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Archive for Mese: maggio 2017

Le Riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

28 MAGGIO 2017

 

Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra (Mt 28,16-20).

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatosi, disse loro: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

 

All’inizio del vangelo Gesù era stato portato su un monte alto da satana che gli aveva mostrato tutti i regni della terra dicendogli che glieli avrebbe dati se lo avesse adorato. Gesù non cedette alla tentazione ma scelse la via del servizio, del farsi carico dei problemi del popolo, soprattutto dei poveri ed emarginati. Proprio questa scelta lo ha portato a scontrarsi con i poteri forti che lo hanno perseguitato prima e poi ucciso condannandolo alla morte in croce. Fino a quel punto nell’ottica umana avrebbe avuto ragione satana perché la vita di Gesù avrebbe dimostrato che vince il più forte e chi sceglie la via del mondo. Nella risurrezione c’è stata la risposta di Dio che ha rivelato dove risiede la vera forza, chi vince realmente. Adesso è Gesù che convoca i discepoli sul monte alto dicendo che ha ricevuto ogni autorità non solo sulla terra ma anche in cielo, perché Dio ha manifestato in Gesù da che parte sta: non dalla parte dei potenti e dei carnefici, ma dalla parte degli ultimi e delle vittime. Gesù non chiede ai discepoli di adorarlo, ma li invia a continuare la sua opera, a far sperimentare agli uomini un amore di Dio che avvolge (battezzare significa immergere nel mistero d’amore che lega la Trinità), che dà la forza di compiere le stesse cose che Gesù ha compiuto: prendersi cura dell’umanità sofferente. Quando si assume il vangelo come criterio di vita Gesù ci è accanto e ci sostiene con la forza di Dio, avendo ricevuto tutto da lui. La fede per il cristiano è credere che la risposta ultima è di Dio e non di chi gestisce il potere in questo mondo e credendo questo non si piega di fronte alle pretese di adorazione di quel potere ma sceglie di percorrere la via stretta del servizio.

Michele Tartaglia

 

Non avrò altre mani che le vostre

Mentre trovo una corrispondenza emotiva immediata con molti episodi del vangelo (beatitudini, perdono, crocifissione, soprattutto trasfigurazione) tutta l’epopea della resurrezione e in particolare l’ascensione mi lasciano perplesso (anche se ho sempre ammirato sia il quadro di Raffaello che quello di El Greco in cui l’ascensione è occasione di innovazioni pittoriche rivoluzionarie). Forse la migliore meditazione su questo episodio è dichiarare la mia incapacità di comprenderne la rilevanza e affermare la mia fede che accetta questa incapacità come una forma di adesione alla saggezza divina. Altrimenti non potrei più deridere in cuor mio quei pazienti che pretendono che spieghi loro in pochi minuti di incontro tutte le intrecciature molecolari del loro cancro. Voglio però provare: in fondo il messaggio che facciamo più fatica a capire può essere il più importante, quello che ci insegna qualcosa di nuovo invece di confermare quello che sapevamo già. Può darsi che la chiave per capire l’ascensione sia il rifiuto di Gesù risorto di farsi toccare dalla Maddalena, perché non era “ancora asceso al Padre.” Questa ascesa era necessaria perché il Paraclito riempisse i fedeli della vita divina, senza la quale non avrebbero potuto sopportare l’incontro con il risorto. In altre parole, quando Gesù ci dice: “Sarò con voi fino alla fine dei secoli” ci dice sarò con voi come vostro fratello, perché condividiamo la stessa vita (lo spirito), piuttosto che come un filosofo peripatetico che continua a rappresentare una ispirazione intellettuale ed emotiva ai suoi discepoli. Una volta che ho innestato in voi lo spirito voi sarete indipendenti dalla mia presenza fisica, mi rappresenterete, le vostre mani diventeranno le mie, i vostri occhi i miei, avrete ora la capacità di trasformare il mondo, di continuare e compiere la mia opera. Molti di noi, e io per primo, dipendiamo da alcune testimonianze per conservare la nostra fede. Mentre l’atto di fede è fondamentale per abbracciare la fede, la fede si deve mantenere attraverso lo spirito. Senza scoprire questa autonomia forse la resurrezione ci è preclusa.

