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Archive for Mese: giugno 2016

Quaresima 2016

 

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

3 LUGLIO 2016

 

Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli (Lc 10,1-12.17-20).

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l’operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino. Io vi dico che in quel giorno Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città. I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: “Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome”. Egli disse: “Io vedevo satana cadere dal cielo come la folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli”.

Al ritorno dalla loro missione i discepoli hanno raccontato non dei casi umani che hanno incontrato, delle parole di consolazione che hanno potuto dare oppure dei fallimenti sperimentati e di come li hanno vissuti, se hanno, ad esempio, seguito il comando di Gesù di non reagire con violenza. Niente di tutto questo; si sono soffermati sul grande potere che avevano sui demoni. Apparentemente hanno riferito a Gesù quel potere (nel tuo nome) ma probabilmente si sono sentiti partecipi di quella prerogativa che adesso amministravano loro. Gesù, come fa spesso, parte dalla loro esperienza (ho visto Satana cadere) e gli ricorda anche l’enorme potere che ha loro conferito di lottare col male ma ricorda loro che non sono i depositari perché a loro volta sono stati salvati dal male, Gesù ha dovuto cacciare satana dal loro cuore. I discepoli sono portati a chiedersi per chi fanno ciò che hanno fatto: per il Signore che ha scritto i nomi nel cielo, li ha salvati da un’esistenza vuota e senza senso, oppure per se stessi, avendo trasferito i criteri del mondo all’interno della comunità? Troppe volte nella storia abbiamo assistito e continuiamo ad assistere alla ricerca di titoli d’onore, all’uso del ruolo che si ha nella chiesa (sia come clero che come laici) per continuare a farsi riconoscere e adulare nel mondo. Abbiamo inventato orpelli per mettere distinzioni persino durante le liturgie e nella vita al di fuori del tempio, con la pretesa che gli altri si profondano in salamelecchi o comunque riconoscano il posto che occupiamo nella chiesa e nella società. I discepoli ancora una volta sono stati rimandati non avendo superato l’esame più grande che non riguarda l’efficacia (che è sempre un dono del Signore, non una nostra prerogativa) ma la nostra volontà di mettere veramente Dio al primo posto, non i nostri successi, di essere felici perché qualcuno ha incontrato il Signore, non perché abbiamo fatto più clienti degli altri, altrimenti faremo la fine di quei farisei rimproverati da Gesù che vanno in giro per il mondo per fare discepoli rendendoli meritevoli il doppio della condanna, cioè della perdita della gioia di sentirsi amati da Lui e di  null’altro.

Michele Tartaglia

 

 

Il successo è essere fedeli a se stessi

Il vangelo di oggi mi propone una domanda angosciosa: quale buona novella il mondo si aspetterebbe oggi dai 72 missionari istituiti da Gesù? Molte volte ho sentito dire da persone colte e sensibili: “io non sono una persona religiosa, ma sono un individuo di grande spiritualità.” Mentre rispetto queste dichiarazioni non posso fare a meno di domandarmi: “esiste spiritualità senza sacrificio, cioè senza riservare se’ stessi a una missione e quale missione può esistere senza un mandante?” Non posso fare a meno di vedere questa forma di spiritualità come una prigione, cioè un sacrificio di se’ stessi a se’ stessi, una specie di incubo kafkiano senza l’orrore dell’incubo. Proprio ieri una amica psicologa mi ha raccontato  di tener cura di una ragazzina di 12 anni la cui madre si è suicidata. Quando ha chiesto alla ragazzina di esprimere i suoi sentimenti, questa ha risposto: “lo farò quando cresco. Adesso non ho tempo di concentrarmi sui miei sentimenti: ho troppe occasioni per divertirmi!» Questo commento che trovo molto introspettivo, incapsula secondo me le cause della  nostra sordità alla buona novella: non ne sentiamo il bisogno e non abbiamo tempo di ascoltarla. Negli anni travagliati della mia adolescenza e della mia giovinezza pensavo che avrei potuto accettare la fede religiosa solamente se mi fossi sentito libero, cioè se avessi potuto vivere tutte le esperienze mondane e scegliere l’esperienza religiosa come quella a me più consona. Non mi ero reso conto che le esperienze mondane erano in realtà una droga a cui si può diventare tossicodipendenti, che la libertà consiste nell’accettare se stessi per come si è. Come disse a 15 anni un mio caro amico recentemente scomparso: “uno può dire di aver successo nella vita anche se non ha abbastanza risorse per mangiare tutti i giorni.” Il successo è essere fedeli a se’ stessi. Come tante persone della mia generazione io ho contribuito a diffondere la droga, a confondere la vocazione delle persone che cercavano in Gesù il senso della propria vita. Concludo con una domanda: quale è il metadone, cioè la buona novella, che ci può liberare da questa tossicodipendenza generalizzata. Quando il figlio dell’uomo tornerà troverà ancora fede (o forse dovremmo dire un ruolo per la fede) nel mondo?

