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Archive for Mese: agosto 2016

Dai risultati del progetto Moli-sani arrivano i dati delle due presentazioni esposte al congresso della Società Europea di Cardiologia

Quest’anno nella capitale italiana  si è svolto  il congresso   dell’autorevole Società Europea di Cardiologia ESC. Dal 27 al 31 Agosto a Roma tra le presentazioni ce ne sono state due del gruppo di ricerca del Progetto Moli-sani.

I lavori scientifici dei ricercatori  molisani hanno avuto grande risonanza sulla stampa italiana ed estera.

si legge su Repubblica.it  del 30.8.2016
“La dieta salva-cuore. Il cuore si tutela anche a tavola, ovviamente. Le verdure influiscono positivamente per il 26%, il pesce fornisce un beneficio del 23%, frutta e noci contribuiscono per il 13,4% e un elevato apporto di acidi grassi monoinsaturi e saturi per il 12,9%. Sono alcuni dei dati emersi dal mega-trial ‘Moli-sani’ condotto dai ricercatori dell’Ircss Neuromed di Pozzilliche per la prima volta hanno indagato il ruolo della dieta mediterranea nei pazienti con patologie cardiovascolari conclamate. Purtroppo, gli anziani spesso si nutrono poco e male: secondo alcune stime della Società italiana di nutrizione clinica e metabolismo, sarebbero circa il 50% gli anziani over 65 che non si alimentano correttamente e la malnutrizione può essere pericolosa quanto l’obesità: complicazioni e infezioni aumentano di tre volte. Si registra spesso uno scarso apporto di proteine per problemi di masticazione ed economici, gli stessi che fanno limitare l’apporto di frutta e verdura. Un recente studio Usa condotto alla Tuft University presentato al congresso dell’American Heart Association ha suggerito che l’abbassamento dei prezzi di alcuni alimenti potrebbe salvare milioni di vite. Gli esperti hanno calcolato che anche solo una diminuzione del 10% del prezzo dei vegetali freschi ridurrebbe le morti per malattie cardiovascolari dell’1,2% in 5 anni e del 2% nei successivi cinque, con una diminuzione del 2,6% del numero di infarti. In numeri assoluti si tratta di evitare 515mila morti per malattie cardiache.

Il ruolo della vitamina D. Bassi livelli circolanti di vitamina D possono essere associati a un rischio aumentato di malattie cardiovascolari, fatali e non. Eppure si sa ancora poco circa il collegamento tra i livelli di quello che è considerato un vero e proprio ormone e l’insufficienza cardiaca, cioè la condizione in cui il cuore non è in grado di pompare quantità di sangue sufficienti per far fronte alle necessità dell’organismo. I ricercatori del Dipartimento di epidemiologia e prevenzione dell’Ircss Neuromed di Pozzilli hanno cercato di indagare questa associazione in 18.797 soggetti adulti sani di età superiore a 35 anni nell’ambito dello studio epidemiologico Moli-Sani. Dallo studio è emerso che gli individui con un livello di vitamina D inferiore a 10ng/mL mostravano un aumento del rischio di scompenso cardiaco di 1,59 volte rispetto a quelli con livelli normali.”

Le Riflessioni della Domenica

 

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

28 AGOSTO 2016

 

Riceverai la ricompensa alla resurrezione dei giusti (Lc 14,1.7-14).

Avvenne che un sabato Gesù era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo. Osservando poi come gli invitati sceglievano i primi posti, disse loro una parabola: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece quando sei invitato, va a metterti all’ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”. Disse poi a colui che l’aveva invitato: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”.

 