Lodovico Balducci

 

To the end of love

“Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Dopo la recente scomparsa di Leonard Cohen, ho riascoltato più volte la sua canzone “Dance me to the end of love”, titolo e canzone di complessa traduzione in italiano, ma che mi richiamano la promessa d’amore di Cristo del vangelo odierno: Io sarò con voi sempre, to the end of love, fino alla fine dell’amore. La promessa contiene un impegno, che l’amore non finisca, fino alla fine del mondo. La presenza finisce quando, se finisce l’amore. Sta con me attraverso l’angoscia, dice la canzone, fino a che io non mi senta al sicuro. Prendimi tra le tue labbra come un ramoscello d’ulivo e fa che io sia la colomba di pace che ritorna a casa. Stammi vicino con tenerezza e molto a lungo, to the end of love. Il nostro amore è sopra e sotto, prima e dopo di noi, mi riempie completamente, oltre la morte. Stringimi con le tue mani ruvide e con le tue mani vellutate. Mostrami la tua bellezza, come se io fossi la musica di un violino che arde. Danza con me, rendimi lieve e universale come una danza, fino a quando l’amore ci sostenga, to the end of love. Questa canzone, ambientata da Cohen in un campo di sterminio nazista, canta l’amore e la fiducia oltre ogni confine. Pianta una tenda come nostro rifugio ora, anche se ogni filo è strappato…To the end of love.

Giovanni de Gaetano

 

L’eterna inquietudine dell’anima

Una promessa di eternità e il dubbio degli uomini. Il vangelo di oggi mette insieme l’umano e il divino. Divino non perché ascende al cielo, bensì perché nella parola “eterno” deve esserci necessariamente la presenza del divino. Non a caso, il concetto di eterno è stato bandito da tempo dal ventaglio delle nostre categorie mentali e di conseguenza dal nostro linguaggio. Un po’ come la parola “verità”, protagonista del vangelo di domenica scorsa. Può qualcosa davvero durare per sempre? Siamo ancora in grado di pensare al di là del tempo, della morte fisica, della fine che attende inesorabilmente ogni cosa su questa terra? Il dubbio si insinua tra gli stessi discepoli, che probabilmente non si sentono all’altezza del compito che è stato loro assegnato. Ma forse una cosa eterna, o per lo meno durevole quanto la storia dell’umanità, è proprio l’angoscia del finito, l’inquietudine dell’anima che cerca risposte al di là del corpo in cui abita. Forse è proprio questa la nostra personale declinazione del concetto di eternità.

Marialaura Bonaccio

CAMPANILE DELLA SALUTE IN CITTA’ A CAMPOBASSO

 Si è svolto  Martedì 16 Maggio 2017 nel tardo pomeriggio in  Via Verga a Campobasso presso i locali dell’associazione L’amicizia il Campanile dell’Associazione Cuore-Sano O.N.L.U.S. sui temi  della prevenzione cardiovascolare. E’ stato un incontro interattivo con la gente che è intervenuta con numerose domande, sulla prevenzione dei principali fattori di rischio per la propria salute.

Le Riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

21 MAGGIO 2017

 

 

Se mi amate osservate i miei comandamenti (Gv 14,15-21).

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui”.