Lodovico Balducci

 

L’amore di una coppia annuncia sempre la Buona Novella

Mi colpisce questo invio dei discepoli “a due a due”. Penso ai due di Emmaus , che forse facevano parte del  gruppo di cui parla il vangelo odierno. L’annuncio della Buona Novella è un viaggio da intraprendere insieme, da condividere nella gioia e nella stanchezza, nel dubbio e nel successo. Mettersi in viaggio vuol dire rinunciare a sistemarsi  nel proprio piccolo mondo antico, lasciare comodità e riferimenti, affetti familiari, solide abitudini. In viaggio per annunciare vuol dire essere pronti al nuovo, all’imprevisto, al diverso. Può capitare di essere respinti, come i naufraghi dei nostri tempi, o come il Cristo di Follereau, un “vucumprà” che sale scale su scale per cercare di vendere un aspirapolvere o affonda per kilometri nella sabbia per piazzare un costume da bagno. Siamo stati poco abituati nei tempi passati a considerare la “coppia” (sposi, amici, compagni di vita…) come modello dell’annuncio che Dio è il Padre del Figliuol prodigo, che l’esperienza di fede, essendo un’esperienza d’amore, non può non essere condivisa.  Due persone che si amano annunciano comunque e sempre la Buona Novella.

Giovanni de Gaetano

 

Come agnelli in mezzo ai lupi

Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi. Mai frase fu più corrispondente alla realtà.  La condizione umana è quella di un gregge spaurito gettato in un mondo di cui a stento capisce il linguaggio. Le prove da superare sono tante, il coraggio richiesto è molto, le possibilità di insuccesso innumerevoli e l’indulgenza poca. I “deboli”, che magari poi alla fine dei conti sono solo quelli meno disposti a cedere alle logiche di brutalità, soccombono strada facendo. Vivere è una lotta continua, quella degli agnelli in mezzo a un branco di lupi, appunto. Solo che a volte sono gli stessi agnelli ad essere lupi e viceversa. Il confine non è mai così netto. Ma ben consapevole dell’amaro destino riservato agli uomini, e a cui lui stesso andrà incontro, Gesù offre agli uomini l’unica arma con cui gli agnelli possono sperare di fermare l’aggressione esterna. Non barriere né muri, non fucili né leggi. L’unico modo di sopravvivere al mondo, di piegare i demoni è credere e operare affinché il mondo somigli quanto più possibile al posto che dovrebbe essere e non è. Portare la pace laddove c’è la guerra, prendersi cura dei più deboli quando il peso è insopportabile. Prendere atto dei fallimenti e al contempo sperare che le generazioni future conservino anche solo un barlume di speranza sulla possibilità che un giorno il mondo sia un po’ più vicino a quello che dovrebbe essere. Chi opera in questo modo ha il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni. Perché non c’è nulla di più invincibile di uno spirito che ha tanto lottato contro un branco di lupi famelici.

Marialaura Bonaccio

Quaresima 2016

 

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

26 GIUGNO 2016

 

Va’ e annuncia il regno di Dio (Lc 9,51-62).

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, Gesù si diresse decisamente verso Gerusalemme e mandò avanti dei messaggeri. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per fare i preparativi per lui. Ma essi non vollero riceverlo, perché era diretto verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Ma Gesù si voltò e li rimproverò. E si avviarono verso un altro villaggio. Mentre andavano per la strada, un tale gli disse: “Ti seguirò dovunque tu vada”. Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. A un altro disse: “Seguimi”. E costui rispose: “Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre”. Gesù replicò: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu và e annunzia il regno di Dio”. Un altro disse: “Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa”. Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”.

