Via Milano, 21 – 86100 Campobasso

Archive for Anno: 2017

Le Riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

QUARTA DOMENICA D’AVVENTO

24 DICEMBRE 2017

 

Lo chiamerai Gesù (Lc 1,26-38).

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». 38Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

 

Nel nome di Gesù è contenuto già la sua vita. Infatti significa “Dio salva”, dà pienezza di significato alla vita di ciascuno e dell’umanità nella sua interezza. È questo il Natale: un’invocazione di salvezza che trova risposta nella nascita di Colui che si è fatto carico dei dolori dell’umanità ridonando speranza. Dio ha risposto al nostro grido, al grido dell’umanità simboleggiata da Maria che è in ascolto della voce di Dio. Ma il vangelo dice anche che la risposta di Dio è efficace nella misura in cui c’è qualcuno che è disponibile a collaborare. Maria nell’accogliere il dono della vita nel suo grembo con tutte le conseguenze di gioia ma anche di dolore, permette a Dio di entrare nella storia per agire dal suo interno e salvare l’umanità dal suo stesso egoismo. Quella carne che cresce nel grembo di Maria un giorno comincerà a camminare per le strade del mondo per accogliere in sé la parte più emarginata e alzerà la voce contro quei sistemi che creano sofferenza iniziando a costruire una società (o meglio, una comunità) in cui al centro c’è il più piccolo e debole, non il più forte, come vuole invece l’ideologia dominante. Eccomi, sono la serva del Signore: in quella risposta è raccolta ogni nostra risposta che esprime la volontà di fare la nostra piccola parte nella quotidianità, non sapendo neppure quando il nostro sì porterà a un cambiamento della storia ma nella certezza che la storia cambia proprio per ogni sì detto al di fuori della ribalta, nella silenziosa assunzione della propria responsabilità.

Michele Tartaglia

 

Una donna per entrare nel cuore dell’umanità

Quando sono venuto a visitare Giovanni, Benedetta, Marialaura e il resto della équipe a Campobasso ho voluto incontrare per prima cosa nonna Adriana, la mamma di Benedetta. Pochi mesi prima Giovanni aveva scritto un Inno a nonna Adriana per il suo centesimo compleanno. In quella occasione avevo capito che per partecipare interamente alla amicizia dei miei amici dovevo scoprirne la fonte, appunto Nonna Adriana.

Invece di parlare della concezione verginale descritta nel vangelo di oggi, preferisco riconoscere che Maria Vergine è appunto la sorgente dell’amore che ci lega a Gesù. In Gesù Dio ha voluto farsi uomo e ha avuto una madre il cui ruolo è stato molto più importante che quello di essere un utero affittato dallo Spirito Santo, come vorrebbero tutti i gruppi protestanti. E’ vero: il vangelo fa solo pochi accenni a Maria, ma quegli accenni sono rivelatori: dopo averlo ritrovato nel tempio, conservava nel suo cuore gli avvenimenti straordinari di cui era stata testimone; ha chiesto a Gesù di intervenire nelle nozze di Cana che sarebbero altrimenti state un disastro ed è rimasta ai piedi della croce fino alla morte di Gesù, mentre tutti i discepoli erano scappati ( anche se Giovanni afferma di essere rimasto ma è smentito dal Vangelo di Marco, cioè da Pietro stesso). Forse è stata proprio lei a suggerire a Gesù la famosa frase: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno” perché si era resa conto che senza perdonare i suoi nemici, suo figlio non avrebbe mai potuto risorgere. Sarebbe rimasto “uno dei tanti morti che si scordano, in un mucchio di cani spenti” (Garcia Lorca). Quella frase pronunciata all’ultimo momento, è stata la sorgente della salvezza dell’intera umanità e di Gesù stesso. Potrei aggiungere che la Vergine era stata predetta da Isaia (anche se questo è probabilmente un problema legato alla traduzione dei 70) e il suo ruolo è ben descritto nell’Apocalisse. Ma quello che mi importa di più è che Dio vuole stabilire un rapporto di amore spontaneo con l’umanità e ci offre la figura della Vergine per ispirarci questo amore. A Cana Gesù si decide ad agire perché sua madre glielo ha chiesto, all’inizio era titubante, anzi, non si era neppure accorto di quanto stava succedendo, quindi l’intervento di Maria è stato cruciale. Ma soprattutto, come mi sarebbe stato impossibile avere un rapporto integrale con Giovanni e Benedetta senza conoscere Nonna Adriana, cosi non vedo come sia possibile avere un simile rapporto con Gesù senza relazionarsi a Maria. Dante ha descritto la Trinità come tre cerchi concentrici che si scambiano in un vortice il loro amore reciproco. Il destino dei redenti è di essere travolti da questo vortice, che io vedo come un orgasmo continuo, piuttosto che come l’ascolto perpetuo di una messa cantata. Questo vortice deve includere la madre del figlio, la sposa del Padre che l’ha amata attraverso lo Spirito da cui Gesù stesso è nato.