 

Amore: una parola tra le più abusate e fraintese del linguaggio umano. Spesso si confonde con il desiderio di possedere l’altro per sfruttarlo e consumarlo. La cronaca sempre più frequentemente ci dice che questo tipo d’amore porta addirittura alla soppressione dell’altro: se non posso stare senza di te perché non mi vuoi, ti distruggo perché non posso sopportare che tu non stia con me. Per questo è necessario ogni volta spiegare cosa si vuol dire quando si ama o si chiede di amare. Gesù lega la possibilità dell’amore all’osservanza dei suoi comandamenti, che poi lui riduce ad uno solo: che vi amiate l’un l’altro come io vi ho amato. Gesù per dire che ama, dona la vita, non la toglie; anzi addirittura si allontana per dare spazio, per permettere ai discepoli di vivere i loro tempi di crescita, donando loro la capacità attraverso lo Spirito Consolatore di camminare sulle proprie gambe, di sperimentare la libertà di amare. Lo Spirito infatti ha questa caratteristica: non si impone, non costringe, ma rafforza il bene che c’è in noi, ci rende capaci di superare la nostra fragilità innata per fare cose più grandi di noi. Ma sempre con rispetto, sempre se noi accettiamo di farlo lavorare in noi. Lo Spirito fa tutto con noi ma solo se glielo permettiamo, se ci mettiamo in ascolto, se facciamo nostri i suoi comandamenti. Siamo liberi di accoglierlo o meno: per questo Gesù usa il se: in questa particella c’è tutta la nostra libertà. SE accettiamo che Gesù agisca in noi attraverso lo Spirito che è la capacità stessa di amare di Dio, allora la nostra vita cambia, la parola amore acquista nuovi significati e impariamo da lui, che ci ama senza invadere la nostra vita, ad amare non per divorare l’altro ma per farlo vivere, anche rischiando che vada per la sua strada.

Michele Tartaglia

 

Alcuni posseggono un palazzo, altri la chiave della porta

Una vecchia storia infantile narrava che a un bambino era stato concesso di vedere il paradiso e l’inferno. Nell’inferno aveva trovato persone molto frustrate perché ciascuna aveva una ciotola di riso, che non riusciva a mangiare perché gli stecchini erano troppo lunghi. In Paradiso la situazione era la stessa, ma le persone erano felici perché usavano gli stecchini troppo lunghi per darsi da mangiare a vicenda. Per quanto ingenua e puerile, questa storia contiene il senso del messaggio odierno di Gesù: seguite i miei comandamenti. Al posto dei dieci comandamenti, Gesù ne ha introdotto uno solo che contiene tutti gli altri dieci: scoprite il vostro valore in quello che potete fare per gli altri: è nel darvi agli altri che riconoscerete di avere una missione unica, che siete sacri (da sacer, riservato a una funzione che solo voi potete compiere, che siete le tessere necessarie per completare un mosaico). Alcuni di voi posseggono un palazzo, altri posseggono la chiave della porta: senza chiave il palazzo è inaccessibile, senza palazzo la chiave è inutile. Smettete di discutere su chi ha di più e dà di più perché tutti siete necessari gli uni agli altri. La novità del cristianesimo è stata uno spostamento della nostra attenzione: i dieci comandamenti rappresentavano uno sforzo personale: Gesù ha mostrato che questo sforzo personale verso la perfezione è inutile se non viene vissuto nella nuova prospettiva: trovare il proprio valore negli altri. Questo messaggio è ripetuto nella seconda parte del vangelo quando Gesù ci offre uno sguardo sulla Trinità. L‘amore ha bisogno di relazionarsi e per questo il Padre e il Figlio sono coinvolti in un vortice di amore energizzato dallo Spirito. Ma questo vortice cerca spazio. Dio ha perciò creato il mondo pur sapendo che questo mondo avrebbe richiesto una redenzione, pur sapendo che Dio stesso avrebbe avuto bisogno di redimersi agli occhi dell’umanità perché non poteva sopportare di aver creato un’umanità incapace da sola di liberarsi dalle pastoie del peccato, cioè dell’egocentrismo.