Sto scrivendo mentre ascolto le prime notizie sul disastroso terremoto che ha colpito l’Italia centrale. La domanda di noi poveri esseri umani in questi frangenti è sempre la stessa: perché? Anche se lo sappiamo che i disastri naturali sono una costante della nostra terra. Il vangelo ci permette di riflettere su una virtù che proprio in questi tempi si può sentire di più e che invece nella normalità della vita dimentichiamo: la gratuità. Nella nostra mentalità capitalistica e affaristica tutto ha un prezzo: le relazioni umane, l’amore, l’amicizia. Ci si chiede spesso se ci conviene. Abbiamo assistito in terremoti passati anche alle risatine entusiastiche di chi fiutava l’affare della ricostruzione. Ma abbiamo anche assistito a chi ha lasciato tutto per andare a soccorrere le vittime. In questo tempo di lutto il vangelo ci ricorda semplicemente la scelta che siamo chiamati a fare: agiamo calcolando ciò che ci guadagniamo o perché è l’umanità che alberga nel profondo del nostro cuore a spingerci alla solidarietà verso chi ha più bisogno? Ciò vale per il terremoto, anche se oggi abbiamo grazie a Dio un sistema di soccorso ben equipaggiato, ma vale anche per i derelitti che giungono a noi dalle altre sponde del mare o da altri paesi. Anche in questo caso c’è chi fa i soldi sulla pelle dei poveri e chi invece sente la solidarietà, il dolore e la necessità di accogliere senza chiedere nulla in cambio. La vera ricompensa per chi agisce gratuitamente è rendere migliore questo mondo che spesso è una valle di lacrime. Chi vive la gratuità è già risorto alla vita di Dio e dà alla propria esistenza l’impronta dell’infinito. Chi invece vive il calcolo e quantifica il valore anche degli esseri umani in difficoltà, è morto dentro e non avrà ricompensa semplicemente perché non è risorto e ha già smesso di vivere.

Michele Tartaglia

 

 

Lettera a firma di Michele Tartaglia pubblicata su Avvenire domenica 21 agosto

Gentile direttore,

desidero ringraziare la prof.ssa Virgili per la bella riflessione del 18 agosto fatta su Avvenire e desidero unirmi alla sua querela nei confronti dei politici, degli intellettuali e di noi cittadini europei, affacciati sulle rive di quel lago salato che è il Mediterraneo, visto in una prospettiva geografica mondiale. Noi rivieraschi dello stesso lago non possiamo fingere che non ci riguardi ciò che accade sulle altre sponde, come tristemente è già avvenuto con le guerre balcaniche. Ora è arrivato il momento di dire basta, di indignarci per ciò che avviene ad Aleppo: ci sono momenti che assumono il valore di simbolo storico perché nell’agonia di Aleppo è simbolicamente (con il senso forte di sacramento!) in pericolo l’umanità nella sua espressione più profonda, perché viene distrutto un luogo che ha incarnato nei secoli, con tutta la Siria, la “convivialità delle differenze”. Per noi cristiani poi, la Siria ha un valore immenso perché culla del cristianesimo come lo conosciamo: lì Paolo si è convertito e da lì è partito per evangelizzare l’Europa ed è in Siria che il cristianesimo ha incontrato la cultura ellenistica; senza dimenticare che forse lì è stato scritto quel capolavoro assoluto che è il vangelo di Matteo. Alla necessaria apertura verso i profughi che vengono da quella guerra si deve unire la denuncia verso l’ipocrisia di chi gestisce le sorti del mondo e dell’Europa, dove si finge di essere addolorati ma si continua ad amoreggiare con chi arma quella guerra. Ma voglio aggiungere nella mia indignazione anche le Olimpiadi, sempre più costosi circenses usati come arma di distrazione di massa che occupano sfacciatamente le aperture dei telegiornali, come se da quelle medaglie dipendesse la sorte del mondo! Non rinnego lo spirito olimpico; anzi, penso che esso sia calpestato, se è vero che le Olimpiadi costituivano una tregua sacra proprio dalle guerre. Oggi sarebbe illusorio pretendere questo, ma ritengo che dovremmo pretendere dal CIO che vengano esclusi dalle gare quei paesi che stanno alimentando le guerre sparse per il globo: se non si sospendono i bombardamenti o i combattimenti semplicemente non si partecipi alle Olimpiadi. So che questo tipo di appello rimarrà inascoltato perché le Olimpiadi sono diventate solo un grande affare ammantato di retorica, e mentre si continua a guerreggiare nella “realtà aumentata” del Maracanà, le gare reali con molti vinti ma nessun vincitore si combattono altrove.