 

In questo episodio l’evangelista fa emergere il contrasto tra la missione di Gesù, che si dirige decisamente a Gerusalemme dove affronterà la morte e i diversi tipi di discepoli che dicono di seguirlo oppure desiderano farlo ma pongono le loro condizioni; non chiedono a Gesù cosa devono fare, ma propongono o mettono dei paletti. Tra di essi c’è anche chi apparentemente è libero (ti seguirò ovunque tu  vada) ma in realtà è interessato alla meta e non a seguire Gesù. Non si diventa cristiani per uno scopo personale, come ad esempio salvarsi l’anima oppure darsi un tono nella società o di elevazione sociale (quando la religione significa prestigio) o di contestazione (quando il cristianesimo è contro il potere) ma perché si vuole aderire totalmente a Gesù e al suo progetto che è l’annuncio del regno con parole e soprattutto con gesti, senza progetti o distinguo. Di volta in volta la chiesa ha voluto incarnare il ruolo di custode della morale, di guida della cosa pubblica, di cura dei senza voce ma sempre per affermare che c’era o c’è una chiesa, un clero o un movimento che deve pubblicizzare se stesso, fare di Gesù l’etichetta per segnare una differenza dagli altri che possa portare al quarto d’ora di celebrità che sotto sotto si cerca. Di fronte a questo Gesù dice che seguirlo significa anche incarnare la sua impotenza di fronte alla morte e nonostante ciò continuare a testimoniare che Dio regna. Significa non fare piani pastorali o manifesti politici, ma semplicemente obbedire a Dio che oggi ti chiede di stare in un luogo e domani può chiederti di rinnegare quella scelta se ciò comporta non obbedire più alla sua volontà.

Michele Tartaglia

 

La continua ricerca di Dio per non cedere all’indifferenza 

Queste parole di Gesù mi sono parse particolarmente dure: non rappresentano apparentemente il Dio sempre pronto a perdonare annunciato da Papa Francesco. Sappiamo che Gesù si arrabbiava: ha fatto appassire il fico incapace di dar sollievo alla sua fame e ha scacciato a frustate i mercanti nel tempio. Da un punto di vista personale questo Gesù è una esaltazione della nostra umanità. Ci sono momenti in cui è appropriato  far conoscere la nostra rabbia, soprattutto se amiamo chi provoca la nostra rabbia. In genere gli sposi  attenti a evitare gli scontri sono anche quelli con più problemi, perché’ in realtà non si amano più abbastanza per  affrontare il dolore e lo sconforto  di un confronto che permetta alla coppia di crescere, come espressione dell’amore reciproco. Gesu’ ha detto che avrebbe portato la rottura dei rapporti famigliari, che è venuto a portare la guerra invece della pace. La figlia di re Lear che ha paragonato il padre al sale era in realtà l’unica che lo amava, anche se la sua affermazione ha scatenato la collera paterna. Chi ama davvero ha la forza di essere rigettato dalla persona amata. In queste parole di Gesù che sta recandosi a morire vedo la tristezza per un mondo che sembra allontanarsi sempre di più da lui.  La nostra generazione sperimenta continue distrazioni che ci permettono come una droga  di evitare le domande essenziali della vita. Una delle esperienze più dolorose è quella di udire i miei colleghi dire che Dio per loro è insignificante, come Erode aveva detto a Paolo che non aveva tempo di ascoltarlo.  Con alcuni miei colleghi siamo cresciuti chiedendoci quale è il senso ultimo della vita, come possiamo incontrarci con Dio. Non posso perciò fare a meno oggi di sentirmi sempre più uno straniero di fronte a questa onda di indifferenza che continua a montare e a travolgere ogni aspetto della vita occidentale. La tristezza rabbiosa di Gesù, avviato verso la morte, di fronte alle richieste mondane dei suoi seguaci, mi dà fiducia che vivo ancora in un paese che può essere mio.

Lodovico Balducci

 

L’abbaglio di Socrate

I personaggi che popolano questo passo del vangelo mentre Gesù è in cammino verso Gerusalemme sono quelli che una volta definimmo i ‘discepoli del no’. Gente che vorrebbe ma non può, gente che potrebbe ma non vuole. Un contrasto interno tra il finito e l’infinito che si scaglia contro l’immagine di un uomo che va dritto verso un destino poco clemente. Sembra quasi di vedere i due volti dell’umanità. Un giano bifronte che se da un lato sa cosa è giusto, dall’altro non ha sempre la forza di perseguirlo. Socrate sosteneva che una volta appresa la virtù, l’uomo non può che comportarsi di conseguenza, operando in modo virtuoso nella vita di tutti i giorni. Freud ne avrebbe riso di gusto. Quanto mistero alberga dentro le nostre anime, quanto siamo realmente liberi non solo di conoscere il bene, ma anche di perseguirlo? A guardare le nostre vite, si direbbe che Socrate avesse preso un abbaglio clamoroso. Dopotutto, quelli che Gesù incontra sono uomini, più o meno straordinari, ma sempre uomini. Continuamente afflitti dall’eterna frustrazione di aspirare all’infinito mentre si è imprigionati nella propria ineluttabile finitezza.