Lodovico Balducci

 

Come se sapessimo cosa è l’amore

“Se mi amate” … Scrive Paolo Curtaz (Associazione Culturale Zaccheo, newsletter@paolocurtaz.it): “Quante volte usiamo questo termine con i nostri figli, con i nostri familiari, con il nostro partner. Se davvero mi vuoi bene dovresti…Prove, ricatti, sotterfugi per mettere all’angolo chi dice di amarci. Ha un volto negativo, questa affermazione. Il volto del giudizio, dell’esame, della messa in discussione continua. Là dove siamo noi i giudici. E un’ambiguità insormontabile: siamo noi a stabilire le condizioni che l’altro deve osservare per dimostrare il suo amore. Come se sapessimo cos’è l’amore”. Forse Gesù voleva dire: Poiché mi amate, è naturale che osserverete i miei comandamenti. I miei, non quelli di Mosè o della legge. E i miei comandamenti sono le Beatitudini: poiché mi amate, sarete misericordiosi, costruttori di pace, praticanti della giustizia, puri di cuore, poveri con i poveri…Non potrete dire di amarmi se questa affermazione resta soffocata nel vostro cuore, un esercizio intellettuale che non si traduce nella vostra vita quotidiana. Chi non ama, dice Gesù, non può fare esperienza dello spirito della verità che dà vita, perché non lo vede e non lo conosce. Semplicemente, non lo immagina neppure. Perché io vivo e voi vivete. Io amo e voi amate. Solo l’amore è spirito e vita.

Giovanni de Gaetano

 

La verità che si sente

Nel vangelo di questa settimana si fa più volte riferimento alla vista. Vedere come porta sul mondo, canale di accesso ai fenomeni, e quindi alla verità. Se vedo, credo. Generalmente uno non crede ai fantasmi, ma se per caso dovesse pararsene uno nel bel mezzo della notte, forse saremmo disposti a rivedere le nostre convinzioni sull’argomento. È la rivoluzione del positivismo, che si è sbarazzato con un colpo di spugna di tutte le credenze non basate sui fenomeni. Oggi potremmo sostituire il “se vedo, credo” con il “se misuro, credo” o anche “se funziona, credo”. Nuovi dogmi hanno sostituito quelli che un tempo venivano liquidati come metafisica. Eppure il vangelo di oggi è un appello a credere pur non vedendo. Il mondo “non può ricevere” lo Spirito della verità, “perché non lo vede e non lo conosce”. Un richiamo diretto al dualismo vista-conoscenza che Gesù invita a superare. Piuttosto che alla vista, Cristo invita i suoi ad affidarsi al “sentire”.

“Egli rimane presso di voi e sarà in voi”. Se da un lato la vista ci ha permesso di difenderci da impostori e false credenze, dall’altro ha sterilizzato una componente fondamentale che ci rende esseri umani completi. Forse il recupero degli altri sensi su cui fondare la nostra conoscenza rappresenta una possibilità per sciogliere le catene del positivismo più devastante.

Marialaura Bonaccio

Le Riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

14 MAGGIO 2017

 

Chi crede in me farà opere più grandi(Gv 14,1-12).

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via”. Gli disse Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?”. Gli disse Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”. Gli disse Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. Gli rispose Gesù: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre”.

 

Non un altro mondo, ma un mondo altro

Il luogo di cui parla Gesù nel vangelo non è da identificare con il paradiso a cui si accede dopo la morte, altrimenti la promessa del suo ritorno non avrebbe un senso molto entusiasmante per chi è chiamato ad annunciare il vangelo su questa terra. Il posto a cui Gesù allude è il legame stretto con Dio, quel legame che era stato perduto con la caduta e che solo a prezzo di estenuanti e ripetuti riti religiosi si pensava di poter riconquistare. Gesù invece promette a chi crede in lui di aprire la strada che riconduce a Dio padre attraverso la sua persona e il dono della sua vita che vincerà la morte e darà una vera speranza ai suoi discepoli. Chi vuole entrare in contatto con Dio ora deve solo accogliere Gesù e la sua vita nella propria vita, nel proprio modo di essere e di agire. Perciò può dire di essere via autentica che fa vivere davvero e può dire anche che in lui si vede Dio: nella vita e nel dono di sé Gesù dice chi è Dio. Aderire a lui significa cambiare il proprio stato, entrare in una nuova dimensione, quel luogo in cui Gesù condurrà i discepoli con la sua risurrezione: non un paradiso fuori dal mondo ma un modo diverso di vivere nel mondo; non un altro mondo ma un mondo altro. Chi entra in questa dimensione nuova compie le stesse opere di Gesù e addirittura fa cose più grandi perché non è solo, ma unito a Dio e a tutti coloro che vivono la stessa scelta. Il bene si moltiplica e l’io diventa più forte e capace di agire nel noi della comunità che nasce dall’incontro con il Risorto. È questo il senso vero della chiesa: non una società con regole di comportamento ma un corpo unico che agisce guidato da Gesù-capo che continua la sua azione di recupero dell’umanità per riportarla all’amore del Padre. Quando la chiesa è consapevole di esistere per dare vita al mondo, ogni tentazione di cercare il potere secondo la logica di questo mondo scompare.