Don Michele Tartaglia

parroco della Cattedrale di Campobasso

 

L’umiltà come servizio

Padre Serra correva sotto la pioggia  per raggiungere la sua Fiat 500 e parlare con un altro professore per  rendere accettabile la tesi di laurea della mia amica Angela . Un altro docente aveva considerato la tesi di laurea una formalità che non meritava alcun impegno personale. Padre Serra non poteva accettare questo atteggiamento superficiale e di disdegno. Per lui si doveva dare il meglio di sé in qualunque iniziativa. Padre Serra era uno dei genetisti meglio conosciuti negli anni 60 come Direttore di tutta la ricerca biologica condotta dai gesuiti nel mondo. Aveva vissuto con gioia la sua fama scientifica come una forma di servizio agli altri, fossero anche una studentessa sconosciuta.  Questa immagine che per me rappresenta la natura dell’umiltà non mi abbandona da quando ho letto il vangelo di oggi. Nell’invitarci a prendere l’ultimo posto a tavola,  Gesù ci invita  a riconoscere che la fonte della gioia è nel riconoscerci utili agli altri, che l’affermazione di noi stessi consiste nell’essere capaci di servire, come Lui stesso ha fatto nel lavare i piedi degli apostoli. L’umiltà, come le altre virtù cristiane, come la castità o la giustizia, di cui la manifestazione suprema è la misericordia, è la fonte primordiale della nostra gioia di vivere, è lo stimolo a vedere negli altri la realizzazione di se stessi, a scoprire senza sottostarvi, la diversità. Tristemente queste virtù sono state rappresentate come rinuncia a se stessi e alla gioia. Questo terribile disservizio della verità ha condotto le persone del nostro tempo a cercare una gioia impossibile in qualche forma di droga (lavoro, sesso, droghe, successo). Il presente è diventato l’attimo fuggente invece del contatto con l’eternità. In  “Le Mystère Fontenac” François Mauriac ha descritto molto bene questa tragedia di un mondo tossicodipendente: “Tu sei destinato a cercare un cibo che aumenterà soltanto la tua fame…”. Se dovessi dipingere il giudizio universale, con buona pace di Michelangelo, rappresenterei i giusti in shorts e T shirts seduti intorno a una tavola in un vecchio casale a mangiare pane casereccio e polli ruspanti e a bere vino genuino,  scherzando con gioia l’uno con l’altro, mentre i dannati li dipingerei imprigionati in una marsina nelle stanze vellutate e senza finestre di un hotel di lusso a sorseggiare champagne e a inghiottire bocconcini di caviale, sommersi nella noia, scambiandosi sotto la tavola qualche “canna” di cocaina.

Lodovico Balducci

 

In pizzeria con il papa

Ho pensato a questo brano evangelico ascoltando alla radio la notizia che Papa Francesco invita al mare e poi in pizzeria le persone in difficoltà che vivono nei pressi di San Pietro. Già aveva fatto attrezzare per loro delle docce con tanto di bagno schiuma. Certo, questi gesti non salvano tutto il mondo, né risolvono tutte le ingiustizie di cui parlava il vangelo di domenica scorsa, ma sono comunque una inaspettata attualizzazione del messaggio evangelico odierno. Senza alcun contraccambio. Anzi, no: un contraccambio c’è ed è sorprendente, come il vangelo: gli ospiti della pizzeria bevono birra alla salute del Papa! Ma questo è niente rispetto alla notizia che questi “poveri” danno una mano al papa visitando i malati in ospedale e svolgendo altre attività di volontariato: “Io vado a trovare un giovane affetto da un tumore terminale, gli parlo, sto con lui, gli porto un succo di frutta….”, così diceva uno di loro alla radio, tra un’olimpiade e l’altra. Questa è “giustizia”. E non a caso la resurrezione è dei giusti.

Giovanni de Gaetano

 

Un’orfanella in giro per il mondo

Se è vero che la resurrezione sarà dei giusti, la maggior parte di noi ha poco di che rallegrarsi. Sin dalla sua origine, il mondo si è rivelato un posto assolutamente inospitale per la giustizia. Ha nutrito abbondantemente guerra, invidia, vendetta, bramosia, e in certa misura le controparti che stanno sul versante del “bene”. Ha assistito generosità e altruismo, e perfino amore e talvolta s’è ricordato anche dell’onestà. Ma la giustizia è di certo la più bistrattata dei suoi figli. Un’orfanella che mendica attenzione in ogni angolo della terra. Ne ebbe un po’, ma comunque non troppa, duemila anni fa, quando le società perlomeno si interrogavano sulla sua esistenza. E per meglio capire quanto poco ne abbiamo bisogno oggi, basta ricordare che i romani con ius (la radice di iustitia) indicavano il diritto. E se è vero che il linguaggio è la casa dell’essere (cit.) è chiaro che il nostro essere è profondamente cambiato in relazione alla giustizia, dal momento che nemmeno il nostro linguaggio riesce più a riconoscerle la dovuta attenzione. Cosa sia veramente la giustizia è un altro paio di maniche.

