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Archive for Mese: ottobre 2016

Le Riflessioni della Domenica

 

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

30 OTTOBRE 2016

 

Cercava di vedere Gesù (Lc 19,1-10).

In quel tempo, Gesù entrato in Gerico, attraversava la città. Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: “È andato ad alloggiare da un peccatore!”. Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto”. Gesù gli rispose: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”.

 

Questo racconto è un capolavoro di teologia. Ad un primo sguardo sembra semplicemente la storia di un incontro tra Gesù e un grande peccatore che si rimette in discussione e cambia vita. Ma la bellezza dell’episodio sta nel come avviene questo: non succede come al solito, cioè che Gesù passa, vede e chiama. Prima c’è un uomo in ricerca ma rimane nell’ombra; Gesù gli interessa ma non si avvicina troppo, cerca di mettersi in una condizione migliore ma a distanza per vedere nonostante i suoi limiti fisici. L’esito positivo è dato dall’incontro di due movimenti: Gesù che passa, che entra nelle strade della storia e Zaccheo che cerca, che non è indifferente rispetto alla domanda sul senso della vita, anche se non riesce o non vuole immediatamente rivolgersi alle agenzie del sacro (forse perché da tempo lo hanno deluso). Da notare che è comunque un peccatore e questo ci dice che le grandi domande non sono solo di chi ha una vita “sana” ma anche e forse soprattutto di chi non ha un senso da dare alla sua vita. E’ un racconto teologico perché dice il mistero del rapporto che intercorre tra Dio e uomo: l’incontro tra due cercatori perché l’uomo è alla ricerca di Dio ma anche Dio è alla ricerca dell’uomo. Il miracolo avviene quando queste due ricerche si incrociano, e questo non avviene all’ombra del tempio, non è privilegio necessariamente di chi è esperto delle cose di Dio, ma piuttosto avviene nei bassifondi della vita, dove non ci sono parti da recitare, ma si è quello che si è. Gesù è entrato nelle strade del mondo, ha deciso di uscire dai luoghi dove vigono le convenzioni per incontrare le persone reali e permettere loro di farsi trovare. E’ questo che la chiesa deve essere, in barba a tutti coloro che dicono di difenderla quando la vogliono chiusa nei templi tutta dedita ai suoi rituali prevedibili. Gesù chiama Zaccheo per nome, dimostrando di conoscerlo ed entra nella sua casa, indicando così alla sua chiesa la strada per evangelizzare: solo quando si conoscono concretamente le persone e si è disposti a entrare nella loro vita, si evangelizza efficacemente, senza inutili progetti pastorali e proclami altisonanti.

Michele Tartaglia

 

Domine ut videam

Due considerazioni sullo sguardo di Gesù verso Zaccheo. Primo. E’ uno sguardo che esprime amore gratuito, incondizionato. Nella nostra società meritocratica è difficile dare ma forse ancora più difficile accettare l’amore gratuito. E’ la scelta che ci si pone quando le relazioni umane diventano difficili, quando il lavoro non ci piace più o rischiamo di perderlo, quando dobbiamo riconoscerci falliti, senza niente di buono da offrire al mondo: allora possiamo abbandonarci alla distruzione della disperazione o lasciarci abbracciare dallo sguardo di Gesù. Quello sguardo non ci preserva dalla sofferenza, ma ci permette di vivere con gioia la sofferenza, perché è lo stesso fallimento che ci permette di apprezzare l’amore di Gesù. I primi tempi al collegio Ioanneum, nel lontano 1962, da povero provinciale mi trovavo sperduto, avevo perso ogni fiducia in me stesso. Ho conosciuto lo sguardo di Gesù quando mi recavo da solo nella notte in Chiesa a pregare. Sono sopravvissuto a quelle prime difficoltà grazie allo sguardo di Gesù. Secondo, Gesù ci invita a partecipare al suo sguardo, a riconoscere Zaccheo nelle persone che ci circondano. In fondo è un altro approccio alla trasfigurazione, a riconoscere l’eterno al di là degli aspetti temporali. “Domine ut videa” diceva una giovane a se stessa tutte le volte che incontrava qualche sconosciuto.Domine ut videam in ciascuno ciò che Gesù ha visto in Zaccheo.