Michele Tartaglia

 

Persone speciali che come il buon pastore mi hanno aperto la porta della fede

La prima ispirazione di questo brano evangelico è l’atto di fede. L’atto di fede consiste nel credere alla testimonianza di persone di cui ci fidiamo. Forse la sorgente principale della mia fede sono stati due sacerdoti, Don Oreste Benzi e Padre Angelo Serra, che in diversi e critici momenti della mia vita mi hanno indicato la strada che dovevo seguire e che da solo non avevo individuato. Don Oreste mi ha permesso di conservare la mia vita, Padre Serra di trovarne il senso più profondo nel mio matrimonio e nella mia emigrazione in America. La loro fede è diventata la mia fede, anche se non riuscivo a comprenderne i contenuti, perché mi fidavo di loro, perché la fede aveva ispirato a loro un amore abbastanza forte per fare le scelte giuste per me. La loro fede vivificata dall’amore era la sorgente della loro saggezza, una saggezza che io desideravo più di tutto condividere. Sono stati per me il pastore che ha aperto la porta.  Gli incontri con queste persone speciali, con questi genitori spirituali, sono in realtà tutti incontri con Cristo sulla strada di Emmaus. La necessità dell’atto di fede in Cristo è stata così definita da C.S. Lewis:” Se Gesù non era né un pazzo né un mentitore e non c’è ragione per credere che fosse tale, la cosa più logica è credergli!” In ciascuna persona l’atto di fede prende una speciale forma emotiva: per la Maddalena che gli lavava i piedi con le proprie lacrime era l’accettazione nel consorzio umano, per San Paolo era la liberazione dalla prigionia della legge ebraica, per San Pietro il riconoscimento semplice e immediato della Sua autorità divina: “Tu solo hai parole di vita eterna”.  Per San Giovanni (evangelista) il privilegio di sentirsi il primo della classe tra gli apostoli. In realtà lo spessore emotivo o intellettuale non ha importanza: l’unica cosa che conta è arrivare all’atto di fede. Gesù ci indica anche come riconoscere il buon pastore: il buon pastore è colui che viene per aprirti i pascoli, non per mangiarti. In una presentazione U-tube di Enzo Piccinini, scomparso quasi vent’anni fa, ma ancora vivissimo fra i suoi amici, Enzo ci dice come don Giussani gli abbia insegnato, con gentilezza, l’amore per i propri figli. A Enzo, come a tutti i padri affettuosi, piaceva coccolarli, sentirli vicini, in qualche modo possederli. Giussani gli disse: “Il tuo amore sarà completo solo quando sarai capace di lasciarli andare per la loro strada, di abbracciare il loro destino» L’amore protettivo dei genitori come quello possessivo dei coniugi (o partner che dir si voglia), divorziato dalla coscienza che noi possiamo solo accompagnare ma non possedere una persona umana, può condurre al macello non meno di quello del ladro. Solo scoprendo che l’intimità matrimoniale è un accordo e un impegno a esplorare insieme una terra sconosciuta, che la procreazione è in realtà un atto di fede nel Dio che ci ha reso partner della creazione, cessiamo di essere ladri e carcerieri, prigionieri nel castello Kafkiano della menzogna e diventiamo verità luce e amore.

