Michele Tartaglia

 

Se la libertà di scegliere diventa una prigione

In un vecchio film di Pietro Germi, intitolato l’Immorale, con Ugo Tognazzi e Stefania Sandrelli, il dilemma del mondo occidentale è descritto in una tragedia sarcastica. Infatti il sarcasmo è l’ultimo baluardo critico della ragione contro la tecnologia, una volta che la fede si è dissolta. Il film racconta la storia di un uomo borghese, un violoncellista della RAI, che per caso, per disattenzione, si trova ad essere a capo simultaneamente di tre famiglie, e sente un affetto simile per le tre compagne, di cui una sola è la moglie legittima, e i tre gruppi di figli. Alla fine muore di un infarto causato dall’eccessivo stress derivante dai tre gruppi famigliari. Nel mondo moderno, cosiddetto razionalista, abbiamo chiamato scelta l’abilità di perderci dietro diverse attrazioni, nell’illusione di non dover rinunciare a niente, e di poter mantenere vivi i nostri valori primigeni. Quando il prete a cui Tognazzi si confessa esclama: «che Dio mi perdoni, ma allora è meglio il divorzio» Tognazzi risponde: «mi meraviglio di lei padre: io amo mia moglie e credo nella santità del matrimonio» In realtà questa abilità di fare nuove scelte ad ogni momento è una prigione che ci separa dalla libertà di essere noi stessi, di scoprirci e scoprire quello che vogliamo per noi stessi. Questo ci rivela Gesù: la povertà in cui dobbiamo lottare ogni giorno per la sopravvivenza, ci aiuta a distinguere e priorizzare l’importanza delle cose. In particolare ci permette di meravigliarci del mondo intorno a noi e riconoscere la sacralità della vita umana. Il cosiddetto benessere, che ci permette di abbandonare il cibo nel piatto, di rinnovare ogni sera il compagno/la compagna del nostro letto, ci fa sentire che la realtà inclusa la vita umana, incluso la nostra stessa vita e la nostra stessa dignità possono essere gettate vie come piatti di plastica. Soffriamo, perché la solitudine e il senso di inutilità ci fa soffrire, ma non riusciamo a trovare la risposta nella fede, che si basa sul riconoscimento della sacralità del creato. La conseguenza più sconvolgente di questo atteggiamento è che abbiamo tolto la dignità alla povertà. Nel mondo di oggi la povertà è una causa di vergogna e va superata in ogni modo incluso il crimine.

Lodovico Balducci

 

La leggerezza di Cristo è la leggerezza dell’amore

“In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa…Sono stato portato a considerare la leggerezza un valore anziché un difetto…. La mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città…”

Leggendo il brano del vangelo odierno, mi tornano alla mente queste parole di Calvino tratte dalla prima delle sue sei “Lezioni Americane”, intitolata appunto “La leggerezza”. Cristo ci invita ad essere leggeri come Lui, a togliere, sottrarre peso dalle spalle e dalla vita di chi è stanco e oppresso, per dare loro ristoro.  La leggerezza di Cristo è la leggerezza dell’amore. Amare vuol dire condividere l’insostenibile pesantezza dell’essere, sottrarre peso, opporsi alla pietrificazione paventata da Calvino: pesantezza, inerzia, opacità dei nostri rapporti personali, familiari, sessuali, lavorativi. Essere miti e umili di cuore è essere leggeri, “volare coi sandali alati”, come Calvino racconta di Perseo che non si fece pietrificare dalla Medusa. Sarebbe bello, alla fine delle nostre liturgie, poter cantare tutti insieme la gioia di un giogo dolce e leggero su noi stessi e sugli altri: Volare oh oh!

Giovanni de Gaetano

 

La verità si svela a chi ha occhi per riconoscerla

In questo brano del vangelo convivono, con apparente incoerenza, due immagini contrapposte. L’oppressione e la leggerezza. Una vita tutt’altro che fortunata, appesantita dalle numerose ingiustizie e i tanti fallimenti, all’improvviso sembra potersi riscattare dalla malasorte. Gli anni trascorsi a invocare una tregua, un segno divino o un aiuto profano, d’un tratto non sembrano trascorsi invano, che in qualche modo la sofferenza patita sarà ampiamente risarcita. C’è qualcuno che dice che, a dispetto della credenza dei più, Dio ha tenuto nascosta la verità ai sapienti e agli intelligenti e l’ha rivelata ai piccoli. Quelli che la società tratta come animali, perennemente schiacciati con la testa verso il basso sarebbero i depositari della parola divina. E qui sta tutta la forza del cristianesimo. L’oppressione si riscatta con la leggerezza che deriva dalla conoscenza della verità. Che si affannino i potenti e si sfaldino gli stati. La verità sta da tutt’altra parte e ha deciso di svelarsi a chi ha solo gli occhi per riconoscerla.