Lodovico Balducci

 

Non conoscendo affatto la statura di Dio

Cosa vuol dire avere un metro e mezzo di statura, ve lo rivelano gli occhi e le battute della gente. Passano gli anni, i mesi, e se li conti anche i minuti: è triste trovarsi adulti senza essere mai cresciuti. Fu nelle notti insonni, vegliate al lume del rancore, che preparai gli esami, diventai Grande Esattore, arbitro in terra del bene e del male. E allora la mia statura non dispensò più il buonumore a chi tremante in ginocchio mi supplicava: “Grande Esattore!”. E di affidarli ai Romani fu un piacere del tutto mio, senza mai genuflettermi nel Tempio, non conoscendo affatto la statura di Dio. Dio invece conosceva la mia statura, fisica e morale. Mi trovò appollaiato su un sicomoro come un corvo, in attesa del suo passaggio. Passò. Mi chiamò per nome. Solo mia mamma forse mi chiamava ancora Zaccheo. Fu un colpo di fulmine, di quelli che si diceva potessero avvenire solo tra due innamorati. E amore fu. Immediato, totale, devastante, come un fiume in piena. Non mi chiedete perché, non so darvi né una né cento ragioni. Ora che ho restituito tutto quello che avevo sottratto ingiustamente, ora sono ricco veramente, perché nessuno potrà mai rubarmi il suo amore e la mia dignità.

Dal “Diario apocrifo di Zaccheo”,raccolto da Giovanni de Gaetano, in collaborazione con Fabrizio de Andrè

 

Quel tarlo che toglie il sonno

La salvezza arriva quando meno te l’aspetti. Qualcuno potrebbe pensarla così dopo aver letto il passo del vangelo odierno. Un peccatore come tanti incontra un uomo come pochi e la sua vita assume un senso nuovo. Ma la storia, in realtà, è molto più complessa. Il racconto mostra sì un uomo come tanti, intrappolato nelle logiche del guadagno e dell’individualismo, ma lascia intendere che quest’uomo divide la sua vita, probabilmente da molti anni, con un compagno poco gradito. Un fastidio continuo, silente, che probabilmente si porta dentro da anni, decenni. Un qualcosa che forse gli ha tolto il sonno diverse notti. Un tarlo che, quando in nome di Cesare toglie il poco a chi non ha niente, sembra roderglieli le viscere in maniera più decisa, per poi tornare a farlo piano piano, in silenzio. Quando Zaccheo incrocia lo sguardo di Gesù riesce a capire la natura del suo scomodo e molesto compagno di vita. Quel tarlo, piccolo e insolente, non è altri che se stesso. È la parte di sé che era stata ricacciata nel buio della coscienza. L’incontro non ha fatto altro che restituirle ossigeno.

Marialaura Bonaccio

 

Le Riflessioni della Domenica

 

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

23 OTTOBRE 2016

 

Il pubblicano tornò a casa giustificato(Lc 18,9-14).

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: “Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”.

 

Non è mai inutile ricordare, come premessa, che i farisei erano, globalmente presi, delle brave persone, molto religiose e zelanti, che mettevano tutto il loro impegno nel difendere i valori della legge e della religione. I pubblicani erano peccatori, lontani da Dio, che non avevano per nulla la possibilità di essere accolti perché intrinsecamente incompatibili con la legge di Dio. Chi sentì Gesù raccontare questa parabola, se persona religiosa che aveva a cuore il rispetto della legge di Dio, si dovette sentir accapponare la pelle e certamente avrà detto a Gesù che stava sovvertendo l’ordine, stava insultando i santi principi stabiliti da Dio sul Sinai, stava calpestando ogni regola morale. Che cosa succederebbe se Gesù raccontasse oggi questa parabola? Mettiamo che si trovasse di fronte ai difensori dei valori “non negoziabili” e mettesse a confronto, come esempio, un appartenente convinto e fiero a qualche movimento cattolico (che non solo si fa vanto di incarnare a tutto tondo la legge di Dio, ma – forte di questa prerogativa – enuncia giudizi generali su un mondo di corrotti, di pervertiti, di persone che calpestano la santa legge naturale, che hanno distrutto la famiglia e il matrimonio e via dicendo) e un divorziato risposato o un omosessuale che convive con il suo (o la sua) compagno, che fanno i conti nella loro coscienza con Dio (nella parabola non si dice a quale decisione personale giunge il pubblicano, perché non è questo che vuole comunicare Gesù, ma il fatto che questa persona si è messa in contatto, in dialogo autentico con Dio, senza accampare pretese). Che effetto produrrebbe nell’uditorio dei cattolici “medi” che vanno a messa la domenica, fanno le loro offerte per le missioni e i lebbrosi, fanno il turno alla mensa caritas una volta al mese e così via? E, ancora di più, che effetto produrrebbe su chi appartiene a movimenti che chiedono una presenza costante alle iniziative del gruppo, cascasse il mondo, che mettono davanti a tutto e a tutti il loro cammino che insegna a vivere con assoluta integrità morale, facendo sforzi titanici per non essere travolti dalla corruzione di questo mondo? Il pubblicano tornò a casa giustificato: che significa? Il termine per Gesù non significa “scusato” ma salvato: solo chi si mette così com’è davanti a Dio (con la propria parte di bene e di male), senza mettersi a fare le pulci agli altri, può sperimentare il gusto di essere salvato perché amato, senza dover fare l’elenco delle proprie imprese, anche quando sono fatte per dare maggior gloria a Dio.

