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Archive for Giorno: 10 febbraio 2017

Le riflessioni della domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

12 FEBBRAIO 2017

 

Portare a compimento (Mt 5,17-37)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna. Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e và prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono. Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo! Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore. Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna. Fu pure detto: Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio; ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio. Avete anche inteso che fu detto agli antichi: Non spergiurare, ma adempi con il Signore i tuoi giuramenti; ma io vi dico: non giurate affatto: né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello per i suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”.

 

Non basta avere buone leggi se poi chi le deve vivere non ha il cuore aperto per accoglierle e trasformare così la propria mentalità. È questa la sintesi del vangelo di oggi: Gesù non critica la legge di Mosè come si è invece spesso pensato in una rilettura post luterana. Gesù ribadisce l’importanza dei comandamenti ma sa bene che non bastano se il cuore dell’uomo è orientato al male. La sfida è unificare l’interno e l’esterno dell’uomo così che addirittura si possa rendere superfluo anche il comandamento dei giuramenti, perché non c’è bisogno di giurare su ciò che spontaneamente si fa. Portare a compimento è la sfida dei credenti nei confronti dell’etica evangelica e biblica ma è anche la sfida delle società civili e dei singoli cittadini nei confronti delle leggi fondamentali degli stati e delle istituzioni internazionali che parlano di diritti e dignità dell’uomo ma non sono diventate criterio di scelta per coloro che vivono all’interno di essi e si fanno invece guidare dal “maligno” dell’egoismo e dell’interesse di parte. In tal modo si può arrivare (e spesso si è arrivato) al paradosso di avere leggi bellissime ma governi che contraddicono la legge perché mentre apparentemente rispettano la forma (o sono costretti a farlo dai tribunali) ne tradiscono la sostanza. Il compimento reale della legge avviene quando gli uomini non hanno bisogno di avere vincoli esterni o divieti ma sentono nel loro cuore che il bene va fatto perché va fatto e perché è ciò che ci rende realmente umani. Custodire l’altro non uccidendolo nell’anima con le parole (pensiamo al cyberbullismo), guardare l’altro con rispetto e amore senza intenzioni di sfruttamento e relazionarsi con l’altro nella verità, senza manipolare le parole per farne strumento di inganno e di dominio non sono consigli per vivere meglio la fede, ma sono le strutture fondamentali per essere realmente umani, e portare a compimento non solo la legge ma la nostra identità più vera.

Michele Tartaglia

 

Non possiamo vivere senza fede

Quando eravamo bambini il fumo era una attività molto popolare. Poi si è saputo con certezza che il fumo era la maggior causa di malattie cardiovascolari e neoplastiche, ma questa informazione, ben documentata, ha cambiato ben poco il nostro comportamento. Solo quando si sono istituiti programmi per aiutare i fumatori a smettere, accompagnati da leggi restrittive, l’epidemia del tabacco è diminuita nel mondo occidentale. Forse anche più importante è stata la coscienza che il fumo poteva danneggiare le persone intorno a noi, i nostri sposi, i nostri bambini, in altre parole che smettere di fumare era un atto d’amore. A me la storia del fumo è sempre sembrata la storia della legge mosaica. La legge ha distinto bene e male, ma questa coscienza generava solamente penosi sensi di colpa. Gesù è venuto a completare la legge quando ci ha dato il modo di partecipare all’agape, l’amore soprannaturale che fa della donazione di sé l’esperienza più gioiosa e remunerativa. Allora abbiamo scoperto che i 10 comandamenti possono essere compresi in un unico atto d’amore, verso gli altri e noi stessi. Tipico del nostro tempo e della nostra cultura antropocentrica è il trovarci incapaci di amare, sia perché ce ne sono mancati gli esempi, sia perché la nostra cultura considera l’esperienza personale come il termine ultimo di riferimento. Ci sembra che amare gli altri perché ne abbiamo bisogno sia un limite intollerabile alla nostra libertà. In realtà questo ragionamento assurdo è come dire che non siamo liberi perché senza aria non possiamo respirare. L’agape è il nostro respiro spirituale, l’aver bisogno degli altri è di per sè il nostro dono agli altri e il dono che gli altri fanno a noi.

