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Archive for Mese: giugno 2017

Le Riflessioni della domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

25 GIUGNO 2017

 

Non temete chi uccide il corpo ma non ha potere sull’anima (Mt 10,26-33).

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Non abbiate paura degli uomini, poiché non v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri! Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”.

 

La persecuzione ha accompagnato il cristianesimo sin dalla nascita e dai suoi primi sviluppi. Ciò che accade anche nel nostro tempo non è una novità, ma piuttosto una recrudescenza di un fenomeno che è costitutivo del cristianesimo. Dove il bene è all’opera il male si oppone, dove si annuncia la pace i violenti reagiscono. Dove si difende l’uomo chi lo calpesta entra in gioco. Ma la storia cristiana insegna che i credenti in Gesù non hanno resistito perché si illudevano che il bene avrebbe vinto grazie alla loro resistenza, ergendosi a protagonisti delle rivoluzioni umane. Essi credevano che il bene aveva già vinto, perché sapevano (e sanno) che Gesù Cristo è risuscitato dai morti e ha sconfitto il male radicalmente. Il cristiano che in situazioni persecutorie è disposto a subire anche la morte, lo fa perché sente che la morte non è l’ultima parola, sa che quel male che lo minaccia in modo così drammatico è sconfitto dalla forza dell’amore di Dio che ha risollevato l’umanità dall’abisso del male e della morte. Non ci sono altre motivazioni per resistere al male. Se non avessimo la certezza nella fede che Gesù è risuscitato, saremmo più infelici di tutti perché saremmo degli illusi, come dice Paolo, e tanto vale mettersi dalla parte del più forte e fregarsene di chi soccombe al sopruso dei potenti. Solo la certezza che Gesù è morto e risorto rende credibili e attuabili le sue parole. Il vangelo non è riducibile a vaga filantropia ma ha il suo fondamento in una certezza: Dio c’è e ha già vinto. Nella nostra vita siamo solo chiamati a scegliere da che parte stare: dalla parte di Colui che ha vinto o dalla parte del male sconfitto. Perdere tempo nel cercare di affascinare il mondo a forza di trucchi propagandistici è la prova che non abbiamo veramente fede nella vittoria del Risorto.

Michele Tartaglia

 

L’attesa della verità

Non posso negare un senso di angoscia immediato nel leggere che “tutto ciò che è nascosto sarà rivelato”. In questo momento provo un odio insopprimibile per i dirigenti di Cerner, la compagnia che ci fornisce le cartelle computerizzate e sono contento di non avere libero accesso alle armi da fuoco. Più in generale tanti dei miei baci e delle mie carezze avrebbero voluto essere pugnalate; tanti dei miei auguri, maledizioni. La mia vita è stata vissuta all’insegna della ambivalenza e se fosse rivelata perderei anche i pochi amici che mi sono rimasti. In realtà credo che Gesù voglia dire che la verità che abbiamo cercato di chiarificare nella nostra vita, con l’aiuto di quella banca di redenzione che è il regno di Dio, sarà rivelata, che finalmente potremo vedere le persone per quello che avrebbero dovuto essere nel disegno di Dio, come gli apostoli hanno visto Gesù al momento della trasfigurazione. Noi crediamo in questa verità, aspiriamo a questa verità e la nostra stessa ambiguità è lo sforzo di districare questa verità dalla ragnatela di menzogne sotto cui è sepolta. Noi non siamo in controllo dei nostri sentimenti come reazione ai tanti eventi storici, ma siamo in controllo della nostra ricerca della verità. Per alcuni di noi questa è stata una esperienza immediata di incontro con Gesù. Per altri uno sforzo intellettuale; per altri ancora una aspirazione, e per alcuni guardoni della fede come me un innesto nella fede degli altri, così come i guardoni sessuali vivono la loro esperienza sessuale attraverso l’esperienza di altri. Non importa. Quando Gesù ci dice di non aver paura che ciò che è nascosto sarà rivelato, ci dice che questo desiderio di verità ad ogni costo sarà finalmente appagato.

Lodovico Balducci

 

Non c’è un passero che cada senza il volere di Dio….

Ma dov’era Dio durante l’olocausto? E nei grandi terremoti? E nelle leucemie dei bambini? Ma Dio non è onnipotente?