Michele Tartaglia

 

Non siamo altro che caricature di Dio

Il fariseo non conosce la Bibbia. La Bibbia rifiuta gli eroi. La tradizione dell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio in realtà è “creato come una caricatura di Dio.”

Abramo concede i favori sessuali della bella Sara non una ma due volte al Faraone per avanzare nella società egiziana. Isacco, forse ancora traumatizzato dal sacrificio fallito, vende la propria benedizione per un pasto. E Giacobbe, il vero Israele, è il più subdolo di tutti. Dopo aver ingannato suo fratello, inganna suo suocero, e alla fine della vita accetta di separarsi dal diletto Beniamino per riempirsi il ventre. Queste sono le persone che Gesù vuole incontrare, per aiutarle a nascere a una vita nuova, per dare forma a quella sostanza mal congegnata nella prima creazione. Come Paolo ha affermato, noi siamo in una condizione di nascita continua, soffriamo il dolore del parto e Gesù è l’ostetrico (anche se faccio fatica a vedere i miei colleghi ostetrici nella posizione del Dio). La scoperta dell’agape è lo spirito che dà forma alla materia, è la conferma personale dell’anima, è la coscienza di un’esistenza che si estende al di là dell’esperienza temporale. Ma questa scoperta può occorrere solo se ci riconosciamo come caricature di Dio, come bisognosi di aiuto. Io non so se la salvezza sia un ritorno alla casa del Padre o una costruzione della casa del Padre insieme a Gesù, ma in ogni caso è essenziale che sappiamo che non lo possiamo fare da soli.

Lodovico Balducci

 

Il pubblicano e Dario Fo

Il racconto del Vangelo odierno, dove un pubblicano, nelle apparenze ben lontano da Dio, si reca comunque al tempio per porsi davanti a Lui, non può non ricordarmi Dario Fo.

Immagino Dario Fo che si ritrova dinanzi a Dio: “Sì è vero, ho sempre pensato che la natura è prodigio che manda in crisi anche un ateo convinto come me. Se Dio non c’è, pensavo, chi è questo essere così geniale che in ogni momento ti lascia a bocca aperta? Un’invenzione? Può darsi: anzi la più grande invenzione della storia, come diceva Voltaire. Ma uno così, beh, o ci fai uno sghignazzo o alla fine ti siedi davanti a Lui e gli dici: adesso parliamone. Ed eccomi qui!”.

Il pubblicano era salito al tempio per pregare.

E Dario Fo: “Da bambino lo facevo. Da ateo non mi pareva corretto. Però la preghiera è dialogo. E di questa cosa l’uomo ha bisogno fin dall’inizio dei tempi. Io ho sempre parlato con mia madre e poi con Franca, quando sono morte. Forse, senza saperlo, parlavo con Te”.