Marialaura Bonaccio 
“Le riflessioni della domenica” e “QUAR17 RICERCA DELL’UOMO RICERCA DI DIO”, non riflettono né rappresentano necessariamente il pensiero dell’Associazione Cuore Sano ONLUS di Campobasso, né dei responsabili/curatori delle suddette iniziative.

 

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Le Riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

2 LUGLIO 2017

 

Chi ha perduto la sua vita per causa mia la troverà (Mt 10,37-42).

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.

 

Essere umani significa avere un futuro, poter progettare, avere coscienza che ci sia un domani. Se si smette di fare questo semplicemente si smette di vivere. Ma il progetto può essere illusorio, una proiezione di proprie fantasie che allontanano dalla realtà. È il pericolo che corre anche la religione, non a caso identificata con la proiezione dei propri desideri e con l’oppio dei popoli. La sfida che Gesù pone ai suoi discepoli non è quella di rinunciare agli altri, alle proprie relazioni e aspirazioni per seguirlo fanaticamente o facendone un idolo come accade spesso con il lavoro, con la cura di sé, con il desiderio di successo e di profitto che portano gli uomini a calpestare persino le relazioni più intime e sacre. Chi sceglie Gesù non abbandona gli altri ma li vede in modo nuovo, li ama in modo nuovo perché sperimenta che cosa significa amare veramente come ha fatto e mostrato Gesù. Ecco perché si deve perdere la propria vita, si deve cioè far morire la propria umanità mossa dall’egoismo (il vero peccato) per rinascere come persone nuove capaci di essere profeti, di vivere la giustizia, di servire l’altro anziché farsi servire. Perdere la vita per causa di Gesù significa riprogettare il proprio domani non a partire dai propri miseri schemi, ma dal grande sogno di Dio che vuole fare di noi la sua famiglia dove tutte le relazioni umane autentiche trovano il loro pieno significato. Se scegliamo Gesù e il vangelo non perdiamo nulla, perché Lui incarna l’umanità più vera; se lo rifiutiamo perdiamo tutto avendo perso l’umanità; perché non vivere come Lui significa essere già morti e propagatori di morte intorno a noi. La storia e l’attualità ce lo dimostrano senza pietà.

Michele Tartaglia

 

La famiglia borghese e l’amore universale

Gesù per bocca di Matteo, cerca di provocarci e di farci riconoscere che senza l’apporto della fede, senza il senso di una missione comune anche i rapporti più intimi si sfasciano: anzi, quanto più abbiamo investito in questi rapporti, tanto peggiore sarà la nostra delusione, la nostra ostilità verso genitori, sposi, fratelli e sorelle, e forse perfino verso I figli. Non ho mai capito perché ci incaponiamo a descrivere il valore e la solidità della famiglia borghese, che è invece stata sottoposta da duecento anni a una analisi spietata della sua ipocrisia. Da Madame Bovary di Flaubert, a Neud de vipers e Thérèse Desqueiroux di Mauriac, alle famiglie francesi descritte da Bernanos, a Mastro Don Gesualdo, Demetrio Pianelli, Arabella, gli indifferenti di Moravia, Italo Svevo ecc. ecc. fino al “People of the lie” (gente della menzogna), di Scot Peck, troviamo un rosario e una serie di litanie riguardanti il disfacimento della famiglia, quando gli sposi non sono tenuti insieme dalla convinzione di avere una missione unica che loro solo possono svolgere.  Questa missione, dettata direttamente da Dio, è la sorgente della loro dignità di coppia ed è la vitalità del loro affetto, che diventa amore quando si scopre la gioia di donarsi. Coloro che trovano scandalose le parole di Gesù nel vangelo di oggi, si ostinano credo a perpetuare una bugia, si rifiutano di vedere l’immagine trasfigurata del proprio affetto nell’amore del padre per il figlio e in quello di Dio per la Chiesa. Negli anni 60, nel famoso film L’ape regina una donna mostrava la camicia da notte della nonna veneta dove stava scritto: “non lo fo per amor mio ma per dare un figlio a Dio.” Quella frase che ci faceva spanciare dalle risate era in realtà colma di saggezza. Cerchiamo di vedere il lato opposto della medaglia: se lo fo per amor mio significa che quando uno degli sposi diventa incapace di avere rapporti sessuali ci è lecito cercarli da un’altra parte? Cerchiamo di ragionare al di là degli slogan, come Gesù ci invita a fare! Alcuni anni fa ho conosciuto un esempio di questo amore eroico. Un militare americano si era unito a una donna coreana e aveva abbandonato la moglie in America. Questa, per quanto sopraffatta dal dolore, aveva chiesto al marito di rimanere in contatto. Il marito ha avuto due figli dalla nuova sposa asiatica ma dopo alcuni anni ha sviluppato un cancro del polmone e ha chiesto alla prima moglie di aiutare la sua nuova famiglia, che altrimenti sarebbe rimasta dispersa senza il padre, in un mondo in cui le vedove erano ancora abbandonate alla scarsa carità pubblica. La prima moglie ha sistemato le cose in modo che la vedova di suo marito e i figli potessero raggiungerla in America, ottenere la cittadinanza americana e crescere come se fossero stati i suoi figli. Questo e solo questo vuole dire Gesù quando ci invita ad amarlo più di ogni affetto familiare: ci invita a vedere lui in tutti i membri della nostra famiglia terrena!