Domande che si ripetono di generazione in generazione. Le primissime pagine del libro della Genesi raccontano che Dio non interviene quando Eva porge il frutto proibito ad Adamo, né impedisce che Caino uccida Abele…Poi il vangelo riferisce che nessuna schiera di angeli si è precipitata in terra per schiodare Gesù dalla croce. Dio non interferisce con la libertà dell’uomo. E la creazione non è un atto unico e definitivo, perfetto, ma si fa momento per momento, dall’evoluzione delle forme di vita all’espansione dell’universo. Dio è presente come forza di attrazione verso il bene, come il padre del figliol prodigo della parabola evangelica che lascia libero il figlio di abbandonare la casa paterna e di andare e dissipare tutte le sostanze della famiglia. In mezzo ai maiali, il figlio ripensa al padre, una forte attrazione lo riporta a casa, dove il padre, che non era nel frattempo mai intervenuto, lo aspetta a braccia aperte e gli fa una festa straordinaria. Scrive Paolo Curtaz che la frase sul passero è tradotta male: essa vorrebbe dire in realtà che nessun passero cade fuori dello sguardo di Dio. A maggior ragione, l’uomo opera il bene e il male sotto lo sguardo di un Dio nel quale può trovare, a volte molto in fondo, il senso del bene e del male.  Tutto questo è molto ragionevole, ma il problema del male innocente resta comunque un doloroso mistero.

Giovanni de Gaetano

 

Odio gli indifferenti

“Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti”. Così scriveva Gramsci a proposito dell’indifferenza dei molti riguardo alle faccende che riguardano tutti. E per quanto possiamo essere certi che questo pensiero incontri il favore di molti, possiamo esserlo altrettanto che nella realtà pochissimi seguiranno la strada della scelta a dispetto dell’ignavia. Ma se ci diciamo certi che sia necessario essere partigiani e che sia doveroso prendere una posizione, questo automaticamente limita, se non esclude, la possibilità di pensare a un Dio indifferente alle vicende umane. Così come adoriamo l’idea di stare su una sponda del fiume, possibilmente quella giusta, piuttosto che sull’altra, altrettanto ci piacerebbe che il Dio in cui crediamo faccia lo stesso. Che davvero il passero non cadrà a meno che lui non lo voglia. È un nido di consolazione in cui possiamo ripararci dalla tempesta che imperversa ogni giorno sulle nostre teste. Ma è un riparo che traballa, che ci tiene sempre sospesi su un albero la cui sorte è fuori del nostro controllo. Perché affidarsi a un Dio partigiano significa anche dover fare i conti con accadimenti di cui non capiamo il senso, la cui quadratura sfugge al nostro intelletto, perfino a quello più raffinato. Ecco perché a volte l’idea di un Dio indifferente può fare capolino, insinuarsi in quelle crepe di incertezza a cui la vita ci espone continuamente. Ma credere nell’indifferenza è davvero un’impresa troppo grande per chi odia gli indifferenti.

Marialaura Bonaccio

Le riflessioni della domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

18 GIUGNO 2017

 

Chi mangia questo pane vivrà in eterno (Gv 6,51-58).

In quel tempo, Gesù disse alla folla: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Gesù disse: “In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.

 

Mangiare e bere dei cibi significa assimilarli per trarne energia per vivere. Se questo vale per la vita biologica, per la vita spirituale deve intendersi altro: cosa fa vivere spiritualmente l’uomo? Ricevere energia da Dio; per il cristiano ciò è possibile solo tramite Gesù Cristo, perché come lui stesso ha detto, chi vede lui vede il Padre. L’eucaristia è segno tangibile, fisico, carnale, di un processo che però coinvolge la mente e il cuore, la dimensione spirituale dell’uomo. Come fisicamente accogliamo gli elementi del pane e del vino, così spiritualmente facciamo nostro ciò che essi, per indicazione di Gesù stesso, rappresentano: la sua vita, le sue scelte, la sua radicale adesione al Padre e il radicale servizio ai fratelli. La carne è la sua umanità che si relaziona con gli altri, il sangue è la vita donata per amore. Di queste dimensioni noi prendiamo coscienza nell’ascolto della Parola, nell’assimilazione del Vangelo. Per questo non ci può essere eucaristia senza ascolto della Parola: se non sappiamo chi è Gesù e ciò che ha fatto per noi, assumere nel rito l’eucaristia significa compiere un atto magico e idolatrico, quasi feticistico, come purtroppo accade in certe forme di pseudo spiritualità staccata dall’ascolto della Parola. Nel momento in cui, invece, ho preso coscienza di cosa Gesù ha compiuto e del fatto che ha affidato a noi il compito di continuare con lui risorto la sua opera (“fate questo in memoria di me”), prendere l’eucaristia significa fare una scelta, incamminarsi in una direzione e assumere uno stile: seguire Gesù sulla strada del servizio e dell’amore per far sperimentare all’umanità smarrita, attraverso gesti solidali, la presenza del Dio che ama e salva.