Giovanni de Gaetano

 

Un manifesto a sostegno della coscienza umana

L’episodio raccontato nel vangelo di oggi è un chiaro esempio di come le dinamiche umane restino immutate nonostante il trascorrere dei secoli. Le gerarchie, le tipologie di uomini e i rapporti che si instaurano tra loro non cambiano se non nella forma, lasciando immutata la sostanza. Anche il mondo di oggi può dividersi tra farisei e pubblicani. Tra chi inganna la propria coscienza costruendoci su un’impalcatura benpensante e funzionale alla società e chi invece sa bene di che pasta è fatto, si accetta e chiede perdono perché sa che non dovrebbe essere così. Il primo vive in una sorta di incantamento e crede, più o meno consapevolmente, di poter prendere in giro se stesso, gli altri e Dio. L’altro sa di essere ben lontano da ciò che vorrebbe o dovrebbe e si riconosce nel perimetro dei suoi limiti. A sorpresa, Gesù considera proprio quest’ultimo meritevole di salvezza. Un manifesto a sostegno della coscienza umana, un incoraggiamento a non camuffare le proprie debolezze sotto mentite spoglie. Così facendo non si inganna la divinità ma semplicemente noi stessi.

Marialaura Bonaccio

 

Le Riflessioni della Domenica

 

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

9 OTTOBRE 2016

 

Uno di loro tornò indietro. Era una samaritano (Lc 17,11-19).

Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce, dicendo: “Gesù maestro, abbi pietà di noi!”. Appena li vide, Gesù disse: “Andate a presentarvi ai sacerdoti”. E mentre essi andavano, furono sanati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: “Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?”. E gli disse: “Alzati e và; la tua fede ti ha salvato!”.

 

Chi ascoltava la parabola probabilmente pensava: è naturale che solo quel samaritano è tornato da Gesù, perché non si riconosceva nel sistema legale giudaico, mentre gli altri nove avevano bisogno della dichiarazione dei sacerdoti per tornare a vivere nella comunità giudaica. Ma questo episodio permette a Gesù di leggere in profondità ciò che è avvenuto: gli altri nove sono stati guariti fuori ma non hanno fatto il salto della guarigione interiore che consisteva nell’accoglienza del vangelo nella loro vita. Sarebbero tornati ai loro schemi di divisione tra buoni e cattivi, sani e malati, cittadini e stranieri. Avrebbero avuto un corpo sano ma una mente malata, non cambiata. Il samaritano non è diverso perché samaritano ma solo perché è tornato da Gesù, si è convertito a lui e al suo sistema di valori che è altro rispetto alla logica di questo mondo in cui è invischiata anche la religione nella misura in cui è strumento per alzare muri e steccati, anziché essere a servizio della pace e del dialogo. Gesù era giudeo, credeva nel Dio d’Israele ma non lo usava per selezionare gli incontri; anzi, proprio in nome di quel Dio che ha creato un popolo da una massa di schiavi, andava incontro a coloro che una sclerotizzata interpretazione della legge vietava di incontrare: malati, peccatori, stranieri, emarginati di ogni genere. Tornando da Gesù, quell’uomo straniero ha trovato la vera patria che non è fatta di confini bensì ha la stessa estensione della creazione. In Gesù ha trovato la via per essere quello per cui Dio l’ha creato: figlio del Padre celeste e fratello di tutti gli altri uomini. Essere salvati significa non mettere i propri limiti a Dio ma farsi liberare dai propri schemi ristretti da colui che è Signore di tutta la terra, non il signorotto di qualcuno.

Michele Tartaglia

 