Devo confessare che come medico ho difficoltà ad accettare l’ultima sentenza del vangelo di oggi, l’ingiunzione a rispondere sì o no ad ogni domanda, perché in medicina le certezze sono poche e la risposta più onesta nella totalità dei casi è “può essere.” Gesù ci chiede di proclamare una certezza che è menzogna? Lo escludo, Gesù ci chiede di riconoscere la nostra limitatezza nell’interpretazione della vita e di accettare con umiltà il nostro ruolo al servizio degli altri. Non possiamo vivere senza fede, visto che non sappiamo da dove veniamo e dove andiamo. Come ha detto Pascal, la fede in Dio è la scommessa più sicura.

Lodovico Balducci

 

La legge morale in me

Vangelo complesso questa domenica: dopo la sconvolgente semplicità delle beatitudini, oggi ci vengono proposti una serie di precetti o consigli che vanno letti nel loro insieme e nel loro significato profondo, che trascende il contesto storico e culturale in cui sono stati pronunciati. Gesù dice chiaramente che non sono negativi soltanto una serie di gesti visibili (uccidere, spergiurare, commettere adulterio…), ma anche e soprattutto i pensieri e le passioni nascoste che ne sono alla radice. In un’altra circostanza, Gesù ha ricordato che non è ciò che entra nel corpo dell’uomo (ad es. attraverso certi cibi) che lo contamina, ma ciò che fuoriesce dall’intimo del suo cuore. L’amore tra due persone non va quindi valutato (certo non giudicato…) in relazione a fattori esteriori, amministrativi, di costume, di consuetudini, ma in una profonda relazione di coppia, dove neanche con il pensiero si può attentare all’amore condiviso. Questo amore non richiede una tutela legale, ma fonda la sua solidità sulla ricerca e lo sviluppo di un progetto di senso, che sottenda a tutto il resto, al matrimonio, ai figli, a una casa o a vacanze condivise. San Paolo coglierà pienamente il senso di questo messaggio di Cristo: il superamento di comportamenti regolati da una legge esteriore con scelte maturate nel profondo della coscienza, nel rispetto della persona più che della norma prescrittiva.

Giovanni de Gaetano

 

Contra hypocritas

Un manifesto contro le ipocrisie e un invito a esplorare con sincerità il fondo più nascosto delle nostre coscienze. Un appello a buttare giù la maschera e a guardarsi finalmente per quello che si è. Un messaggio senza tempo, se pensiamo che dopo duemila anni siamo ancora qui a sostenere le stesse necessità di allora, auspicando una corrispondenza più fedele tra l’interiorità e le azioni, tra il predicato e il fatto. A che serve rispettare la legge se l’anima va altrove? Andrà anche bene per l’ordine sociale, d’accordo, ma il cristianesimo si occupa di quello spirituale. E se per un giudice sarà sufficiente non avere commesso crimini per giudicarci buoni cittadini, siamo sicuri che a noi questo potrà bastare per definirci brave persone? In superficie, forse. Ma per chi intraprende quel cammino di autocoscienza, sarà molto difficile dissimulare. Il perfetto cittadino molto spesso nasconde crepe interiori che nessuna buona legge potrà sanare.

Marialaura Bonaccio

Le riflessioni della domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

5 FEBBRAIO 2017

 

 

Sale e luce (Mt 5,13-16).

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”.

 