Lodovico Balducci

 

Clausura di Sergio Zavoli

  1. Liceo Classico “Ovidio”, Sulmona. Ora di religione. Il professore, don Mario Capodicasa, entra con un voluminoso giradischi. Siamo sorpresi. Ci chiede un po’ di silenzio. In realtà staremo tutti zitti per quasi un’ora. Ci fa ascoltare un documentario di un certo Sergio Zavoli, intitolato “Clausura”. Per la prima volta i microfoni della RAI entrano in un convento di carmelitane scalze a Bologna. Mi rimane ancora oggi impressa la grande emozione procuratami da quell’esperienza inusuale tra il tecnico e il mistico. Verso la fine dell’intervista, Zavoli chiede a una suora come si chiama: “Mi chiamo Suor Anna Maria di San Giuseppe; sono contenta di questo nome, perché il mio papà si chiama Giuseppe e ho l’impressione di portarlo sempre qui con me”. Poco dopo la stessa suora dice: “Mi sono sbagliata, il mio papà è ormai fuori di queste grate”. Alla superiora alla quale Zavoli chiede: “Pensa che i suoi genitori ascolteranno questa intervista?” – “Penso di sì” – “Vuole salutarli?”“No no, io sono qui come suora carmelitana, non come loro figlia. Io li amo come amo tutti gli uomini”.

Mi chiesi allora e mi ripeto la domanda oggi: è questo il senso del vangelo di questa domenica? Chi è questo Gesù che chiede un amore che non accetta confronti con i legami più cari di una persona? Non è certo un amante possessivo o geloso. Forse vuol dire che se per amare un nostro caro ci dimentichiamo del povero che è accanto a noi o del migrante che scompare nel Mediterraneo, ci dimentichiamo di lui: in questo senso amiamo nostro padre, nostra madre, i nostri figli più di lui. Si tratta quindi di un invito ad amare non solo le persone che amiamo, ma i piccoli che hanno bisogno di un bicchiere d’acqua. Perché chi accoglie voi piccoli accoglie me.  Solo così amiamo davvero coloro che amiamo in modo nuovo, libero da possesso ed egoismo. Nessuna classifica dell’amore, l’amore è uno e indivisibile.

Giovanni de Gaetano

 

  1. Il documentario è disponibile su youtube: consiglio a tutti di (ri)ascoltarlo:

https://www.youtube.com/watch?v=jJSNp4Ax26Y&list=RDjJSNp4Ax26Y

 

Ciò che siamo e ciò che potrebbe renderci migliori

Siamo sempre stati abituati a pensare che la famiglia sia il luogo in cui i sentimenti si esprimono al massimo livello. Che si tratti di amore, gioia e complicità ma anche di conflitti e disprezzo. I legami di sangue amplificano ciò che altrove può manifestarsi in maniera più discreta. Non è raro che una madre arrivi a sacrificare le proprie ambizioni e velleità per quello che crede sia il bene dei propri figli, o che un fratello possa farsi da parte per salvaguardare l’autostima della sorella. Piccoli e grandi sacrifici che si compiono in nome di un legame che non abbiamo scelto ma con cui facciamo i conti fin dalla nascita. E in questo non c’è nulla di male, a meno che quei legami non vengano vissuti come catene da cui liberarsi, dimenandosi come bestie in una gabbia. Quello però è materia di psicoanalisi. Il messaggio del vangelo di oggi è uno dei più chiari e diretti, poco sensibile alle interpretazioni. Considerate tutti come membri della vostra famiglia. Non solo il padre e la madre sono degni di rispetto e meritevoli di aiuto, ma chiunque incontriamo, soprattutto quelli che ne hanno più bisogno. Ma non come la famiglia borghese (o radical chic) che la domenica ai bisognosi riserva pochi spicci prima di recarsi a pranzo con i congiunti. Se la famiglia ascoltasse attentamente, e volesse capire davvero, la lezione di questo vangelo, a pranzo, dopo la messa, dovrebbe portarci il mendicante a cui ha appena fatto l’elemosina. Qui si parla di sentimenti sinceri, di atti concreti, di abbattere le mura della casa padronale per spalancarla sul mondo.

Marialaura Bonaccio