Michele Tartaglia

 

L’amore e il potere

“Io sono quello che deve proporre un flirt” proclamava a pranzo il giovane studente di medicina all’Università Cattolica, al tempo stesso irritato e orgoglioso perché una graziosa matricola gli aveva offerto un flirt con lei. Negli anni Sessanta queste conversazioni erano comuni e non solo nella sala da pranzo fumosa del Collegio universitario Ioanneum; i cessi maschili delle scuole medie superiori, altrettanto fumosi, rappresentavano un’altra sede favorita per tali dichiarazioni di potere. Perché di potere si trattava: non di attrazione, non di curiosità e tanto meno di amore. Lo stesso potere che nel mondo latino sosteneva la patria potestà e più tardi, ai tempi dell’impero descritti da Giovenale, permetteva ai mariti condiscendenti di guadagnare sopra le trasgressioni delle spose e Messalina, non contenta di avere il diritto di vita e di morte sui suoi sudditi come imperatrice, voleva anche possederli come prostituta in un lupanare di classe. Lo stesso potere che nella cultura azteca o maya faceva coincidere l’amore con la morte: l’apertura di se stessi era concepita come una forma di auto distruzione. La filosofia del potere, anche quando nascosta sotto gli ideali più nobili come il patriottismo, la democrazia, la famiglia-clan o la religione, può avere una conseguenza sola: la fine del mondo. In un mondo di squali che si divorano a vicenda il più potente è tale dopo aver distrutto tutti gli altri. Uno degli ultimi libri di Paulo Coelho si intitola profeticamente “Il vincitore resta solo.” Il solo rimedio efficace a questo suicidio collettivo, nella storia del mondo, è stato proposto da Gesù nel Vangelo di oggi. Oggi Gesù ci rivela il mistero (cioè il senso immediato e completo) della nostra umanità che consiste nell’essere posseduti, non nel possedere: nella comunione, Dio desidera essere posseduto dalla persona umana e con questa disponibilità personale invita la persona umana a essere posseduta da Dio! Come in tutti i sacrifici di sangue del mondo ebraico e pagano, i fedeli erano invitati a condividere come cibo il corpo della vittima, ma in questo caso la vittima era Dio stesso. Il pranzo sacrificale risultava nell’appropriarsi di Dio, nel partecipare alla vita di Dio, una partecipazione che nella aspirazione di alcuni santi aveva una connotazione sessuale. Teresa D’Avila aveva capito molto bene che la forma suprema di sessualità è la gioia di essere posseduti. Dimentichiamo un momento i dibattiti sulla transustanziazione, consustanziazione o simbologia dell’eucarestia. Il fatto importante è che in tutte le tradizioni cristiane “la cena del Signore” è il focus rituale, è il momento in cui Dio si lascia possedere dall’umanità.

Lodovico Balducci

 

La posta elettronica come metafora della presenza sacramentale di Cristo nell’eucarestia?