Gesù e la fede degli stranieri

Gesù dice al Samaritano: “la tua fede ti ha salvato” non “la tua gratitudine ti ha salvato.” Unico dei dieci lebbrosi, il samaritano aveva capito che la sua guarigione era molto più di un fatto medico o magico. Era la manifestazione di un amore incondizionato che lo avrebbe accompagnato per il resto della vita. Questo atto di amore gli aveva permesso di sviluppare una fiducia assoluta nel Dio che Gesù incarnava , perché aveva riconosciuto che qualunque cosa gli potesse capitare era un risultato dell’amore di Dio. “Qu’est que cela fait? Tout est grace” “Che importa ? tutto è grazia » aveva affermato Teresa di Lisieux nell’affrontare la morte. Questa frase era implicita nel ritorno del Samaritano a ringraziare Gesù. Tutti noi siamo testimoni di miracoli, ogni nascita, ogni guarigione, ogni mattino è un miracolo. Ci sono dei momenti però in cui l’intervento di Dio nella nostra vita è così evidente da richiedere la nostra fede. Per me uno di questi momenti da “Samaritano” è accaduto alcuni anni fa sul Gran Sasso d’Italia quando Claudia si era persa nella discesa della direttissima del corno grande, il buio incombeva e disperavo di poterla ritrovare. In risposta alle mie preghiere, verso le 7 di sera è arrivato un giovane arrampicatore con un elmetto con la pila, che si apprestava a passare la notte in un bivacco del Gran Sasso. A sentire la storia, ha rinunciato ai suoi piani , ha cercato e trovato Claudia e ci ha riaccompagnato alla macchina. Ci ha dato il suo nome, ma quando lo abbiamo cercato nei registri comunali dell’Aquila e’ stato impossibile trovarlo. Chi era? Forse “un angelo vestito da passante” come racconta Modugno in una vecchia canzone.

Di nuovo mi piace far risaltare l’aspetto umano di Gesù, un Gesù che impara dalle persone. Almeno tre volte nel vangelo Gesù si stupisce della fede dei forestieri. Nell’episodio piu’ antico tratta inizialmente male la donna cananea che gli aveva chiesto la guarigione di sua figlia dicendole: “non è giusto togliere il pane ai figli per darlo ai cani” . I Giudei chiamavano i Cananei cani. Solo quando ella umilmente risponde: anche i cani hanno diritto alle briciole che cadono dalla tavola Gesù si ricrede: “ Grande è la tua fede o donna.” Poi c’è il samaritano di oggi e infine il centurione romano : « In verità vi dico, non ho mai trovato tanta fede in Israele.” Sicuramente Gesù conosceva i profeti e in particolare Isaia e sapeva che tutte le nazioni dovessero confluire a Sion ad adorare l’unico Dio vero, ma originalmente pensava di far questo attraverso la conversione di Israele. Dice ai suoi discepoli di visitare solo i figli di Israele e afferma di essere stato mandato a raccogliere le pecore perdute in Israele. Ma quando viene confrontato con la fede di questi stranieri decide di cambiare strategia, si accorge che non può frenare questa corrente di fede che involontariamente ha aperto e si lascia sopraffare dalla richiesta degli stranieri. Per me è molto confortante sapere che il nostro Dio ci ascolta ed è pronto a rispondere alla nostra amorevole violenza.

Lodovico Balducci

 

Enzo Ferrari, l’ingratitudine e la fede

Enzo Ferrari ricordava spesso un monito di sua madre: “Non essere generoso se non sei in grado di sopportare l’ingratitudine”. Gesù sembra non sopportare che 9 lebbrosi guariti su 10 non tornino indietro a ringraziarlo. In realtà non loda il lebbroso samaritano per la sua gratitudine, ma per la sua fede. Non è tanto la gratitudine quanto la fiducia, la fede, che ha spinto il lebbroso guarito a tornare indietro. “La tua fede ti ha salvato”. Tutti e 10 sono stati salvati dalla lebbra, ma solo il samaritano interpreta la guarigione del corpo come la scoperta di un senso completamente nuovo, miracoloso, della sua persona e della sua vita. Per gli altri 9 non è bastato neanche ricevere una guarigione miracolosa per entrare nell’esperienza dell’infinito. Qualche domenica fa, diceva Abramo al ricco Epulone che non sarebbe bastata la testimonianza di qualcuno risuscitato dai morti per far cambiar vita ai suoi fratelli affondati nel lusso. Capiamo meglio oggi questa dura frase di Abramo che sembrava un giudizio senza appello e senza misericordia. Non basta neanche un miracolo strepitoso, se manca l’adesione personale, la fede, che poi è l’amore per la persona nella quale riponiamo la nostra fede.

