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Archive for Mese: aprile 2016

Quaresima 2016

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

DOMENICA 1 MAGGIO 2016

 

Se uno mi ama osserverà la mia parola (Gv 14,23-29).

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dá il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate”.

 

Perché Gesù deve fare distinzione tra discepoli che ascoltano la sua parola e discepoli che non l’ascoltano? La storia cristiana è la prova che non basta dirsi discepoli suoi se poi non si vive ciò che lui ha vissuto. Quante volte in nome della difesa delle verità di fede si è calpestato il vangelo! E’ stata più importante l’idea che si aveva di Gesù anziché lui stesso e le sue esigenti richieste. Spesso abbiamo agito con lui come chi idealizza il proprio partner senza accogliere la persona reale, creando le premesse per la crisi del rapporto. I discepoli non accettano che Gesù vada al Padre (la croce) perché non sono loro a seguirlo, ma vorrebbero che lui sia come essi vogliono, cioè colui che realizza la loro sete di potere e di gloria, come vediamo troppo spesso nelle beghe delle strutture ecclesiastiche e negli scandali degli inciuci tra poteri economici e qualche cardinale. Per questo Gesù promette lo Spirito, in quanto sa che facilmente, come è stato fatto con la legge di Mosè, da fonte di vita lui stesso può diventare una prigione dorata, un recinto che impedisce di essere liberi. Lo Spirito che, come aveva detto a Nicodemo, soffia dove vuole  e non sai da dove viene e dove va, riesce a sconvolgere i nostri schemi e a dare alla comunità di Gesù, alla chiesa, nuova linfa e fedeltà al vangelo. La presenza dello Spirito è provata dai cambiamenti che avvengono nella storia della chiesa che rimane fedele al suo Signore proprio perché cambia e si adatta di volta in volta al mondo a cui si rivolge. E’ il senso vero dell’incarnazione del Verbo che parla all’umanità concreta in cui si incarna. Quando si pretende di assolutizzare l’immagine che di Gesù si è costruita in una determinata epoca storica, non accogliamo la Parola fatta carne ma un idolo muto. Forse è per questo che preferiamo il culto delle statue e delle immagini o l’adorazione dei simboli eucaristici alla concreta carne di Cristo che si incontra nell’uomo, specialmente in chi è ultimo. Gesù non ha detto: chi venera una mia immagine o l’eucaristia venera me, ma: chi accoglie uno dei miei fratelli più piccoli accoglie me. Lo Spirito, quando scende veramente, ci aiuta a distinguere tra ciò che Gesù ha insegnato e ciò che gli abbiamo attribuito noi. Per questo vieni Spirito Santo!

Michele Tartaglia

 

L’amore è gioiosa dipendenza

Gesù insiste che il suo messaggio non è suo, ma del Padre e che il Padre manderà lo Spirito Santo a consolare gli apostoli dopo la Sua partenza. Che è il Padre: un centro di comando o un dittatore benevolo? Queste sono le domande che  mi sono fatto per una vita. Ho capito finalmente che la descrizione della Trinità beffeggiata da Bunuel nel film “La via Lattea” e nel fumetto “Trino” è in realtà la descrizione dell’amore. Contrariamente a quello che molti di noi pensavano quando crescevamo con il mito della libertà emotiva e intellettuale totale, l’amore è dipendenza. Gesù è felice di essere soggetto al Padre perché è sicuro dell’amore del Padre, non ha dubbi sulla natura di questo amore senza secondi fini. Chi di noi non diventerebbe totalmente dipendente da una persona del cui amore siamo totalmente sicuri, quello che molti di noi hanno sperimentato come infanti, quando eravamo totalmente dipendenti dai nostri genitori? Pasolini raccontava di avere memorie molto dolci della sua vita “in utero”  come l’unico periodo senza preoccupazioni della sua vita. Nel descrivere la sua dipendenza dal padre Gesù in realtà descrive un rapporto  d’amore senza condizioni e indistruttibile e ci invita a farne parte.

Rapporto, questa è la parola chiave, perché il rapporto è la sostanza dell’amore, per questo abbiamo un Dio unico in tre persone, perché Dio possa avere con stesso/a un rapporto d’amore.  La settimana scorsa ho scritto che più che un corpo spirituale, Gesù risorto aveva indossato un’anima corporale. Senza giocare con le parole, il corpo è il veicolo dell’amore, Dio ha dovuto corporizzarsi per poter esprimere il proprio amore  nella sua totalità. L’essenza del rapporto è la differenza delle persone, è l’impossibilità di possedersi, perché quando si confluisce il rapporto si perde. Nel suo libro “agonia del cristianesimo” Unamuno insiste su questo punto: se ci si conosce, se ci si possiede, il rapporto cessa di esistere e con questo la fede.