La scienza e la tecnica non allontanano dalla spiritualità, ma possono aiutarci a capirne meglio alcuni aspetti di non facile comprensione. La posta elettronica mi ha dato sempre l’idea di una metafora dell’eucarestia: io scrivo e invio una e-mail contemporaneamente a 1.000 persone residenti in varie parti del mondo. Io sono a Pozzilli, ma il mio messaggio si fa presente in maniera reale presso i miei destinatari i quali prendono un rapporto reale con me, mediato da un “segno” elettronico. Non è l’e-mail di per sé che conta, ma il mio farmi presente al mio destinatario che essa mi permette di stabilire.  Il pane e il vino sono come l’e-mail, un “segno” (letteralmente “sacramento”) della presenza di Cristo in mezzo a noi, realmente, in modo identico, contemporaneamente in 1.000 posti diversi. Io non sono presente fisicamente nelle mie e-mail, come Cristo non è fisicamente presente, come un homunculus, nel pane e nel vino, ma la mia presenza presso l’interlocutore lontano, così come la presenza di Cristo con chi si avvicina all’eucarestia, è reale, viva, generatrice di un’interazione vivificante che trasferisce all’altro il messaggio presente nel “segno”. Non basta tuttavia che la e-mail sia ricevuta; essa deve essere letta, compresa e suscitare una risposta. Così non basta assistere distrattamente all’eucarestia, se essa non viene consumata con gioia o non genera risposta. “Quando due o tre si riuniscono (comunicano) in mio nome, io sono in mezzo a loro”. Questo è il “segno” (sacramento) più profondo dell’eucarestia, al di là delle elaborazioni medioevali su forma e sostanza, che oggi non comprendiamo più. La “sostanza” dell’eucarestia è il coinvolgimento “sostanziale” (non superficiale), la memoria riconoscente, che la presenza di Cristo in mezzo a noi, mediata dal “segno” (sacramento) del pane e del vino, genera nella mia vita.

Giovanni de Gaetano

 

Quanto dura una vita

Il vangelo di oggi pone un quesito che tormenterà a lungo le menti più brillanti della storia, ma anche i comuni mortali. Quanto dura una vita? il tempo in cui effettivamente si è presenti nella propria interezza fisica e mentale, oppure c’è qualcosa che resta nonostante l’assenza? Gesù invita i discepoli a ricordarlo (“fate questo in memoria di me”), anche dopo che non sarà più fisicamente tra loro. Lo fa utilizzando un linguaggio con cui abbiamo scarsa dimestichezza, probabilmente simbolico, ma poco importa. Il senso del suo messaggio è che le cose non finiscono con la loro dissoluzione fisica. Restano nei gesti delle persone che abbiamo incontrato, nei ricordi custoditi dagli amici, nelle preghiere dei cari. Le persone vivono di ciò che hanno fatto mentre erano fisicamente presenti.

Forse è per questo che l’arte funeraria ha un ruolo tanto importante nella nostra cultura. Rimanda a ciò che è stato favorendo la cultura del ricordo e quindi della vita. Non a caso “celeste dote degli umani” è riempire il terrore del nulla eterno.

Allora forse possiamo rispondere alla domanda iniziale. Una vita dura finché ci sarà qualcuno a ricordarla. Cristo sarà presente nella realtà umana finché ci sarà qualcuno che spezzerà il pane “in memoria di me”.

Marialaura Bonaccio

Le riflessioni della domenica” e “QUAR17 RICERCA DELL’UOMO RICERCA DI DIO”, non riflettono né rappresentano necessariamente il pensiero dell’Associazione Cuore Sano ONLUS di Campobasso, né dei responsabili/curatori delle suddette iniziative.

Le Riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

11 GIUGNO 2017

 

Dio ha amato il mondo e ha dato suo Figlio (Gv 3,16-18).

In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”.

 