Le due immagini usate da Gesù sono in totale contrasto, indicano due modi opposti di essere: il sale non si vede, si percepisce con il gusto ma è nascosto. La luce invece colpisce la vista, è fatta per apparire. I discepoli sono chiamati ad essere allo stesso tempo invisibili (ma efficaci) e visibili. Come può avvenire questo? Gesù lo dice proprio alla fine del brano: non i discepoli devono essere visti, ma le loro opere, ciò che fanno nel più totale anonimato e nascondimento, senza la ricerca del riconoscimento e dell’applauso. Il discepolo di Gesù è come il sale che dà sapore ma solo scomparendo, immergendosi totalmente nella concretezza dell’azione. La gratitudine di chi riceve dal discepolo non deve essere verso chi dona ma verso Dio Padre che è la vera origine di ciò che di buono c’è nel mondo e di cui chi fa il bene è solo amministratore, intermediario, strumento. L’accoglienza dei valori evangelici non deve avere come conseguenza la glorificazione dei credenti, ma il bene della società che, diventando migliore, permette ai suoi membri di crescere e di umanizzarsi o, per dirla con Gesù, di rendere gloria al Padre che è nei cieli. Per chi vive bene (soprattutto nello spirito e non tanto per possesso di beni a scapito di altri) è più facile coltivare la propria interiorità e fare l’esperienza del divino. Affannarsi invece per farsi vedere, per cercare riconoscimenti, come spesso capita alle chiese e alla gente di chiesa, con la scusa di far conoscere il vangelo, va nella direzione contraria a ciò che Gesù ha chiesto ai suoi discepoli. Se ha messo prima il sale, che è qualcosa che non si vede ma la cui presenza si percepisce, forse ci vuole dire che non è la pubblicità e la parola facile a rendere un buon servizio a Dio bensì l’azione concreta che dà diverso sapore al mondo.

Michele Tartaglia

 

Prolungare la vita o cercarne un senso? 

Mi stupisce che il Ministero della sanità americano non abbia ancora proscritto questo brano evangelico. In questo momento il sale e la luce del sole sono considerati i peggiori nemici della sanità. Sicuramente limitando il sale si può vivere più a lungo (non sono sicuro riguardo al sole). Gli americani si vantano di evitare le abbronzature il che può evitare alcuni cancri cutanei ma può causare una deficienza epidemica di vitamina D. Senza sale possiamo vivere più a lungo e gioire vent’anni di demenza. Gesù oggi ci sfida a definire la salute: si tratta di prolungare la vita o di dare senso alla vita?  Nell’omelia dedicata al nostro matrimonio, Padre Serra ha affermato che il successo del matrimonio è distruggere l’un l’altro con l’amore. L’amore è designato a estrarre da noi il meglio di noi stessi anche se deve costarci la nostra vita, piuttosto che a prolungare una vita insipida. Oscar Romero è stato ucciso come Thomas Beckett, mentre celebrava la messa nella cattedrale di El Salvador. A differenza di Thomas Beckett, la sua memoria è stata pressoché ignorata da due Papi e ci è voluto un papa sudamericano per promuoverne la santificazione. Romero ha voluto dar sale alla sua vita, un sale che brucia il mondo intero incluse le gerarchie ecclesiastiche. Siamo chiamati a essere santi anche se la santità ci costa la popolarità, nel mondo e nella chiesa.

Lodovico Balducci

 

Il sale delle beatitudini

Non a caso il vangelo di questa domenica sul sale e la luce segue immediatamente quello delle beatitudini della settimana scorsa. Infatti è orientando la nostra vita alle beatitudini (piuttosto che ai 10 comandamenti) che possiamo sperimentare quanto la scommessa su Cristo (per dirla con Pascal) possa dare un senso pieno, il giusto sapore, alle nostre gioie e ai nostri dolori, ai nostri amori e alle nostre sconfitte, al nostro lavoro e ai nostri svaghi. Come il sale, che non è cibo di per sé ma resta invisibile nelle pietanze, dà il suo pieno sapore se usato senza eccesso, così Cristo dà senso alla nostra vita se rimane una presenza discreta, operante nel silenzio e nel raccoglimento, senza proclami né ostentazione di potere. Orientare la nostra vita a Cristo e alle beatitudini non comporta nessuna scelta di vita particolare: come il sale, Cristo dà sapore alla nostra vita, se siamo operai o imprenditori, single o sposati, giovani o vecchi: tutto trova il suo equilibrio nella misericordia e nella mansuetudine, nella ricerca della pace e della giustizia, nella mancanza di fiato (spirito) per amore. E se alla fine avremo perso la scommessa di Pascal, avremo comunque vissuto una vita ricca di sapore.