Lodovico Balducci

 

Abituati al deserto

“Il vento si avvitò al mio fianco, sciogliendo la cintura lasciò seme nel grembo. Fu salita senza scostare l’orlo del vestito. Il maestrale di marzo mi baciò il respiro facendomi matrice di un figlio di dicembre…

…Finché dura la notte, finché la luce di una stella vagante è a picco su di noi, noi due siamo i soli al mondo …Finché dura la notte, è così…Abituati al deserto, che è di nessuno e dove si sta tra terra e cielo senza l’ombra di un muro, di un recinto…Non è esilio il deserto, è il tuo luogo di nascita, Non vieni da un sudore di abbracci, da nessuna goccia d’uomo, ma dal vento asciutto di un annuncio. Non si fideranno di te, come sei fatto…Abituati al deserto che mi ha trasformato in tua madre. Sei venuto da lì, dal vuoto dei cieli, figlio di una cometa che si è abbassata fino al mio gradino. Fuori c’è una città che si chiama Bet Lèhem, Casa di Pane. Tu sei nato qui, in una terra fornaia. Tu sei pasta cresciuta in me senza lievito d’uomo. Ti tocco e porto al naso il tuo profumo di pane della festa, quello che si porta al tempio e si offre. … Sta sbiadendo la luce della stalla, il giorno viene strisciando da oriente e scardina la notte. I pastori contano le pecore prima di spargerle sui pascoli. Ioseph sta sulla porta. Ieshu, bambino mio, ti presento il mondo. Entra Ioseph, questo adesso è tuo figlio”.

Erri de Luca, In nome della Madre, Feltrinelli, 2014, pagg 11, 67-74.

Giovanni de Gaetano

 

La pausa dell’anima

C’è un periodo dell’anno in cui tutti viviamo come sospesi, in attesa che qualcosa avvenga. Nonostante sappiamo già come va a finire, sembra che ogni volta il finale possa essere diverso, perché l’intensità emotiva è continuamente rinnovata. Questo periodo è il Natale. È come se per una manciata di giorni il tempo scorresse diversamente dal solito. Come se tutti ci preparassimo a qualcosa di nuovo, inaspettato, insolito. Aspettiamo qualcosa, qualcuno, in grado di offrirci una prospettiva nuova, un senso alle cose di cui ci circondiamo ogni giorno e di cui spesso non ricordiamo il valore. Il Natale è una pausa dell’anima e con esso ogni anno arriva puntuale una richiesta. Non regali e cianfrusaglie, abbuffate e abbracci. Sì, ci sono anche quelli, ma non è questo quello che chiediamo. Noi vorremmo, almeno alcuni di noi, una risposta confortante. Qualcuno che ci dicesse che tutto il nostro patire ha un senso, che dopo aver sofferto, gioito, lottato e mollato, tutto questo non svanisce nel nulla, come se non fosse mai accaduto. Non è un caso che il Natale è anche la festa che più ci ricorda gli affetti che non ci sono più. Loro sono le radici della nostra storia, del nostro essere nel mondo, così come Cristo è la radice della nostra cultura, nonostante spesso ce ne dimentichiamo, preferendo nuove idolatrie a un reale senso di appartenenza. Allora ecco che si spiega perché la nostra anima si mette in attesa, proprio in quel particolare periodo dell’anno. Aspetta che qualcuno le metta una mano sulla spalla per indicarle l’origine della storia e la direzione del futuro.