Troppo spesso la mania di protagonismo di certi cristiani ha fatto sì che si dovesse presentare un Dio interventista, che dovesse dare tutte le risposte ad ogni emergenza o evento, un Dio tappabuchi, come lo definì Bonhoeffer, come se Gesù non fosse la risposta sufficiente alla domanda di senso che abita il cuore dell’uomo. Questo presenzialismo clericale ci si è ritorto contro perché ha causato frustrazione e delusione in un’umanità che sempre di più volta le spalle alla chiesa e, cosa più grave, a Dio e a Gesù Cristo. Ma il vangelo ha già detto chiaramente che Dio ha risposto all’uomo, ha mandato suo Figlio perché ama il mondo, con un amore efficace, che è Persona, cioè lo Spirito effuso attraverso Gesù Cristo. Di fronte a questa iniziativa definitiva di Dio sono possibili solo due risposte dell’uomo: accogliere il dono della vita di Gesù che trasforma la vita di chi gli fa spazio rendendolo simile a sé, capace di infondere vita e speranza, oppure rifiutare quel dono rimanendo nella tenebra del proprio egoismo mortifero. La condanna consiste nel rendersi portatori di morte, di violenza, di sopraffazione. Di fronte al dilagare delle diverse forme di violenza, che comprendono l’uccisione in nome di Dio ma anche il primato del profitto sulla persona, l’accoglienza di Dio non passa attraverso vuote manifestazioni rituali ma attraverso l’impegno concreto per la giustizia e la solidarietà, che costituiscono il nome di Gesù, cioè la dimensione più profonda della sua persona e del Dio uno e trino.

Michele Tartaglia

 

Preferisco essere all’inferno con i miei fratelli che in paradiso senza di loro

L’enfasi del vangelo di oggi è sull’amore di Dio. Un amore, confessiamolo, che a prima vista ci può disturbare per tre ragioni. Primo perché non ci piace sentirci grati, sentirci in debito con nessuno. La risposta più comune a qualcuno che cerca di conquistare il nostro affetto mostrando il sacrificio che ha fatto per noi è “e chi te l’ha chiesto? Chi te l’ha fatto fare?”

Secondo perché il sacrificio di un figlio non può fare a meno di ricordarci l’infanticidio sacro dei pagani: questa volta Abramo è riuscito a sgozzare il povero Isacco! Terzo, perché una condanna presumibilmente eterna, è una delle conseguenze di questo amore. Alle prime due obiezioni si può rispondere se le parole del vangelo possono essere interpretate in questo modo: “scusatemi, il mio amore mi ha spinto a creare il mondo che non poteva essere creato in nessun altro modo: in realtà tutta la creazione è una trasformazione della sofferenza in gioia e volevo farvi parte della gioia di essere creatori e non creature. Il mio figlio ed io sapevamo di imporvi una sofferenza e che per permettervi di partecipare alla creazione dovevamo condividere con voi la vostra sofferenza. Mio figlio è venuto a farsi crocifiggere di sua spontanea volontà e io l’ho lasciato fare perché’ sapevo che il suo sacrificio era il suo desiderio supremo. Perdonateci e sappiate che vi amiamo al punto di morire per voi. Ve lo diciamo perché vogliamo che liberamente approfittiate del nostro sangue donato liberamente, non perché vogliamo che vi sentiate in colpa”. Più difficile è risolvere il terzo motivo di disturbo: la condanna. Quello che so è che non posso concepire di essere felice mentre le persone che amo sono condannate a una pena eterna (e non posso fare a meno di pensare con raccapriccio senza sfogo ai molti amici i cui figli adolescenti si sono suicidati) e che perciò il mio amore innestato nell’amore di Dio può permettere a queste persone di partecipare di questo amore. In fondo proprio Paolo ci ha detto “preferisco essere all’inferno con i miei fratelli che in paradiso senza di loro”. Il mio Desiderio è sostenuto dall’autorità della scrittura.

Lodovico Balducci

 

La Trinità: il prisma triangolare che disperde una luce di amore, pace, grazia e comunione

Anche questa domenica, come le due precedenti, il vangelo non parla direttamente della festa che la liturgia celebra: la Trinità. Se ne fa un cenno nella lettera di Paolo ai Corinti: Fratelli, il Dio dell’amore e della pace sarà con voi. La grazia del Signore Gesù Cristo (Figlio), l’amore di Dio(Padre) e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi. Lo scritto di Paolo è precedente al vangelo di Giovanni; mi sorprende perciò che non si sia preferita nei secoli successivi, la “definizione” di Dio come “il Dio dell’amore e della pace, della grazia e della comunione” e ci si sia immersi invece in dispute teologiche sulla sua natura trinitaria. Dio è come un prisma di luce che diffonde amore e pace, grazia e comunione. Come in ogni prisma triangolare, la luce appare unica, ma la diffrazione mostra che essa è scomponibile in vari colori, costitutivi della luce dispersa dal prisma stesso. L’amore e la pace, la grazia e la comunione sono l’equivalente della dispersione della luce, che rimane unica. Forse i teologi avrebbero speso meglio il loro tempo nel sottolineare che, essendo l’uomo stato creato a immagine e somiglianza di Dio (secondo il libro della Genesi), ognuno di noi dovrebbe cercare di vivere come un prisma luminoso che disperde amore e pace, grazia e comunione. È l’immagine di Dio, Amore diffusivo, trasmessa dal messaggio delle Beatitudini. Ma forse neanche Gesù si era reso conto, nell’annunciarlo, che il messaggio sarebbe stato sottratto ai poveri di spirito e catturato dai teologi.