Giovanni de Gaetano

 

L’ipertensione dell’anima

Essere il sale della terra suona come un invito a trovare una propria collocazione nel mondo e a contribuire affinché questo non diventi cibo sciapito. Il sale si aggiunge ai cibi che mangiamo e dosarlo è affare talmente delicato che un uso eccessivo trasforma anche la migliore pietanza nel piatto più disgustoso. Come spesso accade, la misura e la moderazione si rivelano la scelta migliore. Una lezione cara al mondo greco e che forse quello moderno ha dimenticato troppo in fretta. L’armonia dell’universo deriva dal fatto che ciascuna componente assolve il ruolo che le è stato assegnato. Lo sapeva bene Platone, per il quale la società giusta si fonda sull’armonia delle tre parti che la compongono. Allo stesso modo, la giustizia interiore si raggiunge solo quando le tre anime (razionale, irascibile e concupiscibile) mantengono un equilibrio armonico tra di loro e nessuna prevale sulle altre.

In un certo senso, quello che Platone aveva indicato come armonia, diventa oggi, per eccesso di sale, un fondamentalismo religioso intollerabile, che potremmo definire come ipertensione dell’anima.

Marialaura Bonaccio 

Le Riflessioni della domenica

 

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

29 GENNAIO 2017

 

Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia (Mt 5,1-12).

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”.

 

Capire cosa significa avere il senso della fame e della sete è possibile solo a chi vive una privazione tale che lotta con tutte le sue forze per riuscire a mantenersi in vita. Ancora più estrema è la fame d’aria, la cui mancanza conduce a morte in brevissimo tempo. Gesù applica alla ricerca della giustizia questo senso di mancanza che decide della propria sopravvivenza. In un tempo in cui una nazione che si autoproclama modello per la democrazia del mondo progetta un muro per impedire ai poveri di sperare, giustifica il valore della tortura per affermare il proprio modo di pensare, producendo come effetto il rialzo degli indici della borsa più importante del mondo (che in questo modo ha gettato la maschera rivelandoci che cosa significa realmente il mercato mondiale), potremo capire (e lo impareremo presto) cosa significa avere realmente fame e sete della giustizia, al di là della retorica stanca dei politicanti nostrani che assomigliano ai cicisbei incipriati della corte del Re Sole. Se pensavamo che il vangelo avesse perso la sua importanza era perché ormai era diventato pascolo di gerarchie clericali inanellate che si fingevano pastori come gli annoiati nobili dell’Arcadia, ora che possiamo di nuovo imparare cosa significa avere fame e sete realmente, come ce l’ha la stragrande parte dell’umanità profuga, forse potremo di nuovo sentire che il vangelo non è stato proclamato e scritto per esercitazioni di stile ma proprio per tempi di crisi di giustizia ed è lì che ha manifestato tutta la sua potenza e forza. Perché quando si è deboli rispetto alle prevaricazioni del potere mondano si scopre la forza del vangelo che annuncia Colui che ha scelto ciò che è debole per confondere i forti.

Michele Tartaglia

 

Essere poveri di spirito è una precondizione per le altre beatitudini

I suoi genitori la chiamarono Grace, Grazia, perché la sua inaspettata sopravvivenza fu infatti una grazia di Dio. Un povero falegname che lavorava saltuariamente e una donna di casa non potevano permettersi l’assicurazione malattie nel mondo capitalista americano, per cui quando si presentarono al pronto soccorso del Baptist Hospital di Jackson, il medico asiatico di turno li rimandò a casa, anche se l’emorragia iniziale indicava un chiaro rischio per la gravidanza. Infatti dopo poche ore la madre ebbe un’emorragia severa, che richiese diverse trasfusioni di sangue e diversi giorni in terapia intensiva.  La bambina era nata senza difetti e sette anni più tardi era sana e felice. I genitori attribuivano questa grazia alle preghiere che avevano recitato, mano nella mano, aspettando l’ambulanza. Riconoscendo che la vita è troppo breve per sprecarla in recriminazioni e ostilità e soprattutto che la vita è un dono di Dio che è un peccato deturpare, non conservavano nessun rancore verso il medico dall’accento strano che scambiava le R con le L e che aveva quasi condannato a morte certa la madre e la bambina per garantire il profitto dell’ospedale, né erano angosciati dai conti che ogni mese dovevano ancora pagare all’amministrazione dell’ospedale. Erano felici della loro Grace e ne ringraziavano il Signore ogni giorno.