Marialaura Bonaccio

Calendario 2018 Associazione Cuore Sano

Carissimi lettori anche quest’anno giungerà nelle vostre case il calendario 2018 dell’Associazione Cuore Sano.

Cari Saluti

A presto

moli-sani_cal DA MURO 2018 LR

 

Le Riflessioni della Domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

TERZA DOMENICA D’AVVENTO

17 DICEMBRE 2017

Io sono voce (Gv 1,6-8.19-28).

Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia». Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo”. Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

 

I primi cristiani avevano la consapevolezza dell’urgenza dell’annuncio: se non c’era nessuno che annuncia il vangelo, riflette Paolo in una sua lettera, esso non può giungere ai confini della terra, come Dio desidera. Allo stesso tempo i primi discepoli di Gesù hanno avvertito il pericolo di strumentalizzazione del vangelo per un tornaconto personale, come ad esempio farsi sostenere dalle comunità dei convertiti oppure fare del proprio ruolo di annunciatore una posizione di privilegio, di identificazione con Gesù Risorto e quindi di rappresentante di Dio in terra. Il modo in cui Giovanni il Battista è descritto nel quarto vangelo insegna lo stile con cui dovrebbe presentarsi chi annuncia Gesù: nessuna identificazione né con Lui né con quei personaggi che rimandano alla Scrittura come parola di Dio. Le nostre parole non sono e non devono essere parola di Dio né di Gesù Cristo, ma solo lo strumento attraverso cui Gesù stesso deve parlare. Non si può comunicare condanna o giudizio e dire che questa è parola di Dio, perché l’unica Parola che Dio ha pronunciato definitivamente, dopo aver preparato l’umanità attraverso le tante parole dei profeti, è Gesù che è misericordia, perdono, consolazione, speranza, amore (sinonimi questi dell’unica Parola). Chi pretende di far dire a Gesù e al vangelo qualcos’altro che questo, si pone non più come voce, strumento attraverso cui la Parola può risuonare, ma vuole sostituire in modo fraudolento la Parola vera con le proprie menzogne. Certamente l’annuncio della Parola implica anche un giudizio ma questo avviene nel segreto della propria coscienza quando facciamo risuonare la potenza del vangelo nel deserto della nostra miseria: solo così manifesta la sua potenza che cambia il cuore con la forza della sua debolezza. Giovanni il Battista ci insegna, con il suo scomparire di fronte a Gesù, ciò che la chiesa e il cristiano sono chiamati a fare: lasciare lo spazio a Lui e farsi da parte, senza accampare la pretesa di occupare perennemente la scena.

Michele Tartaglia

 

Vivere la verità

Per me uno degli aspetti più interessanti della predicazione del Battista è cercare di capire da dove veniva il suo spirito profetico e quali sono state le sue relazioni con Gesù. Nell’aspettativa del Natale, in cui assistiamo alla incarnazione del Verbo, un Verbo che ha cercato di evitare quanto possibile manifestazioni teatrali, che ha compiuto i suoi miracoli come espressione di amore per il prossimo e non ha mai cercato di usarli per dichiararsi un superuomo, mi piacerebbe sapere quali segni il Battista ha riconosciuto per sapere che il mondo stava per rinnovarsi. Era stato, come alcuni credono, insieme a Gesù con gli Esseni? Aveva lavorato con Gesù sul Giordano fino a che poi i loro messaggi si sono separati (anche se non necessariamente contraddetti?). In ogni caso due cose sono chiare. La prima è la sua consapevolezza di non essere il messia, la seconda una accettazione incondizionata di Gesù come messia. Nonostante la voce al momento del battesimo, ha mandato i suoi discepoli a chiedergli se lui era veramente il messia dalla prigione. In ogni caso la caratteristica principale di Giovanni il Battista è la predicazione della verità per amore della verità: non ha alcun interesse a proclamarsi la luce, ma solo l’ambasciatore della luce. Tutte le sue condanne sono rivolte a una mancanza di amore e non potrebbe essere meno interessato a far rispettare la lettera dei culti giudaici! Forse in questo modo, che lo sapesse o no, prepara il terreno per la rivoluzione cristiana, traduce in termini positivi i dieci comandamenti, ci dice che tutti i comandamenti sono inclusi in uno solo: amare il prossimo. Ma quello che mi affascina e mi sconvolge più di tutto è la sua capacità di vivere la verità grazie alla sua penitenza. Nel mondo moderno, così influenzato dal pensiero di Cartesio e poi di Kant, l’unica verità di cui ci dichiariamo sicuri è la realtà di noi stessi, della nostra coscienza di essere. Mentre questo approccio teorico può essere esatto, non ha nessun valore per le persone che soffrono, dai rifugiati politici, agli immigranti clandestini, a tutte le persone ricche e povere che si domandano: perché’ questa disgrazia è successa a me? Giovanni si mette in contatto con loro perché vive con loro, ci insegna che la verità circoscritta in pensieri è una macchinazione, la realtà bisogna viverla e viverla con coloro che non hanno nessun modo di proteggersene.