Marialaura Bonaccio

 

Le riflessioni della domenica

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

21 AGOSTO 2016

 

Sforzatevi di entrare per la porta stretta (Lc 13,22-30).

In quel tempo, Gesù passava per città e villaggi, insegnando, mentre camminava verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Rispose: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete. Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori d’iniquità! Là ci sarà pianto e stridore di denti quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi”.

 

Quando si tratta di fare grandi scelte nella vita, scelte che danno una svolta, si rimanda sempre, ci si sofferma sul contorno, sugli aspetti secondari, per non affrontare l’argomento. Anche nella vita di fede molto spesso ci si impegola in mille attività, si fanno anche molti sacrifici per assecondare le esigenze del gruppo, per seguire le dottrine e le regole, che magari sono anche vissute controvoglia. Ci si arroga il ruolo di testimoni imprescindibili di una dottrina, di una tradizione, di un modo di vivere i valori; si fanno tante devozioni e si infliggono ad altri i nostri discorsi spiritualmente profondi per aumentare i proseliti. Ma non si scalfisce per nulla l’ostacolo principale per un’autentica conversione: avere di mira quell’essenziale adesione a Cristo che porta in un solo colpo a dimenticare se stessi, a incontrare gli altri nella verità, a vedere nella propria vita un dono gratuito che domanda gratuità. La nostra vita si riempie di inutili orpelli, di titoli di merito e di segni distintivi dagli altri ma Gesù rimane un oggetto sconosciuto, uno straniero. Rimandiamo sempre l’appuntamento, con l’idea che finalmente un giorno faremo scelte più coraggiose, ci dedicheremo solo a ciò che è essenziale. La vita trascorre, la porta dell’esistenza si chiude e non avremo provato nulla della bellezza che viene dall’incontro con Lui, anche se abbiamo trascorso una vita pia, avremo ostentato un’affettazione religiosa. Invece altri che i benpensanti guardano dall’alto in basso (come quel fariseo al tempio) hanno vissuto una vita piena, con la consapevolezza di aver attraversato il mondo con leggerezza e riconciliati con se stessi e con la vita, anche se non hanno mai messo piede in chiesa o fatto un pellegrinaggio; semplicemente hanno valutato se stessi né meglio né peggio degli altri, ma compagni di strada di un’umanità varia e caotica, ma riconosciuta come creata e amata lo stesso da Dio e per la quale Gesù ha voluto gratuitamente dare la sua vita.

Michele Tartaglia

 