Ogni commento alle beatitudini è un rischio, perché chi può parlare con più chiarezza e convinzione di Gesù?  Nella storia di Grace, della quale sono stato testimone, ho tracciato una sintesi delle beatitudini di Matteo, ho cercato di illustrare uno dei miei tanti incontri con i poveri di spirito, cioè di coloro che possono essere riempiti della Grazia, perché sono vuoti di aspettative mondane.  Essere poveri di spirito sembra una precondizione per le altre beatitudini. È importante osservare che sia Matteo che Luca vedono le beatitudini come una realtà della vita presente, piuttosto che come la promessa di una ricompensa futura. La parola Ashere’ in aramaico in realtà significa “come sono felici” e ritorna spesso nei salmi. Luca rinforza questo concetto con la parola greca “makarioi” che significa la felicità degli dei, per “beati.” Matteo si riferisce a questi poveri come “ptocos”, la parola greca che significa diseredati, senza alcun sostegno (a differenza di Penes, che significa la persona senza superfluo). È una minaccia per i ricchi? No, se si riconoscono malati, tossicodipendenti, come suggerisce Francesco.

Apparentemente Grace Kelly, prima di sposare Ranieri, passava ogni sabato notte con uomini diversi in una attività sessuale molto intensa, ma la domenica mattina non ha mai mancato di andare a messa. Era questa una delle tante stranezze delle stelle del cinema? Può darsi, ma per me rappresenta invece una forma di povertà di spirito, poiché era il riconoscimento della vanità del fasto di Hollywood, della ricchezza e del sesso sfrenato, come tossicodipendenza.

Lodovico Balducci

 

Poveri di spirito quando non abbiamo tempo di respirare

Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te, Signore, scriveva S. Agostino. Deluso dalla filosofia manichea, dall’accademia, dal sesso, dalla gloria, Agostino aveva trovato in Cristo la felicità che cercava. Quella felicità annunciata nel “discorso delle beatitudini” di questa domenica. Perché il nome di Dio è Felicità.

Felici i poveri di spirito…Per molto tempo ho pensato che fossero i ricchi che non erano attaccati alla loro ricchezza. Poi ho capito che la felicità di cui parla Gesù non è un affare di reddito. Spirito è il fiato, il respiro. Siamo poveri di spirito quando la sera possiamo dire: “Non ho avuto il tempo di respirare”, non perché in mille faccende affaccendati, come la Marta di un altro episodio evangelico, ma perché abbiamo consolato gli afflitti, siamo stati miti e misericordiosi con i nostri familiari e amici o sul posto di lavoro, abbiamo messo pace nel nostro cuore e attorno a noi e, se ci siamo trovati in situazioni di conflitto, abbiamo cercato subito una soluzione di pace, perché ci siamo opposti alle ingiustizie piccole e grandi, quelle quotidiane del nostro ambiente e abbiamo sgombrato il nostro cuore da rancori, invidie, gelosie, ritenendo questa la purezza delle beatitudini piuttosto che quella raccomandata dal 6°comandamento. A proposito, caro lettore che, come me, conosci sin da piccolo i Comandamenti a memoria, sai a memoria anche le Beatitudini?

Giovanni de Gaetano

 

I poveri di animo non sono beati

Chi sono i poveri? Nel linguaggio comune questo termine identifica persone con ridotte o nulle risorse materiali. Persone che, nella maggior parte dei casi, non possono permettersi una vita dignitosa, figurarsi il superfluo. Per quanto le società si sforzino di convincersi e convincere che è giusto occuparsi dei più disagiati, i risultati sembrano davvero deprimenti. Poi c’è un’altra povertà, quella di spirito, narrata nel vangelo odierno e che potrebbe indicare la fatica esistenziale di chi si è prodigato per gli altri. Infine, ce n’è una terza. Una povertà d’animo (non di spirito), che forse è la più difficile da riparare. È la miseria di una vita in cui non si è riusciti a dare il giusto senso alle cose, o il senso non è stato proprio cercato. Una vita in cui i pesi sono stati malamente distribuiti, e le relazioni gestite anche peggio. Una vita in cui, nel migliore dei casi, è stata la paura a guidare le scelte, o gli egoismi, o ancora la falsa illusione di poter dominare qualunque cosa. È questa, forse, la povertà peggiore, perché chi ne è colpito non ne è nemmeno consapevole. I poveri di animo hanno poco di cui bearsi.