Marialaura Bonaccio

 

Un amore senza condizioni…

Qualche sera fa a Campobasso per la Festa dei Misteri si è esibita in piazza l’Orchestra Italiana di Renzo Arbore. Il fantasioso show-man ha riproposto, tra gli altri successi, la simpatica canzoncina “Vengo dopo il TG”. Se non potesse apparire blasfemo, mi è ritornato in mente questo motivetto, nel leggere il vangelo odierno: appaiono molto ragionevoli e umane infatti le giustificazioni che tutti noi avanziamo per sfuggire a un incontro impegnativo o per rimandare decisioni fondamentali per la nostra vita: “Mi sono sposato….ho comprato un paio di buoi e devo provarli….vado a salutare i miei e poi vengo…vengo dopo il TG, appunto!”. L’amore che Cristo chiede è senza condizioni, senza se e senza ma, si direbbe oggi. E’ un impegno e un’adesione che prendono totalmente, come un bambino immerso nel suo gioco preferito, che non ha più fame né sonno, e non sente neppure i richiami della mamma. Non è Gesù severo o disumano. Siamo noi che abbiamo dell’amore (o della fede, che è la stessa cosa) un’idea ragionevole e ragionata. Scriveva Blaise Pascal: “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non comprende”. Il cuore non aspetta la fine del TG.

Giovanni de Gaetano

 

Intervista

Fondazione “Giovanni Paolo II”. Convegno scientifico nazionale sulla Patologia valvolare aortica

“Patologia valvolare aortica: Heart Team nella realtà clinica: approccio integrato tra il Cardiologo ed il Cardiochirurgo”, è il titolo del convegno promosso a Campobasso nella Fondazione Giovanni Paolo II, dal Dipartimento di Malattie Cardiovascolari diretto dal dott. Carlo Maria De Filippo.
L’evento ha focalizzato gli importanti processi clinici decisionali che mantengono il paziente al centro delle migliori scelte terapeutiche.
Intervista esclusiva al Dott. Carlo Maria de Filippo (Fondazione Giovanni Paolo II)

“L’approccio integrato – spiega de Filippo – è utile in tutte le malattie cardiovascolari, poiché la complessità dei pazienti e l’offerta tecnologica è una realtà articolata e complessa. E’ quindi necessario in questo momento di evoluzione tecnica e scientifica, poter dare a tutti i pazienti la risposta migliore per la propria patologia. E’ chiaro che l’approccio integrato tra più professionisti che hanno da utilizzare le giuste armi, sia tecniche che terapeutiche, si traduce in una sinergia in cui possano trovare insieme la migliore risposta a quel tipo di malattia.
La patologia valvolare è inoltre una patologia specificamente dell’anziano, è quindi chiaro che il fattore età è l’aspetto che sempre di più ci condiziona. Ci si trova a trattare pazienti più anziani, che sono anche i più fragili. La situazione negli ultimi anni è cambiata, alcuni interventi che in passato venivano praticati in una visione standard, adesso per fortuna non ci sono più , ci si è evoluti verso un tipo di intervento chirurgico specifico, adottando  un trattamento “cucito addosso” al paziente, nel rispetto delle sue esigenze, dei potenziali  problemi collaterali legati alla sua fragilità. Si guarda nell’ottica di trattamenti specifici, studiati proprio per la persona.”
Dottore quali garanzie ha un paziente che si rivolge in questo centro?
“Questo Centro ha fatto dell’innovazione tecnica una delle sue principali bandiere, abbiamo impegnato per molto tempo  professionisti nella ricerca di nuove strategie e di nuove tecniche di trattamento della patologia cardiovascolare. Questo vale  sia per la patologia aortica che per la patologia mitralica. Da noi in pratica più del 50% dei pazienti fa di base un trattamento mini invasivo chirurgico. Ciò si traduce in termini di vantaggio per il paziente. Il paziente è esposto ad un minore impatto chirurgico, ed ad un minore impatto anestesiologico, una minore degenza in terapia intensiva ed ha sicuramente una ripresa post operatoria migliore anche nell’aspetto estetico. Tutto ciò si misura in un minore impatto biologico di grande vantaggio, tradotto per il paziente in una migliore qualità della vita.”IMG_20160609_220430