La via stretta delle vecchiette bigotte di un tempo

“Per chi non sa dove va, tutte le strade portano a destinazione.” Questa sentenza di Miguel de Unamuno ( forse di Jose’ Sanpedro) cristallizza il più letale mito del nostro tempo, denunciato da Gesù nel vangelo di oggi. Mi riferisco al mito che la ragione, divorziata dall’ esperienza di vita vissuta sia l’arbitro assoluto delle nostre scelte. E’ un mito insidioso e attraente. Si basa su due presupposti: primo, che il mondo in cui siamo nati e da cui siamo stati inevitabilmente condizionati sia di per sé limitativo, una prigione da cui liberarsi per essere noi stessi, invece che un’esperienza il cui valore va verificato; secondo, che uno possa vivere tutte le esperienze possibili per decidere liberamente quale è la migliore e che una persona contenta dei propri tesori interiori è un illuso. L’assurdità della seconda proposizione è lapalissiana: non c’è modo di vivere tutte le esperienze possibili, considerando inoltre la possibilità ben reale della tossicodipendenza connessa ad ogni esperienza, incluso il lavoro, il sesso, le spese, il cibo; in altre parole, che possiamo fare le scelte fondamentali della nostra vita sfogliando il catalogo di un negozio di lusso, e soprattutto che le persone con un handicap (e lo siamo tutti) sono meno libere perché’ non possono vivere in pieno tutte le esperienze. La dea ragione degli illuministi ci ha riportato indietro di duemila anni, ai tempi in cui i bambini rifiutati venivano eliminati dalla rupe Tarpea, quando la schiavitù era un segno di ricchezza e la gente si poteva divertire a guardare i gladiatori che si uccidevano nel Colosseo. I ragazzi della nostra generazione erano orgogliosi di proclamare che le proprie scelte religiose erano scelte libere, cioè fatte senza il condizionamento delle nostre famiglie e dopo aver valutato attentamente tutte le esperienze possibili. Ci tenevamo a far sapere che non eravamo “le vecchiette” superstiziose che biascicavano il loro rosario in un latino maccheronico senza capire il senso delle parole che pronunciavano. E invece proprio le vecchiette bigotte avevano una relazione vitale con la divinità che a noi mancava perché “non era fondata sulla ragione”. Quelle vecchiette analfabete vivevano secoli di saggezza (ben diversa dalla conoscenza) che noi ci siamo preoccupati di distruggere. La via larga è la via della perdizione per stanchezza, tossicodipendenza, oblio, incapacità di riconoscere quali scelte siano essenziali e quali secondarie, è la via delle certezze piene di vuoto. La via stretta è la via della certezza come esperienza vissuta, a cui siamo legati dai nostri affetti e dai nostri bisogni, la certezza che ci fa liberi quando riconosciamo di non esserlo e di non poterlo essere. Cari amici, il mio dramma è sapere come ritrovare la via stretta in un mondo in cui i valori tradizionali sono stati soverchiati con indifferenza per far posto ai pozzi di petrolio, in un mondo in cui – come prediceva padre Balducci – saremo pronti a sostituire Santa Maria del Fiore con un Garage. Non ho la risposta, se non una nostalgia dolorosa della mia dignità di persona come veniva riconosciuta dalle vecchiette bigotte che biascicavano il rosario e che mi è stata invece strappata dalla nuova babele delle cartelle mediche elettroniche, la bugia quintessenziale.

Lodovico Balducci

 

Operatori di giustizia o no?

Mi colpisce nel brano evangelico odierno il paragrafo che preannuncia il cosiddetto “giudizio universale”: è sorprendente come i criteri di giudizio saranno completamente diversi da quelli ai quali siamo stati preparati da piccoli e dal catechismo. Non ci saranno domande sulle messe frequentate, né sui divorzi effettuati, ma sulla giustizia. La giustizia in questo contesto non può essere interpretata come il rispetto di leggi, ma come l’applicazione dell’unico precetto lasciatoci da Gesù: ama Dio e ama il tuo prossimo. Commenta l’evangelista Giovanni in una sua lettera: Dio non lo vediamo ma i fratelli sì che li vediamo: è nell’amore per i fratelli che si valuta l’amore per Dio, non l’aver mangiato e bevuto il corpo e il sangue dell’Agnello, né aver partecipato a manifestazioni oceaniche di fede nelle piazze. Se avremo vissuto ben protetti dal nostro piccolo mondo familiare, rassicurati dai nostri egoismi quotidiani, lasciando il nostro prossimo (moglie, marito, genitori, figli, amanti…) e i piccoli andare alla deriva (morale, economica, professionale, per non dire della deriva fisica di un naufragio nel Mediterraneo) saremo considerati “operatori di giustizia”? O no?

Giovanni de Gaetano

 

La distanza dal centro

Dio non accoglierà chi avrà operato scelte inique. Sembra di vedere la scena dantesca di anime dannate destinate a pagare per l’eternità gli errori commessi in vita. L’iniquità a cui si fa riferimento deriva probabilmente da una valutazione del tutto arbitraria dei pesi posti sulla bilancia dell’esistenza. Essere stati abbagliati dal luccichio dell’oro quando in realtà si trattava di metalli di poco valore. Gesù riporta al centro il vero senso del cristianesimo e lo fa con forza e determinazione proporzionali all’importanza di ciò che viene rimproverato. Ma a ben vedere, oggi siamo lontani da quel centro più che mai. La divinità economica ha ormai assorbito le nostre vite al punto tale da indurci a credere che le disuguaglianze siano aspetti fisiologici del sistema, che la povertà fa parte della struttura sociale, che per un uomo in fuga dal proprio paese è previsto un periodo di sosta più o meno lungo in luoghi che non assicurano nemmeno il livello più elementare di dignità. Il centro è pericolosamente fuori dal nostro campo visivo.