Lodovico Balducci

 

Come abbiamo usato la nostra voce?

Chi sei? Chiesero a Giovanni. Mi chiedo oggi se la domanda fosse rivolta a me, portatore ormai da diversi decenni di questo nome così ricco di implicazioni. E come a me, fosse rivolta a ognuno di noi, di voi, che leggete settimanalmente le nostre riflessioni sul vangelo. Sono la voce, risponde Giovanni. Mi chiedo: Sono stato, siamo stati, siamo una voce? Una voce di chi? Una voce per chi? Ho, abbiamo dato voce a chi non l’aveva o non la poteva far sentire? Nel nostro lavoro siamo stati degli apri-pista, dei precursori, gente che lavora per il futuro e lo annuncia quotidianamente?

Abbiamo preparato la strada ai nostri giovani perché la percorressero poi in autonomia? Abbiamo saputo contrastare il potere politico, amministrativo, economico che ignorava o addirittura ostacolava il nostro lavoro indipendente? Abbiamo alzato la voce quando abbiamo visto un’ingiustizia, quando il merito era sottomesso alla raccomandazione? Abbiamo aperto i nostri laboratori, uffici, negozi, fabbriche agli stranieri che non avevano niente da ridare in cambio, se non la loro amicizia fedele o abbiamo privilegiato amici stranieri potenti e famosi, con i quali depositare un brevetto o firmare una pubblicazione su una rivista internazionale prestigiosa? Siamo stati sempre attenti a verificare che non ci fosse contrasto ma coerenza tra le nostre parole e dichiarazioni e la testimonianza del nostro impegno a realizzare le Beatitudini già su questa terra?

Quando la notte di Natale ci ritroveremo davanti a un Bambino seminudo, ci riconosceremo come suoi precursori e annunciatori? Come la sua voce? O ci spaventeremo del deserto che è diventato il nostro cuore e ci ritufferemo di corsa nel chiassoso gomitolo di strade della nostra solitudine?

Giovanni de Gaetano

 

Eredi, non orfani

Nel vangelo di oggi il ruolo di Giovanni Battista è stabilito chiaramente. Quell’uomo burbero e dall’aspetto poco gradevole è un testimone. La voce di un’unica, sola parola. È qui nel deserto perché deve annunciare, indicare la strada, fare luce nelle tenebre che avvolgono il mondo. Giovanni è il ponte tra ciò che è stato e ciò che sarà. Un traghettatore di verità, chiamato a custodirla con ogni mezzo finché arrivi il momento prestabilito. La trasmissione dell’eredità, che Giovanni accoglie senza esitazione, è quanto mai attuale. Il nostro tempo se ne è sbarazzato in fretta e furia. La pesantezza del passato ha lasciato il posto alla freschezza del futuro, alla promessa di qualcosa che a conti fatti non è poi così esaltante. L’illusione che un uomo possa vivere senza dialogare con ciò che è stato prima di lui è, appunto, una mera illusione. La grande invenzione del ‘self-made man’ rischia di farci sprofondare nel nulla più assoluto.