Giovanni de Gaetano   

 

La mancanza di senso ti ha condannato

È molto probabile, come ben sottolineano i commenti precedenti, che Gesù apprezzi la fede del lebbroso più che la sua gratitudine. Uno su dieci ce la fa. Cosa è accaduto agli altri nove? I motivi potrebbero essere diversi, ma ipotizziamone uno solo, magari l’opposto di quello che invece è valso l’apprezzamento di Gesù. Immaginiamo che gli altri nove non siano tornati indietro perché a loro mancava la fede. Se non hanno fede, allora hanno il dubbio. O meglio, continuano ad abitare quella regione incerta in cui molti di noi dimorano, in cui il relativismo impera indisturbato, e una cosa vale quanto il suo contrario. O forse sono semplicemente increduli, non riescono nemmeno a spiegarsi cosa sia accaduto loro appena un attimo prima. Restano quelli che erano prima di incontrare Gesù. Sono quelli che spesso abbiamo definito gli uomini del ‘no’. Persone la cui vita non è cambiata nemmeno dopo un incontro tutt’altro che ordinario, uomini che non hanno capito o non hanno voluto capire o semplicemente non condividevano. Un atto fermo di volontà o la conseguenza di un intreccio indistricabile di paure e sovrastrutture. Chi può dirlo? Da agnostica, non so se che chi non ha fede in Dio non ha speranza di salvezza. Non posso dirlo, ma interpreto la fede come un invito a ricercare continuamente il senso della vita, a non fare tanto per fare, a non dire tanto per dire. Penso che chi non si mette alla ricerca di senso sprechi davvero un’occasione. Nel mostrarci uomini “distratti”, il vangelo svela una grande verità. È necessario essere preparati ad accogliere la meraviglia – qualunque meraviglia – per poterla riconoscere quando e semmai ce la ritroveremo davanti.

Marialaura Bonaccio

 

Le Riflessioni della Domenica

 

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

02 OTTOBRE 2016

 

Abbiamo fatto quanto dovevamo fare (Lc 17,5-10).

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: “Aumenta la nostra fede!”. Il Signore rispose: “Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu? Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”.

 

Nella risposta apparentemente incongrua di Gesù si legge la vera intenzione dei discepoli: chiedere una fede grande per loro doveva essere un segno di distinzione dagli altri, dalla massa, dal volgo. Gesù smaschera i loro pensieri di gloria ponendo come termine di paragone il seme più piccolo, più infimo che però ha la potenza intrinseca di imporsi facendo addirittura prodigi. Perché fa questo? La parabola del servo che non smette mai di svolgere le sue mansioni forse diventa una risposta indiretta: la forza del seme sta nel fatto che non fa altro da ciò per cui esiste: diventare pianta se posto in un luogo adatto. Chi fa ciò per cui esiste, cambia silenziosamente il mondo attorno a sé, non deve pensare che situazioni diverse aumenterebbero l’efficacia della propria azione. Il vero problema è il procrastinare il proprio dovere pensando che non ci siano le condizioni: se avessi più denaro, più potere, più carisma, più di tutto, potrei fare tanto bene. Chi pensa questo in realtà sta solo cercando di accrescere il proprio ego, non il bene. Il realismo evangelico dice al credente che gli basta essere se stesso per cominciare ad agire; forse le proprie gesta non saranno annunciate dalla stampa, non saranno registrate nei libri di storia, ma se fatte con onestà e responsabilità porteranno frutto certamente, innescando processi che addirittura riusciranno nel tempo a sradicare ostacoli e negatività grandi come un albero di gelso. Il segreto è sapere che si è utili se si agisce a prescindere dai risultati, anche se non ci si deve sentire indispensabili (che forse rende meglio l’aggettivo che qualifica i servi della parabola), perché il mondo va avanti non tanto per il contributo eccezionale di qualcuno ma per il silenzioso lavoro di molti che continuano a fare il bene nonostante tutto.

Michele Tartaglia

 

Gesù fratello dell’uomo

Nel presentarci un Gesù irritabile, come nel vangelo di oggi, le scritture ci danno molte ragioni per avvicinarci a Gesù come un fratello, piuttosto che un giudice o un esempio da seguire. La risposta di Gesù molto probabilmente letterale e fa venire in mente quando egli maledice il fico che non l’aveva nutrito e lo costringe ad avvizzirsi.