Lodovico Balducci

 

Avanti c’è posto nella mia casa

“Nella mia casa ci sono molti posti”. Gesù ha abolito i recinti del tempio e del sacro: quando parla del Regno intende perciò una realtà senza paletti, senza confini. La casa di cui egli parla in questo suo discorso di addio ai discepoli è quel Regno che noi, con la preghiera del “Padre nostro”, chiediamo ogni giorno che venga, che si realizzi. Non certo in un cielo lontano e in un futuro indefinito, ma giorno per giorno, qui e ora. Ciò vuol dire che ci sono molti posti in una casa, in un Regno che sono in costruzione. Il numero dei posti non è definito, ma dipende dall’impegno che ognuno di noi mette nella sua vita quotidiana per creare posti disponibili. La casa di cui parla Gesù è la nostra terra, il nostro paese, la nostra parrocchia, i nostri laboratori. Non so se Gesù pensasse ai migranti e agli esuli, quando ha parlato di tanti posti, ma se Lui fosse su una nave di soccorso, al naufrago che raccoglierebbe per mare non chiederebbe, prima di tirarlo su, se è un migrante economico o un migrante politico, né se è un cliente o una vittima degli scafisti. Ma noi stiamo già così stretti e la nostra casa è così piccola, che tireremmo un sospiro di sollievo se sulla nazionale tra Isernia e Venafro evaporassero i neri che ogni giorno, ogni sera, camminano in fila indiana con un sacchetto della spesa, col pericolo di essere travolti prima del tempo da qualche guidatore distratto. Ma non ci vorrebbe una legge sulla legittima difesa anche contro questi qui?

Giovanni de Gaetano

 

 

Il posto della verità al tempo del relativismo

La parola “verità” è una delle tante ad aver progressivamente abbandonato il nostro vocabolario. Insieme alla parola “vergogna”, la “verità” è un incomodo, è la moquette a fiori in un loft all’ultima moda, un suono che non ha alcun corrispettivo nella realtà. Perché il concetto di verità inevitabilmente rimanda a qualcosa che esiste nonostante noi. Qualcosa di immobile che ci guarda dall’alto e a cui noi tendiamo, senza successo. Nel tempo di massima glorificazione del relativismo più ostinato, la verità non ha di che vivere. Si è trasformata in una più rassicurante verità relativa, ciò che vale a seconda del soggetto che la esprime in un determinato momento. Lungi dall’essere eterna, può cambiare da un giorno all’altro, a seconda che lo scorrere degli eventi vada in un verso o in un altro. Là dove la società liquida decide di collocarla seppure temporaneamente. E perdendo fede nella verità, nella possibilità che esista qualcosa al di là del nostro pensarlo contingente, perdiamo l’ennesima buona occasione di conoscere il mondo (e noi stessi) attraverso le tante strade che non necessariamente prevedono il passaggio obbligato alla dogana del relativismo.

Marialaura Bonaccio
— Chi desidera eliminare il proprio nominativo dalla mailing list dell’Associazione Cuore Sano ONLUS potrà farlo inviando una mail all’indirizzo associazione@cuoresano.org I testi diffusi nell’ambito delle iniziative “Le riflessioni della domenica” e “QUAR17 RICERCA DELL’UOMO RICERCA DI DIO”, non riflettono né rappresentano necessariamente il pensiero dell’Associazione Cuore Sano ONLUS di Campobasso, né dei responsabili/curatori delle suddette iniziative.
Questa mattina è stato erroneamente diffuso il testo della scorsa settimana a firma di Lodovico Balducci.
Inoltriamo quello corretto. Ci scusiamo per l’inconveniente.
Buon fine settimana a tutti.