Il futuro sarà un posto migliore solo se sarà in grado di accogliere l’eredità del passato, dove la verità ha assunto forme diverse e ha preparato la strada alle sue nuove declinazioni. Giovanni è l’ultimo personaggio testimone dello spirito del vecchio testamento, ed è estremamente interessante che sia lui ad annunciare la nuova era. Un’era in cui la verità potrà dispiegarsi nella sua pienezza perché avrà saputo prendersi cura di ciò che è stata.

Marialaura Bonaccio

Le Riflessioni della Domenica

 

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

10 DICEMBRE 2017

 

Preparate la via del Signore (Mc 1,1-8).

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio. Come sta scritto nel profeta Isaia: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri, vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

 

Il vangelo di Marco inizia con un riferimento all’Antico Testamento, alle profezie che annunciavano la venuta di Dio in soccorso del popolo. Era un annuncio di speranza, di gioia, perciò era un vangelo (una buona notizia). Se c’è l’attesa di un cambiamento significa che le cose non vanno bene, che c’è sofferenza e ingiustizia. Ecco perché la voce grida ed è nel deserto. Tuttavia questa voce ha la certezza che Dio verrà in soccorso di chi è nel dolore e invoca il suo aiuto. Il miracolo della visita di Dio avviene ogni volta che qualcuno spinto da questa speranza si alza e lotta per un mondo migliore. Come ha fatto Giovanni che, nonostante sia morto prima che Gesù si manifestasse pienamente, ha impegnato la sua vita per annunciare l’intervento di Dio e lo ha fatto nonostante fosse perseguitato e poi ucciso. Ciò che Giovanni voleva annunciare era troppo importante per tacerlo. Sono persone come lui che hanno portato i veri cambiamenti nella storia, perché hanno lottato per rendere il mondo migliore. Tutte le volte che siamo tentati di arrenderci di fronte alla continua riaffermazione del male in qualsiasi forma si manifesti, ricordiamoci di quelli che con la loro azione e le loro parole gridate nel deserto ci insegnano ancora a distinguere il bene dal male e quindi ci permettono di scegliere da che parte stare. Fino a quando ci sarà qualcuno che troverà coraggio proprio dal sacrificio dei giusti, abbiamo ancora la speranza che Dio possa venire in questo mondo. Se invece ci rassegniamo cinicamente o per paura al dilagare dell’ingiustizia non ci sarà più nessun Natale da festeggiare.

Michele Tartaglia

 

Il recupero della propria identità

I Giudei chiedevano tre atti di conversione: circoncisione, battesimo e sacrificio di sangue. Giovanni battista suggerisce che anche i Giudei, non solo i convertiti siano battezzati, perché anche loro hanno bisogno di rinnovarsi. Questo messaggio è quanto mai opportuno in un mondo che chiamiamo post-cristiano, perché è necessario che i credenti ritrovino la loro identità, si rinnovino, trovino un linguaggio e una testimonianza congeniale al mondo in cui vivono. Questo rinnovamento può avvenire in modi diversi: per me significa scavare al di sotto della maschera che mi sono sentita imposta, smettere di dileggiarmi in successi effimeri, ascoltare le molte critiche che ricevo e che mi permetto di ignorare, e ritrovare i miei bisogni più essenziali, abbandonando la tossicodipendenza del lavoro, del denaro, delle affermazioni temporali. In generale il nostro mondo non è tanto anticristiano quanto indifferente al cristianesimo: abbiamo tante occasioni di tossicodipendenza che prevengono il contatto con noi stessi. Questo è il messaggio principale del vangelo di oggi.