Giovanni de Gaetano

 

Gli attributi di Dio

Confesso che ho qualche difficoltà a commentare brani come questo di oggi. Per un cristiano non ci sarebbe nulla di così complicato. Dio è amore e agli uomini lo ha manifestato offrendo loro suo figlio. Per i non cristiani, o per quelli che lo sono ma hanno qualche difficoltà con gli aspetti più prettamente teologici-dogmatici, il binomio Dio-amore è meno scontato di quello che possa apparire. Molto di quello che accade su questa terra sembrerebbe indicare tutt’altro. In base alle nostre categorie di giudizio morale – decisamente umane, ma su quelle possiamo contare – bene e male sono due entità distinte. La psicanalisi ci ha fatto capire che in realtà lo sono molto meno. Le tragedie a cui siamo esposti a più livelli e con varia intensità sono percepite come “male” e creano un inevitabile smarrimento in chi deve sostenere il binomio Dio-amore. I teologi e la filosofia hanno a lungo dibattuto su questo. Sono arrivati a chiedersi, i filosofi, se in realtà gli attributi che riserviamo a Dio non siano semplicemente frutto di una nostra disperata necessità di distinguere il mondo, di distribuire etichette e nomenclature in modo da non sentirci continuamente smarriti. Nel momento in cui Dio chiede ad Abramo di sacrificare suo figlio Isacco in realtà starebbe manifestando – secondo alcune interpretazioni- la assoluta mancanza di distinzione tra bene e male, dimostrando di fatto la natura esclusivamente umana delle stesse. E allo stesso modo, potremmo scoprire che anche tutti gli altri attributi che abbiamo riservato a Dio siano in realtà manifestazioni di una profonda necessità di dare un senso alla nostra vita. In questo senso, Dio (l’Essere) sarebbe l’orizzonte che ci aiuta a camminare.

Marialaura Bonaccio

Cuore Sano a Pescolanciano: I CAMPANILI DELLA SALUTE incontrano la gente

 

Si è svolto Martedì 06 giugno 2017 alle ore 18.30,  a Pescolanciano in provincia di Isernia l’ appuntamento de i Campanili della Salute, gli incontri dedicati ai temi della prevenzione.

L’ appuntamento dal titolo: Ruolo dell’ informazione e Fattori di Prevenzione nelle malattie cardio-cerebrovascolari: “Presa di consapevolezza sui Determinanti Sociali della Salute”si è svolto a Pescolanciano in provincia di Isernia   presso i locali della Taverna del Duca.

Quella  de I Campanili della Salute è stata come sempre un’occasione per il pubblico,  per  confrontarsi direttamente con medici e ricercatori  su temi di prevenzione e salute, un’opportunità per prendere consapevolezza sui Determinanti Sociali della Salute con particolare attenzione sul tema Ambiente.

All’incontro sono intervenuti Sindaco del Comune di Pescolanciano, Manolo Sacco, il Presidente dell’ Associazione Cuore-Sano O.N.L.U.S. di Campobasso,Medico cardiologo, Vincenzo Centritto, il Presidente dell’ Ordine dei Medici Cattolici  dell’Arcidiocesi di Campobasso-Bojano , Dottore Salvatore Forte,  e la Dottoressa Francesca De Lucia, dell’Associazione Cuore-Sano O.N.L.U.S. di Campobasso.

L’evento, organizzato dall’Associazione Cuore Sano ONLUS, in collaborazione con il Comune di Pescolanciano, è stata un’occasione in cui il tema della salute ha incontrato  la gente del territorio che ha partecipato con interesse.