Quaresima 2016

 

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

12 GIUGNO 2016

 

Chi amerà di più? (Lc 7,36-8,3)

In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato. A quella vista il fariseo che l’aveva invitato pensò tra sé. “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice”. Gesù allora gli disse: “Simone, ho una cosa da dirti”. Ed egli: “Maestro, dì pure”. “Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?”. Simone rispose: “Suppongo quello a cui ha condonato di più”. Gli disse Gesù: “Hai giudicato bene”. E volgendosi verso la donna, disse a Simone: “Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco”. Poi disse a lei: “Ti sono perdonati i tuoi peccati”. Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: “Chi è quest’uomo che perdona anche i peccati?”. Ma egli disse alla donna: “La tua fede ti ha salvata; và in pace!”. In seguito egli se ne andava per le città e i villaggi, predicando e annunziando la buona novella del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demòni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni.

In questo racconto troviamo la parabola amara di gran parte della storia cristiana, cioè il confronto tra due gruppi di persone: coloro che pensano di aver accolto Gesù, ma alle loro condizioni e coloro che invece hanno realmente voluto incontrarlo senza fini secondari (o più spesso primari). Perché Simone ha invitato Gesù? vedendo ciò che pensa di lui immagino che lo abbia fatto perché Gesù era una persona ormai diventata famosa, un tipo col quale è bello farsi vedere insieme, un po’ come quelli che vanno a caccia di selfie con personaggi famosi oppure fanno la corte a quelli che stanno in società per farsi importanti sulla loro fama. A Simone forse non interessava un bel niente delle parole di Gesù ma non poteva ignorare un personaggio che faceva parlare di sé, e che poteva dare lustro al suo nome. Ma appena Gesù si è lasciato toccare da una donna doppiamente ultima, sia perché donna sia perché peccatrice, ha ridimensionato la sua felicità e forse si sarà pentito di averlo invitato e si sarà dispiaciuto di averci rimesso il costo del pranzo. Nella storia cristiana quante volte il potere ha amoreggiato con chi rappresenta Gesù e annuncia il vangelo! Ilario, vescovo focoso e combattivo contro il potere diceva che i nemici della chiesa del suo tempo erano più pericolosi perché non uccidevano con la spada ma accarezzavano il ventre, non gettavano in prigione, ma invitavano a palazzo. E’ questa la più grande tentazione della chiesa: pensare  che il vangelo sia accolto quando si diventa cappellani di corte o quando si ricevono benefici o beneficenze per mantenere i poveri nella loro miseria a patto di non denunciare le ingiustizie e di blandire con salamelecchi coloro che ci invitano alla loro tavola e ci riempiono la bocca per non farci parlare. Il vero profeta, cosa che Simone metteva in dubbio, è proprio chi come Gesù non fa violenza a nessuno ma dice la verità, e sa smascherare gli atteggiamenti ipocriti di chi pensa di mettere anche Dio tra i trofei conquistati, nel palazzo del proprio narcisismo.

Michele Tartaglia

 