La creazione come tale  è il modo in cui il Figlio si differenzia da Padre e come insieme sfruttano il loro amore, lo Spirito Santo. Piuttosto che un incidente la creazione è l’espressione dell’amore del figlio. Per questo l’anima deve corporizzarsi, per esprimere amore.

Lodovico Balducci

 

La pace come meta della scienza

Mercoledì scorso ero a Milano alla cerimonia di consegna delle borse di studio 2016 della Fondazione Veronesi.

Il prof Veronesi ha parlato brevemente ai giovani vincitori (tra cui la nostra Marialaura) ricordando loro che il fine ultimo della ricerca scientifica è la pace. La scienza per la pace.

Veronesi è stato spesso criticato da ambienti cattolici per alcune sue posizioni su temi bioetici. Egli stesso si definisce non credente.

Tuttavia nell’ascoltare questo uomo di scienza ormai più che novantenne, che non indicava la conoscenza né la salute né la cura dei tumori come traguardo finale della ricerca, ma la pace e la tolleranza tra gli uomini, mi ha ricordato il brano del vangelo di questa domenica. Vi do la pace, vi lascio la pace…

E mi sono immaginato il prof Veronesi e Cristo fianco a fianco al tramonto sulla via di Emmaus camminando verso la pace.

Giovanni de Gaetano

 

Fede e paura

Come spesso mi capita, preferisco concentrarmi sulle reazioni dei discepoli, anche questa volta increduli, chiamati ad accettare una realtà sempre meno corrispondente all’idea che di essa ha la maggior parte degli uomini, continuamente spronati ad accettare nuove sfide, a volte sfiancanti. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre. Quando un caro si spegne, anche la fede più autentica vacilla. La paura del vuoto, del non essere (che pure che non è, in quel momento è) sopravanza e inghiottisce qualsiasi certezza, qualsiasi fede, anche il cuore più puro che fino ad allora non aveva esitato. Eppure, l’anima, per chi crede, dopo il trapasso si ricongiunge a Dio. Perché la tristezza dunque? È vero, se credessero sarebbero contenti del nuovo viaggio che attende il loro maestro. Ma forse si può credere e avere al contempo paura. Paura che ciò in cui si crede non sia l’unica soluzione possibile, che non sia assoluto ma contingenza. Gesù parla a uomini, uomini straordinari, certo, ma che restano pur sempre uomini.

Marialaura Bonaccio

 

Quaresima 2016

 

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

DOMENICA 24 APRILE 2016

 

Vi do un comandamento nuovo (Gv 13,31-33a.34-35).

Quando Giuda fu uscito dal cenacolo, Gesù disse: “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”.

 

Ha lasciato il comandamento dell’amore mentre veniva consegnato ai suoi avversari per essere crocifisso. La testimonianza dell’isola di Lesbo.

E’ significativo che Gesù rivela il comandamento dell’amore nel momento stesso in cui Giuda esce dal cenacolo per andare a venderlo ai suoi uccisori. Questo fatto diventa il criterio di riferimento per i cristiani di ogni tempo, anche oggi, mentre assistiamo alla sistematica cancellazione della loro presenza nei luoghi che hanno visto la nascita del cristianesimo. Può nascere la tentazione di reagire con la forza, di ripagare con la stessa moneta (anche se i cristiani condividono questa sorte con altri gruppi religiosi appartenenti anche alla fede islamica), ma il vangelo è come un macigno che schiaccia ogni tentazione di resistenza armata. Nel momento stesso in cui si uccide in nome della fede si sconfessa il vangelo che è invece stato scritto dai discepoli di colui che ha lasciato il comandamento dell’amore nel momento stesso in cui veniva consegnato ai suoi avversari per essere crocifisso. L’associazione del cristianesimo con le armi (l’emblema simbolico sono le crociate) è nato dal semplice fatto che il vangelo non era più letto o ascoltato, perché insegnato in lingue morte nelle accademie, mentre il popolo cristiano veniva alimentato con devozioni e superstizioni. Quando però il vangelo è stato letto, persone come Francesco d’Assisi hanno capito che non potevano andare incontro ad altre religioni, anche se esse stesse erano armate, con la spada in mano, ma semplicemente con la forza della testimonianza e della coerenza; ed hanno vinto la loro battaglia. Perché hanno preso sul serio Gesù che vede nell’amore reciproco il segno distintivo dell’appartenenza a lui. Quando sorge la voglia di affermare l’identità forte con l’alzata di scudi e di muri accompagnata dalla denigrazione verbale dell’altro, dobbiamo sentire il peso giudicante di questa parola disattesa di Gesù: da questo sapranno che siete miei discepoli: se vi amate tra voi. Il gesto più grande, nel tempo attuale, di resistenza alla violenza e di testimonianza a Gesù è stato fatto sabato scorso nell’isola di Lesbo quando fratelli nella fede che si sono vicendevolmente scomunicati e combattuti per secoli, insieme hanno ascoltato il pianto di tanti fratelli in umanità e hanno detto al mondo di essere, ancora una volta insieme, dalla loro parte.