Marialaura Bonaccio

Le Riflessioni della Domenica

 

 

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

7 AGOSTO 2016

 

Siate pronti con la cintura ai fianchi e le lampade accese (Lc 12,32-48).

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno. Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate”. Allora Pietro disse: “Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?”. Il Signore rispose: “Qual è dunque l’amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l’aspetta e in un’ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più”.

 

Quelle lampade viventi, gli uomini e le donne che hanno incarnato il vangelo

I fianchi cinti di cui parla Gesù richiamano il racconto dell’Esodo, quando il popolo mangiò la pasqua di fretta perché doveva partire per uscire dall’Egitto e incamminarsi verso la terra promessa. Essere pronti significa mettersi in atteggiamento di partenza, di pellegrinaggio, mirando a una meta che fa passare in secondo piano tutto ciò che si è e si ha. Quando si ha una meta o uno scopo tutte le energie sono protese verso il loro raggiungimento ed è lì che poniamo la nostra attenzione, diventa il nostro tesoro (Gesù lo ha detto prima del Signore degli Anelli!). Il viaggio di cui parla Gesù però è tutto interiore, perché si può anche rimanere nel proprio angolo sperduto del mondo e starci in modo nuovo, coltivando l’attesa e la vigilanza che diventa disponibilità a servire quando occorre, non quando vogliamo noi e nelle cose che vogliamo noi, perché Dio ci può far visita nel modo più inaspettato ed è lì che siamo chiamati a riconoscerlo e a servirlo. A maggior ragione per la chiesa (di cui Pietro è simbolo): proprio perché ha un tesoro affidato da amministrare in favore dell’umanità non può semplicemente tenerlo per sé, coltivando magari atteggiamenti settari e difensivi, ma deve semplicemente mostrare il proprio tesoro, il vangelo, attraverso il servizio. Ma anche l’interno della chiesa deve essere luogo di comunione non di sopraffazione, come capita quando si impongono ad altri dei pesi che non si sostengono in prima persona, sia quando si tratta di legge morale sia quando si tratta di stili di vita. Gesù esorta a stare pronti anche con le lampade accese. Cosa sono queste lampade? È innanzitutto la Parola di Dio con la quale ci si deve continuamente confrontare e mettere in discussione; ma sono anche quelle parole viventi, le donne e gli uomini che hanno incarnato il vangelo, che hanno servito anziché comandato, che hanno mostrato anziché insegnato, che hanno dato la propria vita anziché imporre pesi e senso di colpa agli altri, che non hanno fondato gruppi settari ma hanno insegnato la libertà donata da Gesù Cristo. Continuiamo ad essere pronti con il cuore di pellegrini e con la mente illuminata da una Parola che non passa e che ci viene consegnata da tante lampade che ardono sul nostro cammino.

Michele Tartaglia

 

Non c’è più ragione di aver paura, o meglio, la paura non può più farsi paura

Non temere, piccolo gregge….Come credo di aver già detto , il mio amore per Claudia, la mia sposa da 45 anni, è sbocciato all’improvviso sui campi da sci di Campo Catino. In quell’occasione  ho visto in Claudia non solo la compagna gioiosa di una  scampagnata domenicale, ma, senza poterlo spiegare in parole , la compagna prescelta per  esplorare insieme quella terra sconosciuta che era la vita matrimoniale. In altre parole ho assistito a una trasfigurazione, come gli apostoli sul monte Tabor. E quella trasfigurazione ci ha permesso di superare i momenti più difficili del nostro matrimonio. Grazie alla trasfigurazione possiamo vivere senza paura, come dice Gesù al piccolo gregge. La trasfigurazione ha rappresentato un contatto diretto con l’eternità che è un presente dinamico, è l’uno che comprende la molteplicità (l’uno, non l’unità di Pitagora). E’ interessante  che il vangelo che ci invita a non aver paura viene subito dopo il vangelo della trasfigurazione. Quando si ha avuto una visione dell’eterno, come gli apostoli hanno avuto, non c’è più ragione di aver paura, o meglio, la paura non può più farsi paura. La trasfigurazione ha permesso agli apostoli di accettare il martirio.