I Simoni moderni ignorano Gesù

Alcuni anni fa ad Asuncion una epidemiologa brasiliana descrisse tutti i modi di prevenire la morte da cancro cervicale, che è la causa maggiore di morte di cancro in sud America. Parlò di vaccinazione , di preservativi, di diaframmi vaginali, ma non menziono l’unico sistema sicuro di prevenire il cancro cervicale: la monogamia. Quando io cercai di scrivere su diversi giornali che il sesso casuale e ricreativo causa almeno tanti cancri quanti il fumo delle sigarette non ho trovato un solo giornale che accettasse di pubblicare questa verità scientifica ed epidemiologica. Per informazione del lettore il sesso casuale e ricreativo è responsabile di tutti i cancri degli organi genitali, della maggioranza dei cancri del cavo orale, della lingua e del fegato. Alcuni anni fa a Tolosa, alla conferenza della società francese di psico-oncologia, la mia affermazione che la religione può essere il rimedio più efficace contro il disprezzo di se’ stessi, fu accolta da un silenzio imbarazzato di una udienza che avrebbe considerato con interessa la proposta di promuovere la sodomia come forma di controllo delle nascite. Questi psicologi che hanno preso l’impegno di migliorare la qualità di vita delle persone preferiscono che i loro pazienti commettano suicidio piuttosto che accettare l’ipotesi religiosa. Come il clero del ‘600 che ha condannato galileo questi cosiddetti scienziati rifiutano a priori la cura dei loro pazienti perché non congruente con i loro dogmi. Rifiutano a priori l’insulina per il trattamento del diabete. Questi sono i moderni Simoni. Nel passato, e forse anche nel presente, la relazione incestuosa di  cristianesimo e potere è stata una causa di scandalo. Ma oggi assistiamo ad un altro scandalo. Il Simone biblico aveva invitato Gesù perché era una persona importante. I Simoni moderni ignorano Gesù e vivono l’esperienza religiosa come contaminante. Prima di morire Pier Paolo Pasolini aveva identificato la crisi della cultura moderna nel rifiuto della ipotesi religiosa, nella derisione del messaggio cristiano. A parole Donald Trump può opporsi all’aborto ma per lui la vita è solo uno strumento di potere. Invece di perdonare la Maddalena i Simoni moderni le consiglierebbero di andare a vedere uno psicologo che la convincesse che la sua vita come prostituta è una scelta libera e razionale e che invece di sentirsi in colpa dovrebbe cercare di perfezionare le sue tecniche amatorie per la soddisfazione sempre maggiore dei suoi clienti.

Lodovico Balducci

 

La chiacchiera e il sapere autentico

È in racconti come questi che viene fuori la vera anima del cristianesimo e con essa la sua portata rivoluzionaria universale ed eterna. Perché quello che valeva duemila anni fa vale ancora oggi. Ancora oggi la forma conta più della sostanza, l’ipocrisia vince sulla verità, e il giudizio facile e sbrigativo prevarica l’analisi della complessità dell’esistenza, mentre la condanna senza sconti s’è divorata la pietà. Gesù spazza via tutto quello su cui si regge una società, antica o moderna che sia, per far emergere la vera sostanza seppellita dalle macerie dell’apparenza. Un tesoro antico che riemerge dal fondo del mare la cui forza piega anche le più ardite resistenze, generatesi in secoli di allontanamento dall’Essere, in favore di quella che il filosofo tedesco Heidegger definisce la chiacchiera, la forma più lontana dall’autenticità. Cristo fa proprio questo: allontanare la chiacchiera, il sapere fine a se stesso che non mira al raggiungimento di una verità, per ritornare al sapere autentico. Nel caso del passo di oggi, la peccatrice ne è la depositaria più degna perché porta in sé l’autenticità dell’esistenza. Con buona pace del convenzionalismo dominante.

Marialaura Bonaccio

La vera perdita della verginità

“Ho perso la verginità due volte: la prima volta ero ancora una ragazzina, ma fui ingannata da uno che non rividi più…A quei tempi la verginità era un valore più fisico che morale, ma la sua perdita comportava un cambiamento radicale, irreversibile nella vita di una donna.

La seconda volta fu nella casa di Simone: ero potuta entrare durante il banchetto, perché Simone mi conosceva bene, così come conosceva il mio letto. Forse voleva mettere in difficoltà il Maestro, vedere se anche lui mi conoscesse così bene…Ma io non l’avevo visto prima, se non da lontano, mentre diceva alla folla che la felicità era di quei poveri che non avevano neanche il fiato per respirare, i poveri di spirito li chiamava. Io cercavo la felicità e le sue parole mi entrarono nel corpo e nell’anima, come nessun uomo aveva fatto prima. Versai sui suoi piedi tutta la mia sofferenza e le mie lacrime, li baciai con una tenerezza che non avevo mai provato prima…Il Maestro disse a Simone che io avevo molto amato e molto mi veniva perdonato. Uscii dalla casa di Simone che ero un’altra donna. Sentii che questa volta avevo davvero “perso la verginità”, ero diventata irrimediabilmente una donna diversa, nuova. Il Maestro non l’ho più rivisto da allora. Ho saputo che è morto in croce poco tempo dopo il pranzo da Simone. Ma io sento che lui è vivo, che dà senso alla mia vita di ogni giorno, che mi ha ridato dignità e gioia di vivere. Lui mi aveva perdonato tutto l’amore che avevo sprecato prima. Sento ancora la sua carezza sui miei capelli, come una leggera brezza di vento al tramonto”.

Dal “Diario di una prostituta”, ritrovato da

Giovanni de Gaetano