Michele Tartaglia

 

Il sacramento dell’amicizia

Il vangelo di questa domenica ci dice che la gloria di Dio è  saper  gustare  la musica quando siamo sordi o i capolavori dell’arte visiva quando siamo ciechi. Il corpo di Gesù  risorto è il corpo nella sua vera natura (essenza): un corpo che può distribuire amore, che può stabilire un contatto fisico (Tommaso e le mani nel costato; i discepoli di Emmaus, la cottura del pesce sul Lago di Genezareth) ma al tempo stesso non può essere distrutto; un corpo che appare solo a sprazzi, solo a chi è in grado di vederlo e sentirlo. Eduardo Giannetti, autore del libro: “L’ illusione dell’anima” ci direbbe che queste visioni sono il prodotto di un malfunzionamento del cervello, come un ictus, un tumore o una forma di epilessia. Al che io controbatto: può darsi che il cervello che mal funziona è quello incapace di sostenere queste visioni, il cervello sovraccarico di illusioni razionali o di tossicodipendenza dalle droghe, di lavoro, di sesso, di ambizione, il cervello che non riesce più a sentire la voce di Dio che parla nel roveto ardente. Questa discussione chiaramente non si può concludere qui in poche battute.

Non avevo mai prestato molta attenzione alla resurrezione così come da quando mi sono riavvicinato alla Chiesa. Preferivo sentirmi associato a un Dio che soffriva e moriva piuttosto che a un Dio che vinceva la morte in un modo che non si poteva spiegare e che in fondo non mi interessava. Alcune morti recenti, soprattutto quella di Claudio, un amico carissimo dai tempi dell’università, hanno riacceso il mio interesse per la resurrezione. Ho scoperto che l’amicizia è un sacramento, cioè un segno visibile concreto dell’unione tra due persone che restano le stesse mentre sono trasformate l’una dall’altra. E’ una specie di patto di sangue, come l’eucarestia, che è un rapporto fisico, come di intimità sessuale, con Dio. L’amicizia coinvolge una presenza fisica che persiste a dispetto della deteriorazione del corpo, è la musica senza strumenti, la pittura senza pennelli e colori.  Nel 1960 Padre Balducci scrisse un articolo per “Il mattino” di Firenze, intitolato” La lettera interrotta.” Si riferiva alla morte di un giovane amico che aveva ancora tanta vita di fronte a sé e che era stata troncata anticipatamente, come una lettera interrotta. Oggi lo intitolerei “la lettera ricostruita”: la nostra vita è una serie di geroglifici spesso senza senso apparente, che la morte orientata alla resurrezione, ricostruisce in caratteri e parole piene di un significato unico, sacramentale. Nei vecchi giorni dell’Azione Cattolica  ci veniva detto che il corpo di Gesù risorto era un “corpo spirituale” perché passava attraverso i muri. Io preferirei parlare di “uno spirito corporale” cioè di una presenza fisica totale  senza più limitazioni, e questo è Dio glorificato.

Lodovico Balducci

 

Giuda e il nome della rosa

Ne Il  Nome della Rosa di Umberto Eco, l’inquisitore Bernardo Gui chiede al cellario Remigio:

–            E allora dimmi: in che cosa credi?

–            Signore, credo in tutto ciò a cui crede un buon cristiano

–            E a che cosa crede un buon cristiano?

–            A quello che insegna la santa chiesa

–            ….Credi tu che i sacramenti siano stati istituiti da Nostro Signore, che per fare una retta penitenza occorra confessarsi dai servi di Dio, che la chiesa romana abbia il potere di sciogliere e legare su questa terra ciò che sarà legato e sciolto in cielo?

