Via Milano, 21 – 86100 Campobasso

Archive for Mese: luglio 2016

Riflessioni della Domenica

 

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

31 LUGLIO 2016

 

La vita non dipende da ciò che si possiede (Lc 12,13-21).

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: “Maestro, dì a mio fratello che divida con me l’eredità”. Ma egli rispose: “O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”. E disse loro: “Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni”. Disse poi una parabola: “La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio”.

 

Lo sviluppo della scienza medica di cui siamo beneficiari noi moderni, soprattutto vivendo nell’occidente più ricco, dà l’impressione che ogni giorno tolto ai cento anni sperati sia il furto di qualche malefica divinità, un’ingiustizia intollerabile. Al di là della cattiva sanità, però, rimane sempre il fatto che da quando nasciamo camminiamo verso la morte e nonostante tutti gli scenari fantascientifici l’universo stesso è destinato alla fine. L’ottica evangelica va nella direzione opposta: ogni giorno in più è un dono ricevuto da amministrare, un bene per nulla scontato che  può svanire da un momento all’altro. Se si ha questa consapevolezza l’accumulo per sé di beni sottratti alla condivisione è una scelta assolutamente irrazionale. L’ascolto autentico della parola di Dio dà una comprensione reale delle cose. E’ solo la stupidità che impedisce di guardare bene la realtà e che fa illudere le persone che scommettendo si possa aumentare il patrimonio (a danno di altri stupidi che hanno buttato il denaro) ed è la cattiveria umana che fa pensare di tenere solo per sé ciò che può salvare la vita agli altri, ed è solo se la vita è vista come non scontata né dovuta ma come dono, che può scattare la solidarietà e la condivisione. Non è un male aver cura dei propri beni ma se questi diventano l’unico scopo della vita e se nel momento del bisogno non vengono condivisi danno solo una visione illusoria della vita. L’opposto dell’accumulo dei beni non è il distacco pauperistico ma il saperli amministrare come il tempo e le relazioni: sapendo che ogni giorno può essere l’ultimo, il tempo, le persone e le cose trovano il loro giusto posto, senza escludersi a vicenda ma diventando ricchezza reciproca: ho tempo per incontrare in modo autentico e costruttivo non chiunque ma chi è importante per me (a cominciare da Dio) e incontro l’altro per condividere ciò che siamo e abbiamo. La consapevolezza della morte allora non sarà più vista come somma ingiustizia, ma come invito ad usare al meglio il tempo e la vita che rimane.

Michele Tartaglia

 

Il presente è Maria seduta ai piedi di Gesù

Il giorno della mia nascita, venerdì santo 7 aprile 1944 i miei genitori depositarono in banca mille lire. Pensavano che depositando con qualche sforzo mille lire all’anno, all’età di 18 anni sarei stato capace di pagare le spese dell’università. Ricordo questo episodio con molta tenerezza perché rivela la generosità inesauribile dei miei genitori. Al tempo stesso ne rivela l’ingenuità. Nel 1962, quando venni a Roma a studiare medicina, diciottomila lire non sarebbero bastate neppure per pagare metà di un mese di retta al collegio Joanneum. Il desiderio di “far di tutto” per assicurare il futuro dei propri figli è un segno di appartenenza ispirato all’esempio della trinità. Ma cosa vuol dire “far di tutto?” Il vangelo di oggi non potrebbe essere più congruente con il problema fondamentale del nostro tempo: proiettarci nel futuro senza prepararci ai cambiamenti che il futuro comporta. Alla nostra università c’erano alcuni studenti neri e molti di noi li invitavano a casa per le vacanze  in parte per soddisfare la curiosità della propria famiglia e della propria città. Anche a Rimini, una città di mezza grandezza, gli unici neri che si incontravano erano milionari che passavano alcuni giorni estivi al Grand Hotel. Oggi l’Italia e tutto il mondo occidentale è multicolore. Cercare di programmare il futuro 70 anni fa sembra una impresa assurda. Io credo che l’unico dono reale che possiamo fare ai nostri figli è prepararli al cambiamento imprevedibile di una società che non si ferma. E paradossalmente, come ci dice il Vangelo di oggi, l’unico modo di prepararci al cambiamento è imparare a vivere nel presente. A differenza di quello che credeva Faust, il presente è l’eternità, non il momento presente. E’ la scoperta della nostra umanità come un tassello di un mosaico dove ogni parte è necessaria al disegno finale, dove passato e futuro emergono nel formare l’umanità unica di ciascun individuo, consolidata dalla fiducia della propria sacralità, cioè della propria missione. Il presente è portare con sé la trasfigurazione di Gesù in ogni persona per il resto della nostra vita. Il presente è  accettare di vivere la nostra morte. Il presente è Maria seduta ai piedi di Gesù.