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

14 MAGGIO 2017

 

 

La verità è un’esperienza di vita, non un concetto

“Cos’è la verità? “questa domanda del mio amico Mario Celani nelle sere fumose del collegio Joanneum concludeva ogni mio tentativo di convincerlo sulla realtà e il realismo del cristianesimo. Se avessi letto più in profondità il vangelo di oggi, mi sarei reso conto che la domanda, come quella di Pilato a Gesù non poteva avere una risposta. Perché la verità è via e vita, cioè una esperienza, non un concetto e come tale non può essere circoscritta in parole.  La prima esperienza è quella di esistere, di essere vivi e giustamente questa è l’unica esperienza di cui possiamo essere completamente sicuri (con buona pace di Cartesio che ha passato la propria vita cercando di dimostrare la propria esistenza, ma forse il suo contributo non è stato del tutto inutile, perché il “cogito ergo sum” riconosce la dimensione razionale della coscienza. Possiamo dire che Cartesio ha riconosciuto la centralità della coscienza nella nostra esperienza umana). La nostra verità personale è un prodotto di genetica e ambiente diversa per ciascuno, ma in tutti casi è fatta di contraddizioni irriducibili, è una forma di nevrosi esistenziale, di ritorni nel e uscite dall’inferno, nella morte e dalla morte.  Nei suoi romanzi e specialmente in “Noed de viperes” e “Thérèse Desqueyroux” Mauriac ha descritto magistralmente il dramma delle famiglie borghesi francesi (o italiane, o tedesche, o americane), dove una facciata di perbenismo copre dei conflitti emotivi e le parti si odiano a vicenda mentre pretendono di amarsi. Questa verità contradditoria, questo viaggio ininterrotto dalla vita alla morte e dalla morte alla vita, questo conflitto oresteo o amletico dove l’amore per il padre può solo tradursi in odio per la madre, trova in Cristo la soluzione, anche se la spiegazione ci sfugge. La soluzione è la volontà di amare che si operazionalizza nel vivere le nostre contraddizioni, le nostre sofferenze, come redenzione, cioè come prezzo per uscire dal labirinto della contraddizione. Forse vale la pena ricordare che il redentore nell’antico Israele era il famigliare che preveniva la schiavizzazione di un’altra persona e della sua famiglia pagando i debiti lasciati in sospeso. Gesù ci ha mostrato tre strade per la redenzione: la prima è rifiutare di rispondere al male con il male, di innescare una perpetua vendetta. La seconda è di agire come parafulmine per l’odio nel mondo, di esaurire questo odio. La terza è di utilizzare come pagamento del debito le stesse torture che ci provengono dal debito. Ho già avuto occasione di scrivere come la depressione che ha torturato tutta la mia vita è diventata uno strumento prezioso nell’assistere i miei malati che sono vicini alla morte. A differenza di colleghi che non conoscono la depressione, io mi trovo a mio agio con questi pazienti perché’ la depressione mi ha permesso di eliminare ogni paura della morte. La via, la verità e la vita. Quando innestiamo la nostra esperienza in quella di Gesù viviamo una verità che non può essere più contraddetta: la via, la verità e la vita sono la stessa cosa.

Visto che sono sordo musicalmente, un paradiso dove si suona e si canta non mi attira particolarmente: mi attira invece un paradiso dove Madre Teresa può continuare ad aver cura dei suoi malati e il suo sforzo non è interrotto da beghe burocratiche, un paradiso dove mi sia permesso di tirar fuori dal mare le persone che ci muoiono cercando di sfuggire alla miseria dell’Africa del Nord. Più che come premio al mio lavoro, concepisco il paradiso come la gioia ininterrotta del mio lavoro.

Una réclame americana della coca cola che cerca di differenziarla da tutte le altre colas dice: “Coke is the real thing”. Lo stesso possiamo dire di Cristo. Quando possiamo abbracciare il senso vero della nostra vita, perché cercare di sostituirlo con dei succedanei?

Lodovico Balducci

 
I testi diffusi nell’ambito delle iniziative “Le riflessioni della domenica” e “QUAR17 RICERCA DELL’UOMO RICERCA DI DIO”, non riflettono né rappresentano necessariamente il pensiero dell’Associazione Cuore Sano ONLUS di Campobasso, né dei responsabili/curatori delle suddette iniziative.

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