Gesù che si irrita ci fornisce un esempio imitabile di umanità: ci insegna ad amare, attraverso di lui, le nostre stesse impazienze che alla mia età, nel crepuscolo dei sensi, costituiscono la tentazione più grande. Ma forse più importante ancora è che Gesù mostra per noi un amore completamente umano, a cui non possiamo restare insensibili. Ci ama talmente che è preoccupato che la nostra scarsa fede non ci basti a salvarci, anche se lui ha già accettato di morire con noi. Come Osea, disperato che la moglie infedele non voglia ritornare da lui, Gesù sembra disperato che noi non sembriamo ricambiare il suo amore. Più che verso di noi, l’irritazione di Gesù è diretta al Padre che sembra costringerlo ad accettare la dannazione dei suoi amici. Come Paolo, Gesù preferisce essere all’inferno con i suoi amici piuttosto che separarsi da loro. Si ribella alla sua funzione di giudice che “siede alla destra del Padre.” Infine, l’ amicizia di Gesù è per me un tesoro della fede cattolica, giusta o sbagliata che sia. Ci fa conoscere un Gesù che affida sua madre a Giovanni, che si riposa a casa di Marta e Maria, che suscita l’entusiasmo infantile di Pietro. Ci costringe ad amare il suo entourage, come un innamorato ama conoscere i genitori e i fratelli dell’innamorata. Peccato che Lutero e Calvino non siano riusciti a stabilire questa relazione personale con Gesù, ad abbandonarsi al suo amore. Invece di abbandonarsi al Gesù realistico della scrittura hanno preferito ignorarlo. Hanno rinunciato alla scrittura nel nome della fedeltà “solae scripturae.”

Lodovico Balducci

 

Fede, impegno e fantasia

Neanche il più fantasioso degli artisti immaginerebbe un gelso che produce fiori e frutti in mezzo alle onde del mare. La fede, suggerisce questa visione fantastica, vuol dire credere che ciò che è o sembra impossibile è possibile. La fede che trapianta un gelso nel mare non è l’adesione intellettuale a una serie di verità o di dogmi, ma l’orientamento della nostra vita, giorno dopo giorno, alla fiducia e alla speranza cui strettamente essa è connessa.

Aver fede vuol dire credere che il figliol prodigo ritornerà a casa e che il Padre gli farà una grande festa, che la pecorella smarrita non sarà mangiata dal lupo ma tornerà all’ovile sulle spalle del pastore, che la prostituta potrà cambiare vita. E magari anche il ricco Epulone potrà giocarsi un’ultima chance di salvezza. Aver fede vuol dire non aspettarsi miracoli che avvengano per noi ma fuori di noi, ma piuttosto operare in prima persona perché venga quotidianamente il suo regno nella nostra vita e nel nostro ambiente, nella nostra famiglia, nei nostri rapporti di lavoro, di amicizia e di amore. Aver fede è essere fedeli alla propria coscienza, all’impegno nella e per la società nella quale viviamo, all’attenzione discreta ma fattiva per il povero Lazzaro che siede alla nostra porta. Con l’umiltà di chi, davanti al gelso che, con la nostra grande o piccola partecipazione si trapianta in mare, dice con sincerità: Siamo servi inutili, abbiamo fatto solo ciò che la fede ci spingeva a fare.

Giovanni de Gaetano

 

La fede come rispetto del mondo

Se avessimo fede, potremmo davvero fare molto di più di ciò che facciamo. Così come il granello di senape può ordinare al gelso di trapiantarsi nel mare, anche l’uomo che crede può realizzare più di quanto faccia l’uomo senza fede, troppo spesso legato a regole istituite, siano esse di tipo sociale, politico o fisiche. L’uomo che crede ha fiducia in sé, negli altri e nel mondo. Rifiuta il caos, sente di appartenere ad un ordine, e agisce con finalità. Ricerca il senso e non si ferma al tassello. Vede al di là della mera apparenza fisica, sa bene che ciò che appare può non esaurire la comprensione della realtà, anzi. Molto spesso i fenomeni sono segni di qualcosa di profondamente diverso. Per quanto nel testo del vangelo si faccia riferimento a una particolare fede, quella verso Dio, l’invito a essere fedeli può essere accolto da chiunque abbia fiducia in qualcosa, non necessariamente di ordine divino. Credere al di là di ciò che appare e lottare perché ciò in cui riponiamo fiducia possa realizzarsi è un monito per ciascuno di noi.

Marialaura Bonaccio