Lodovico Balducci

 

L’ombra della luce

Ricordami, come sono infelice lontano dalle tue leggi; come non sprecare il tempo che mi rimane. E non abbandonarmi mai… Perché, la pace che ho sentito in certi monasteri, o la vibrante intesa di tutti i sensi in festa, sono solo l’ombra della luce.

Penso a questa stupenda e drammatica canzone di Franco Battiato nel leggere il vangelo odierno. Soprattutto mi colpisce la frase: ricordami come non sprecare il tempo che mi rimane. E’ questa la preghiera che dovremmo ricavare dalla parabola dell’uomo che non ha avuto neanche il tempo di sprecare una vita che aveva programmato per l’accumulo di ricchezza e di egoismo. Non abbandonarmi mai ha le stesse inattese sfumature del Non c’indurre in tentazione. Arricchirsi davanti a Dio vuol dire avere il tempo come ricchezza vera, un tempo vissuto intensamente con la consapevolezza che i giorni vanno riempiti della pace di “certi monasteri” e della gioia di tutti i sensi in festa. Non è un tempo infinito, è il tempo che mi rimane. Non è un presagio di morte, ma la vita che sorprendentemente si rinnova ad ogni sorgere del sole.

Giovanni de Gaetano

 

La nuova fede

Questo passo del vangelo, insieme a molti altri, è forse quello che più rappresenta l’idea universale che sta alla base di ogni religione di ogni tempo. Non è la materia che dà senso, ma ciò che sta oltre. Tutte le religioni, dal cristianesimo al buddismo, condividono questo pensiero; il fenomeno è passeggero, quello che conta sta altrove. E questo altrove è nascosto sotto le macerie prodotte da un’esistenza interamente affidata ai sensi, al momento, al pragmatismo e infine, più di recente, al relativismo. Il relativismo è l’unica religione che fa eccezione alla regola enunciata sopra e che attualmente guida le nostre vite, avvolta in un mantello di ipocrisia. Perché se da un lato si dichiarano tutti appartenenti ad una fede tradizionale – quindi ispirata ai principi di superamento del fenomeno – contestualmente ha fatto del fenomeno la sua unica norma morale. Che lo sia per la scienza va anche bene, ma la vita non è solo ciò che si può misurare.

Marialaura Bonaccio

 

Sono sempre meno i matrimoni celebrati con rito religioso

IMG_20160725_143840

In Italia uno studio del CENSIS sul matrimonio afferma che nel 2031 si celebreranno ” I FUNERALI DEL MATRIMONIO”.
fonte rainews
“Lo studio “Non mi sposo più” ci rende una fotografia molto diversa dello stato di affezione degli italiani verso un’istituzione che, in un paese tradizionalista come il nostro, ha da sempre vincolato le scelte di vita. Matrimoni con rito religioso
dimezzati in vent’anni. Nel 2014, in Italia sono stati celebrati 127.936 matrimoni in meno rispetto al 1994. I numeri emergono da un’analisi dell’Istat ripresa dal Censis nello studio “Non mi sposo più”. Si riferiscono alle nozze religiose. E lo studio ci rende una fotografia molto diversa dello stato di affezione degli italiani verso un’istituzione che, in un paese tradizionalista come il nostro, ha da sempre vincolato le scelte di vita. Secondo il rapporto del Censis, il matrimonio non è più percepito come necessario per lasciare la casa dei genitori, per mettere al mondo figli, per dare spessore sociale a un legame d’amore, per suffragare e garantire un progetto comune, la famiglia. Al punto che, sulla base dei numeri e delle statistiche, si potrebbe indicare addirittura la data in cui le nozze religiose scompariranno definitivamente, il 2031. Si tratta di una crisi senza ritorno, perché il matrimonio non è più il “baricentro della vita”, tutto è possibile anche senza quel contratto. I figli nati dentro e fuori le nozze sono tutti ugualmente legittimi, i patti di convivenza approvati di recente spingono in questa direzione. C’è l’equiparazione tra coppie di fatto e coppie sposate. Colpisce che accada in Italia, anche se negli ultimi anni i segnali di una rivoluzione epocale ci sono stati, con dati allarmanti sulla disaffezione per la religione cattolica e lo svuotamento delle chiese. “Noi abbiamo proiettato in avanti le tendenze degli ultimi vent’anni, e lo scenario futuro è quello di un’Italia a matrimonio religioso zero”, spiega Massimiliano Valerii, direttore del Censis, “un dissolvimento totale di questa istituzione, perché ormai la crisi è globale, e riguarda sia i riti civili, che hanno smesso di crescere, sia in particolare quelli in chiesa, che sono in caduta libera”. “In pratica – dice Valeri – abbiamo visto che tra il 1994 e il 2014 si sono “perduti” 128mila matrimoni religiosi, cioè 6.400 all’anno. E lo scorso anno i riti in chiesa sono stati 108mila. Ecco: se, partendo da questo dato, togliamo ogni anno 6.400 cerimonie, il risultato è che in 17 anni, cioè nel 2031, i matrimoni benedetti dal prete saranno azzerati”
http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Nel-2031-celebreremo-i-funerali-del-matrimonio-2128b915-7955-4bfb-8549-7561dd31c795.html

Riflessioni della Domenica

 

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

24 LUGLIO 2016

 

Signore, insegnaci a pregare (Lc 11,1-13).

Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: “Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli”. Ed egli disse loro: “Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdonaci i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore, e non ci indurre in tentazione”. Poi aggiunse: “Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte a dirgli: Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da mettergli davanti; e se quegli dall’interno gli risponde: Non m’importunare, la porta è già chiusa e i miei bambini sono a letto con me, non posso alzarmi per darteli; vi dico che, se anche non si alzerà a darglieli per amicizia, si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono almeno per la sua insistenza. Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!”.

 

La preghiera del credente e del non credente per un mondo più giusto, per un’umanità riconciliata

Che cosa significa pregare per un cristiano? La pagina di Luca sulla preghiera lo dice in modo chiaro: significa dialogare con una persona conosciuta, con cui abbiamo un rapporto, che chiamiamo padre e che è paragonabile all’amico più caro. Dialogare con lui significa essere in sintonia con il suo pensiero, avere gli stessi sogni; ecco perché per Luca il Padre nostro si riduce a una sola richiesta: venga il tuo regno; cioè la terra possa diventare quel giardino, quella famiglia che tu hai voluto fin dall’inizio. Perché dovremmo essere noi ad avere i suoi progetti e non il contrario? Perché è lui che ci è venuto a cercare, ha voluto ristabilire quel rapporto con noi che avevamo interrotto da quando (dall’inizio!) abbiamo deciso di trasformare il mondo in un deserto, in un campo di battaglia. Lui è venuto a indicarci la strada opposta che tutti noi sogniamo ma che nessuno di noi intraprende fino in fondo (persino nel più santo tra gli uomini a un certo punto sorge la vanagloria, la preoccupazione per il successo, fosse anche per propagare la parola più bella: il peccato che accomuna santi e violenti in fondo è l’audience, anche solo dei propri adepti). Il regno invocato da Gesù è invece lo spazio necessario a ciascuno e non oltre (il pane quotidiano) mentre tutto l’onore viene reso a Dio, per evitare che noi ne facciamo un cattivo uso per prevaricare sull’altro. Ecco perché l’unico dono necessario, che smaschera ogni richiesta egoistica che rivolgiamo a Dio, è lo Spirito Santo, cioè il modo di essere di Dio che è pieno di sé quando fa spazio all’altro, che è Padre perché ha un Figlio ed è Figlio perché ha un Padre e non vuole definirsi a prescindere dall’altro. E chi non conosce ancora Dio né come Padre né come amico può pregare? Pregare in questo caso significa cercare: cercare un mondo giusto, un’umanità riconciliata che non significa altro che regno di Dio. Anche chi vuole un mondo più giusto, non in nome di Dio ma dell’uomo, in fondo vuole ciò che Dio vuole e dunque è in sintonia con Lui, mentre chi dice di credere in Lui e predica violenza ed esclusione in realtà non lo conosce. Lo diceva già Agostino: non ti cercherei se non ti avessi già trovato: chi cerca la giustizia è in realtà in cerca di Dio e quando si impegna perché essa regni nel mondo lo ha trovato.