–            Io credo a tutto ciò che voi e gli altri buoni dottori mi ordinate di credere…

 

Questo colloquio inquisitorio tra un monaco domenicano (Gui) e uno benedettino (Remigio) si svolgeva in un’epoca ritenuta il momento di massimo fulgore della cristianità, quando invece, come  scrive Michele, “il vangelo non era più letto e ascoltato…, mentre il popolo cristiano veniva alimentato con devozioni e superstizioni”.

Come un messaggio così semplice e chiaro, come quello del vangelo odierno, si possa essere perso tra devozioni e superstizioni, crociate e inquisizioni, resta per me un mistero, forse collegabile all’esordio sorprendente del brano: “Quando Giuda fu uscito dal cenacolo…”. Solo allora il messaggio dell’amore può essere annunciato, recepito e messo in pratica. Giuda non è un personaggio malefico, ma è ognuno di noi quando impedisce che nel suo piccolo mondo quotidiano si realizzi quel comandamento che, dopo 2.000 anni, resta sempre ancora nuovo.

Giovanni de Gaetano  


Un nuovo comandamento sull’essere

Forse quello di Gesù è il più difficile dei comandamenti, per quanto sembri il più semplice da mettere in pratica. I più celebri dieci erano una lista di cose da fare o evitare per servire la volontà di Dio e non sfidare la sua punizione. Questo che Cristo dà ai suoi è una indicazione su cosa essere. Di gran lunga il compito più arduo. Perché sul fare o non fare cose ci si può anche lavorare, ma diventare persone migliori è una missione che non riesce a tutti. Già Fromm, nel suo Avere o Esserelancia la sfida all’uomo  contemporaneo, chiamato a scegliere tra due progetti, determinanti per le sorti non solo dell’individuo ma della società stessa. È abbastanza chiaro quale progetto l’abbia spuntata. Almeno per ora.

Marialaura Bonaccio

 

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA – 10 APRILE 2016

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

10  APRILE 2016

 

È il Signore (Gv 21,1-19).

In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: “Io vado a pescare”. Gli dissero: “Veniamo anche noi con te”. Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla. Quando già era l’alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?”. Gli risposero: “No”. Allora disse loro: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”. La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: “È il Signore!”. Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: “Portate un po’ del pesce che avete preso or ora”. Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatrè grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. Gesù disse loro: “Venite a mangiare”. E nessuno dei discepoli osava domandargli: “Chi sei?”, poiché sapevano bene che era il Signore. Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce. Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti. Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. Gli disse di nuovo: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci le mie pecorelle”. Gli disse per la terza volta: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?”. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene? e gli disse: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene”. Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecorelle. In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi”. Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: “Seguimi”.

 

L’esperienza della pesca abbondante fa esclamare il discepolo amato che Gesù è il Signore, fa riconoscere cioè che ciò che hanno compiuto non è opera loro, ma di colui che durante l’ultima cena aveva detto che senza di lui non potevano fare nulla. Quando non ci si sente indispensabili, quando si fa l’esperienza che si può essere strumenti ma non fonte del cambiamento, allora si fa l’esperienza di fede, si vede Gesù, lo si riconosce all’opera. Dire che lui è il Signore, titolo usato a quei tempi dall’imperatore, significa avere orientato la propria vita non al compromesso con le strutture del mondo, ma al vangelo. Il comando che Gesù dà ai discepoli, infatti, è la metafora della sua parola che chiede di agire dove nella logica mondana non c’è più  nulla da fare, e conduce dove il proprio calcolo suggerisce il ripiegamento su di sé. I discepoli hanno riconosciuto Gesù perché hanno constatato l’efficacia della sua parola; non ci può essere autentica esperienza di fede senza l’agire concreto nella propria vita. E’ vero, riconoscere che la parola di Gesù può essere ascoltata nasce da un primo riconoscimento della sua autorevolezza; ma non ci si può fermare al primo impatto, altrimenti si rischia l’affievolimento, la sua parola diventa insignificante. E’ quello che accade a chi frequenta la chiesa, vive in un gruppo ecclesiale, sente continuamente la sua parola ma poi non cambia la sua vita. L’ascolto diventa abitudine, si pensa già di conoscere tutto, non si è aperti a nessuna sorpresa, si tende a conservare semplicemente delle abitudini (vado a pescare!). Quando invece quella parola risuona a tal punto da spingerci a una nuova azione, a gettarci nella mischia della storia per verificare la forza del suo messaggio, avviene il miracolo, gli occhi si aprono, si sperimenta che lui è sempre all’opera e si fanno cose che vanno anche al di là delle proprie forze (la rete trascinata a terra). Ma per evitare che ci si ritenga ancora una volta indispensabili, ecco che Gesù ci rimette in crisi: siamo veramente capaci di amarlo sopra tutto e anche al di sopra di ciò che abbiamo fatto? Siamo capaci di sentirlo a tal punto indispensabile da seguirlo anche nella mancanza di azione compiuta in suo nome? E’ l’accettazione ultima della fragilità e della contingenza della nostra esistenza, che passerà come sono passati miliardi di esseri umani prima di noi e ne passeranno altri che diventa l’ultimo banco di prova che veramente Lui è il Signore della nostra vita e di quella di ogni essere che non ha lasciato neppure una traccia nella storia, perché il segreto che Gesù è venuto a donarci è che Dio ama senza misura e senza merito.