Mentre quel giorno a campo Catino è stato forse il più consequenziale della mia vita, ho avuto la fortuna di assistere ad altre trasfigurazioni. Alla base di queste esperienze c’era sempre una condizione di semplicità, l’oblio del domani e delle sue preoccupazioni, una fede forse inespressa ma viva. La lettera agli ebrei che si legge oggi prima del vangelo comincia col dirci che “Fede è sostanza di cose sperate ed evidenza delle non parventi.” Cioè la fede è la realizzazione della speranza, della speranza di una vita che abbia un significato, della speranza nell’amore senza condizioni e pregiudizi,  della speranza nella gioia che si può esprimere anche nella sofferenza.  In realtà la fede esiste già in noi nelle nostre aspirazioni, come dice Agostino e questa fede è la base della trasfigurazione. Giannetti direbbe che la trasfigurazione è il risultato della attivazione anormale della corteccia cerebrale. Io credo invece che l’anormale sia la disattivazione di quei centri.

Lodovico Balducci

 

Vivere e morire comunicando

Il linguaggio del testo evangelico odierno non è il più adatto alla nostra sensibilità: si parla di servi, padroni, percosse, punizioni rigorose….Ma non è il genere letterario, che molto riflette l’epoca in cui il testo fu redatto, a distoglierci dal messaggio che completa e arricchisce quello della settimana scorsa: il tempo è un dono prezioso, dove mettere il nostro tesoro per tenere al sicuro il nostro cuore. L’arrivo improvviso del ladro o del padrone non è una metafora della morte improvvisa (che pure è una realtà da non sottovalutare), ma piuttosto un porre l’accento sul senso da dare al tempo dell’attesa, lungo o corto che sia. La morte ci prenderà di sorpresa, anche a 100 anni, se la nostra vita non sarà stata come una borsa che non invecchia, un tesoro inesauribile, una veglia festosa.

 

Scrisse il Card. Martini per la Quaresima del 2207:

Da: Carlo Maria Martini <carlomariam@gmail.com>

A: Giovanni de Gaetano <gdegaetano@rm.unicatt.it>

Data: 05 mar 2007 – 16:21

 

La definizione forse più bella del come vorrei morire è quella data dallo scienziato gesuita Teilhard de Chardin (morto di morte improvvisa nel 1955), che cito a senso, non avendo con me il testo: “Vorrei non solo morire in comunione (con Dio), ma morire comunicando”.

Quanto a me, sottolineerei il mio desiderio di vivere la morte come l’ha vissuta Gesù, entrando nel tunnel buio con abbandono e fiducia totali in Dio Padre, che dopo la notte oscura si rivelerà nella pienezza della sua debordante e affettuosa consolazione.

carlo maria c. martini, s.i.

Giovanni de Gaetano

 

La malattia del non-senso

«La mancanza di significato impedisce la pienezza della vita ed è equivalente alla malattia». A dirlo è Carl Jung recentemente citato da Vito Mancuso in suo intervento di qualche giorno fa a proposito della preghiera comune tra cristiani e musulmani. Il servo che, non vedendo arrivare il padrone, inizia a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi deve aver perso di vista il significato dell’attesa. Ha ceduto alle logiche da cui avrebbe voluto salvarsi. Rischia di farsi trovare impreparato, così come noi tutti rischiamo di non essere pronti per il fatidico momento. Non necessariamente la morte, ma un punto nella vita in cui ci troveremo a trarre un bilancio a giudicare (nel senso filosofico del termine) l’operato e i sentimenti che hanno scandito la nostra vita terrena. Potremmo renderci conto di aver sprecato quel poco (o tanto) che avevamo a disposizione a favore di chimere interamente governate dai sensi e dai (falsi) bisogni del momento. Farsi trovare pronti significa interrogarsi continuamente sul senso di ciò che facciamo. Poco importa se le risposte tardano ad arrivare e che l’unica certezza è quella di ritrovarsi con un numero maggiore di dubbi ogni volta che avanza una nuova domanda. Domandare e domandarsi è l’unico modo per non essere colpiti dalla malattia del non-senso. La più devastante epidemia del nostro secolo.

Marialaura Bonaccio