La seconda considerazione riguarda chi è un profeta (non un indovino, ma uno che parla in nome di Dio). Quando eravamo allo Joanneum c’era una inflazione di profeti che in nome di Dio proclamavano la rivoluzione e il libero amore. Giovanni ci rivela che il messaggio del profeta deve produrre gioia in situazioni realistiche, Gioia ottenuta attraverso la sofferenza. Le prostitute e i soldati ricevevano gioia dal suo messaggio perché predicava che tutti erano colpiti dal peccato e proclamava la penitenza come modo di uscire dal ciclo di tossicodipendenza, come un mezzo di disintossicazione. A differenza delle prostitute e dei pubblicani, che erano coscienti di essere tossicodipendenti, i sacerdoti e gli scribi non lo erano e la penitenza a loro appariva non necessaria. Un falso profeta dei miei tempi proclamava la gioia senza sofferenza, una gioia che si può ricevere senza la pena di esplorare sé stessi.

Lodovico Balducci

 

Fare deserto nel proprio cuore

Per quanto io porti con orgoglio il suo nome e attenda con gioia e impazienza ogni anno il 24 giugno, giorno della sua festa liturgica e solstizio d’estate, il Giovanni Battista dei vangeli non mi ha mai fatto grande simpatia. Mi è sempre sembrato un uomo rigido e inflessibile, che avrebbe rimproverato Gesù di aver operato il miracolo delle nozze di Cana. Oggi mi piace ricordarlo invece come l’uomo vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, che mangiava cavallette e miele selvatico. Egli grida: “nel deserto preparate la via del Signore!” Preferisco questa lettura a quella riportata nel testo evangelico dove si rappresenta il Battista che “grida nel deserto”. In realtà c’era tanta gente che andava a vederlo e a farsi battezzare da lui. Per questo ha più senso pensare che la preparazione alla venuta del Signore, pur banalizzata oggi nella festa paganeggiante del Natale, debba realizzarsi facendo deserto nel proprio cuore e nella propria vita: deserto da noi stessi, che occupiamo spesso uno spazio confuso e chiassoso, deserto dai richiami esterni del potere, della ricchezza, del possesso dell’altro come negazione dell’amore, deserto dalle grida di protesta contro i migranti e chi li accoglie, deserto dalle pubblicità di ogni tipo e dal relativo consumismo, deserto dalla violenza.  È il deserto infinito di Leopardi con i suoi sovrumani silenzi e profondissima quiete…ove per poco il cor non si spaura. Tra quella immensità – scriveva Leopardi – s’annega il pensier mio.Perdiamoci anche noi nel deserto infinito dell’attesa e della nostra ricerca di senso.

Giovanni de Gaetano

 

Vivere l’assenza al tempo della tecnica

Quando Heidegger si occupava dell’Essere lo faceva utilizzando immagini che evocavano l’assenza. L’Essere è in continuo nascondimento all’occhio umano che pure tenta di afferrarlo. L’Essere non è nella confusione, nel chiasso, nella chiacchiera. Il suo ambiente naturale è l’assenza, il deserto per dirla con il vangelo di oggi. La figura del Battista, rappresentato come un cavernicolo del deserto, va proprio nella direzione indicata dal filosofo tedesco. Il deserto come luogo di assordante assenza, in cui porsi in ascolto cercando disperatamente di cogliere, fosse anche per un solo momento, la presenza tanto inseguita. Una possibilità che all’uomo contemporaneo viene sistematicamente negata. Nell’era della tecnica comanda lo svelamento spietato. Tutto va sistematicamente denudato, i corpi, le emozioni, l’intimità. Nessun deserto per noi sventurati: solo riflettori accesi giorno e notte. Lo svelamento operato dalla tecnica non è però svelamento di verità; essa, al contrario, rifugge quanto più si intensifica la luce dei riflettori. Come possiamo rifugiarci nel deserto se tutto intorno a noi è luce (artificiale)? Saremo mai in grado di porci in ascolto, aspettando che l’assenza si disveli senza svelarsi? È uno sforzo individuale, ormai, dal momento che il nostro mondo non ha nessuna intenzione di lasciarcelo fare.

Marialaura Bonaccio
“Le riflessioni della domenica” e “QUAR17 RICERCA DELL’UOMO RICERCA DI DIO”, non riflettono né rappresentano necessariamente il pensiero dell’Associazione Cuore Sano ONLUS di Campobasso, né dei responsabili/curatori delle suddette iniziative.