Marialaura Bonaccio

Le Riflessioni della domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

22 GENNAIO 2017

 

Vi farò pescatori di uomini (Mt 4,12-23).

Avendo saputo che Giovanni era stato arrestato, Gesù si ritirò nella Galilea e, lasciata Nazaret, venne ad abitare a Cafarnao, presso il mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Il paese di Zàbulon e il paese di Nèftali, sulla via del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti; il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce; su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata. Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”. Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. E disse loro: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini”. Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedèo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono. Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

 

L’evangelista Matteo sottolinea che la chiamata dei primi collaboratori di Gesù avviene in una zona di confine tra la terra d’Israele e il mondo pagano, un mondo di tenebra, su cui ora splende la luce della sua presenza. I futuri discepoli sentono sulla loro pelle cosa significa essere malvisti da tutti: i giudei che li considerano impuri perché a contatto con i pagani; i pagani che li considerano diversi perché appartenenti a un gruppo particolare. Gesù sceglie persone di questo tipo perché li chiama ad una missione che ancora di più li pone ai margini, stranieri per tutti e proprio per questo capaci di accostarsi ad altri emarginati come loro, per diversi motivi: malati, indemoniati, nullatenenti. In ogni epoca ci sono situazioni di confine, in cui si sperimenta l’alienazione rispetto al sistema ed è in queste situazioni che il vangelo ricupera la sua tensione originaria, la capacità di portare speranza. Dove si vive l’accomodamento e l’adeguamento al sistema dominante, il vangelo perde la sua efficacia, diventa irrilevante, anche se tutta la società e la cultura sono intrise di esso. Come avviene in Europa e nel Nord America, dove si mantiene l’adesione formale alle diverse chiese ma si calpesta il vangelo nella sua essenza. L’episodio di oggi ci ricorda che Gesù non smette di chiamare i suoi collaboratori ma probabilmente non usciranno dall’interno di quei gruppi che chiudono le porte ai disperati, bensì proprio da quei disperati che divengono ormai sacramento vivente di colui che è disprezzato, reietto, uomo dei dolori, come dice il profeta Isaia. I primi discepoli, scelti tra gli ultimi della terra, sono il seme di ciò che deve essere la chiesa, la comunità di Gesù; dove questo seme continua a portare frutto, il messaggio di Gesù mantiene intatta la sua forza trasformante: i cristiani che soffrono in ogni parte del mondo stanno lì a ricordarcelo.

Michele Tartaglia

 