Michele Tartaglia

Il regno di Dio in cui le contraddizioni si dissolvono

Ho cominciato a conoscere il regno di Dio dopo aver sentito il curato di campagna di Bernanos dire alla contessa che odiava Dio perché le aveva portato via il suo infante: “Finché odiate Dio  vostro figlio non vi potrà riconoscere. Non c’è un regno dei vivi separato dal regno dei morti, c’è solo il regno di Dio in cui vivi e morti si riconoscono grazie all’amore di Dio che li accomuna. Come per Michele anche per me “venga il tuo regno” è la richiesta centrale del padrenostro. Due immagini del regno di Dio mi sono particolarmente care. La prima è di una banca della sofferenza che può essere liberamente usata per il perdono dei peccati- cioè per aver agito in nome dell’odio di Dio. Anche le persone che si vogliono bene si fanno del male a vicenda, è l’eredità che le figure leggendarie di Adamo ed Eva hanno lasciato alla loro progenie. Agostino parla di peccato originale, non iniziale, perché la capacità di farsi del male sta all’origine stessa della natura umana, soprattutto quando si pensa di fare il bene degli altri. Si pensi al padre della Monaca di Monza e a donna Prassede nei Promessi Sposi. L’unica scelta che abbiamo è reagire a questo odio e propagare l’odio di Dio, o agire come una diga che ferma questo odio e partecipare alla crocifissione di Gesù, che rende questa diga insormontabile. Questa stessa banca ci permette di trasformare la valuta scaduta del peccato in valuta corrente. Sicuramente la depressione che ha attanagliato tutta la mia vita è stata in parte accresciuta dal senso di colpa che i miei genitori e i mie parenti mi hanno ispirato e dalle persone che mi hanno disprezzato o rigettato. Questa depressione che poteva uccidere me stesso e gli altri è divenuta preziosa nella missione di assistere i morenti. Non avendo paura della morte, mi so accostare ai morenti senza paura e posso accompagnarli senza paura al passo finale. La seconda immagine del regno di Dio è collegata alla prima ed è quella di un bagno in cui possiamo liberarci dalle contraddizioni che l’odio ispira. Più che Edipo nella mia vita mi sono sentito un Oreste imprigionato da due scelte sacrileghe: uccidere la madre o lasciare senza vendetta la uccisione del padre. Questa contraddizione è morta con Gesù sulla croce. Al momento che ha condotto alla morte di Dio, la contraddizione è stata fagocitata e distrutta dal Dio immortale: Oreste può perdonare la madre nel nome del padre, nel regno di Dio.

In una nota più lieve: Ho coscienza di essere stato un grosso rompiscatole per tutta la mia vita e mi rincuora imparare dal vangelo di oggi che il regno di Dio è dei rompiscatole (Gesù proclama una nuova beatitudine). Ma forse questo invito a chiedere è in realtà l’allenamento per prepararci al regno di Dio, a desiderare il bene così intensamente da partecipare alla volontà stessa di Dio. Forse per questa ragione “sia fatta la tua volontà” viene dopo la chiamata del regno.

Lodovico Balducci

 

Se non si è innamorati non si può pregare

Quando si è innamorati, infatti, non c’è un momento particolare in cui pensiamo alla persona amata, ma ci pensiamo sempre, in piena notte se ci svegliamo all’improvviso o in tram o mentre guidiamo l’auto nel traffico cittadino. Così la preghiera, che è un modo costante di dialogare con una persona così intima a noi stessi da non aver bisogno di chiese, rosari, giaculatorie…Il vangelo stesso dice che la preghiera migliore si fa nel chiuso della propria stanza. Ciò non toglie nulla naturalmente al momento comunitario della preghiera, che dovrebbe corrispondere alle occasioni in cui, insieme alla persona amata, partecipiamo a una festa o a un altro evento familiare. Invece le nostre assemblee liturgiche sono spesso noiose e senza gioia e neanche il pane e il vino condivisi sono motivi di ebbrezza. Tanti anni fa, noi ragazzi di Azione Cattolica eravamo invitati a coniugare 5 verbi: studiare, lavorare, giocare, far del bene e pregare. Scrissi a quei tempi sul giornalino parrocchiale un articoletto intitolato: “I 5 verbi sono 4”: sostenevo che i primi 4 verbi si praticavano pregando: tutto, lo studio, il gioco, il lavoro, operare il bene dovevano essere modi reali, sempre diversi di pregare. Pregare non era un verbo infinito indipendente, ma un gerundio.

Giovanni de Gaetano

 

Insegnaci a desiderare

L’atto della preghiera coincide fortemente con quello del desiderare. Anzi, in un certo senso lo supera, perché nel momento in cui preghiamo andiamo oltre il semplice desiderio che abita il nostro spirito e ne rendiamo partecipe un altro. Ci si rivolge a Dio chiedendo che si realizzi qualcosa importante per noi, si avvia un dialogo trascendentale nella speranza di essere ascoltati. Quello che cambia a seconda di chi prega è essenzialmente l’oggetto della preghiera. L’appello del discepolo che invita Gesù a insegnargli a pregare potrebbe essere letto come la richiesta di fornirgli una guida sull’oggetto della sua preghiera. Per cosa dobbiamo pregare? Cosa dobbiamo auspicarci e per cosa dobbiamo lottare? Se ci diamo un’occhiata intorno, il panorama non è confortante. I desideri del mondo contemporaneo sono intrisi di retorica e impregnati di vacuità. La difesa a spada tratta del relativismo a favore di una maggiore (presunta) libertà del singolo ha ridotto i nostri desideri alla sterile esternazione di brame individuali, totalmente scollate dal senso di comunità. Desideri individuali producono un mondo di solitudine.

Marialaura Bonaccio