La coscienza di Gesù

Nel novembre 1959, una serata nebbiosa in una delle vie deserte della Rimini invernale, tra una boccata e l’altra di una Nazionale Esportazine, un amico mi propose questa domanda: “perchè dovrei rinunciare ai vantaggi della mia sicurezza presente per la promessa incerta di una vita futura ed eterna?”  Nell’ottica razionalista di quel momento, la domanda faceva molto senso, ma purtroppo era senza contenuto. Il mio amico viveva in una casa sconvolta dall’infedeltà che era il segreto meglio conosciuto di Rimini. Dopo una girandola di relazioni sua madre lasciò per sempre la famiglia pochi anni dopo per andare a vivere con il suo ultimo amante a cui fece dono di tutto il suo patrimonio. In pochi giorni il mio amico si è trovato orfano, diseredato e pieno di sospetti e ansietà verso le donne che lo hanno accompagnato credo attraverso il suo stesso travagliato matrimonio. In realtà la proposta cristiana gli chiedeva di abbandonare una illusione, anzi un inganno autoinflitto per seguire una realtà certa, anche se sconosciuta: l’abbandono di se stesso all’amore di Dio, la certezza della propria sacralità cioè della propria dignità che non poteva essere scalfita da nessuna disfatta storica e personale. La proposta cristiana coinvolgeva una realtà presente, gli avrebbe insegnato a “Vincere a Waterloo” come era il titolo di un libro del filosofo siciliano Michele Federico Sciacca, cioè a trasformare ogni sconfitta in vittoria, a redimere il tradimento di sua madre. Questo lo hanno capito gli apostoli che nel vangelo di oggi ad uno ad uno, hanno seguito la chiamata di Gesù. A differenza del mio amico, non si ingannavano sulla propria situazione, non erano impegnati a difendere un segreto conosciuto da tutti, sapevano che la loro vita avrebbe trovato un significato solo quando avessero deciso di seguire Gesù. Alla base del loro atto di fede in Gesù c’era una saggezza umana fondata sulla povertà economica e l’assenza di una cultura che li avrebbe alienati da se stessi. Questo bagaglio li avrebbe resi ciechi come lo era il mio amico e come lo sono o sono state miliardi di persone in cerca di una “normalità” impossibile. Un’atra breve nota sul vangelo di oggi riguarda il ritiro di Gesù in Galilea, dove era cresciuto, dopo l’arresto di Giovanni. Una volta ancora ci rivela l’umanità di Gesù: la sua prudenza per evitare l’incarcerazione, ma più importante lo sviluppo storico della coscienza della propria missione. Gesù è divenuto cosciente poco per volta di essere Dio!

Lodovico Balducci

 

Galilea e Molise, una luce si è levata dalla periferia

Simone, Andrea, Giacomo, Giovanni… persone anonime, pescatori in un piccolo lago periferico chiamato mare, alla fine del mondo, capaci di cogliere il senso del passaggio di un uomo da poco giunto sulla riva del lago e di rispondere alla sua chiamata, fino a diventare pescatori di uomini da 20 secoli in tutto il mondo.

Mariarosaria, Marialaura, Simona, Benedetta…ragazze anonime, giovani laureate in una piccola regione periferica chiamata Molise, alla fine del mondo scientifico, capaci di cogliere il senso del passaggio di un gruppo di ricercatori da poco giunti in regione e di rispondere alla loro chiamata, fino a diventare, in pochi anni, ricercatrici affermate e note in tutto il mondo. Il Molise che non viene menzionato dai TG nazionali quando si parla di neve o terremoto, è terra capace di rinnovare il mistero di un vangelo insegnato da una barca a folle di poveri e di infermi, sfuggendo i sacri ambienti del Tempio e dei suoi Dottori. Giovani collaboratrici e collaboratori molisani che seguendo alcuni senior hanno lasciato le reti tranquille del quotidiano e l’anonimato di un posto statale sicuro e si sono messi in cammino, in un viaggio incerto e insicuro, alla ricerca di qualche brandello di verità, un gene, un farmaco, un meccanismo d’azione, un senso nella malattia e nel dolore, in amicizia e amore.

Giovanni de Gaetano

 

I protagonisti della Storia

Non capita di rado di chiedersi chi effettivamente siano i veri protagonisti della Storia. Molti sostengono che siano i grandi personaggi, personalità di spicco a cui è stato affidato il compito di mettere in moto la catena degli eventi e di realizzare quello che i più credono sia frutto del caso. Altri pensano che siano le masse, che se solo fossero coscienti del proprio valore, potrebbero, almeno numericamente, ribaltare la situazione per ristabilire maggiore equità e uguaglianza. Altri ancora credono sia la provvidenza, a cui gli uomini possono opporsi ben poco per cui lasciano fluire il corso delle cose in una dimensione di rassegnazione e attesa. Nel vangelo di oggi si capisce perfettamente a chi viene affidato il compito di cambiare la storia. Il messaggio autentico è stato consegnato e realizzato attraverso coloro che una società chiusa e gerarchica ha etichettato come “ultimi”. Forse perché il loro cuore non è ancora contaminato e le loro menti non sufficientemente addormentate. Forse perché lo spirito degli ultimi ha ancora la capacità di avere una qualche presa sul reale, perché non è ancora prigioniero della gabbia del pensiero dominante. Forse perché sanno porsi in ascolto, dal momento che nessuno li ha mai ascoltati.

Marialaura Bonaccio