Michele Tartaglia

 

Una domanda senza risposta e un excursus sul testo biblico

Perché i discepoli hanno difficoltà a riconoscere il Cristo risorto, come d’altronde anche Maria Maddalena? Giovanni, che è il meno simpatico degli apostoli, che cerca di intrufolarsi anche dove non gli appartiene (senza essere invitato, segue Gesù e Pietro al punto che il povero, semplice Pietro domanda “e lui che ci fa qui?”)  racconta di averlo riconosciuto per primo, ma probabilmente è una delle sue vanterie da primo della classe. Il vangelo e la scrittura non offrono una risposta  a questa domanda e forse è meglio che ciascuno trovi la risposta da solo.  Io credo che gli apostoli abbiano avuto difficoltà a credere nella resurrezione ( e chi li può biasimare?).  Come medico, debbo pensare che le cellule cerebrali di Gesù e le sue mucose dopo 24 ore avessero subìto una apoptosi irreversibile e che miracolosamente si siano ricostituite: questo contraddice tutta la conoscenza scientifica che abbiamo oggi. E’ quasi impossibile credere nella resurrezione e allo stesso tempo credere nelle cosiddette “leggi di natura.”  Quando ci veniva insegnato nei circoli della Azione Cattolica che la fede non contraddice le leggi di natura, si conosceva ben poco, o ci si rifiutava di conoscere la biologia cellulare e molecolare. Indubbiamente non possiamo spiegare in termini scientifici la resurrezione. Però senza resurrezione non ci può essere redenzione e la morte di Gesù non sarebbe stata differente da quella di altre vittime dell’odio popolare (vedi Socrate o Zaccaria): hanno temporaneamente chetato quell’odio ma non hanno superato le forze dell’odio con quelle dell’amore, che è vita e che come tale non può essere distrutta. Di fronte alla resurrezione di Gesù ai discepoli e a noi viene chiesto di credere “quia absurdum” perché questa resurrezione è l’unica scappatoia a un assurdo più generale, alla vita senza senso descritta da Schopenauer e ripresa dagli esistenzialisti atei (Heidegger, Michelstaedter, Camus e Sartre). La fede nella resurrezione è la porta stretta per cui entrare nella vita, ma è anche la dimostrazione di un’anima spirituale che può dar vita al corpo.

Un’altra domanda: perché Gesù chiede tre volte a Pietro se lo ama? Qui il testo è chiaro come cristallo. Nella domanda di Gesù il testo greco usa il verboagapao, che significa l’amore come dono totale di se stesso; nella risposta di Pietro usa invece il verbo filao che significa ti sono amico. In realtà fino all’ultimo Pietro sfugge e non risponde alla domanda di Gesù ed è questa la ragione per cui Gesù gliela ripete fino a quando Pietro si rende conto che Gesù gli chiede non un’amicizia, ma un amore senza condizioni. È la proclamazione dell’agape come amore cristiano.

Lodovico Balducci

 

Un drammatico colloquio nel bel mezzo di una grigliata sulla sabbia

Il vangelo “spirituale” di Giovanni, che comincia con la straordinaria riflessione sul Verbo/Logos come inizio e fine di tutte le cose visibili e invisibili, finisce inaspettatamente con una grande grigliata all’alba sulla spiaggia del lago di Tiberiade. In un clima di festa per una pesca inaspettatamente ricca, che si potrebbe definire miracolosa, i discepoli pescatori emergono dalla nebbia mattutina e dall’incubo della crocifissione del loro Maestro, mangiando fish and bread in silenzio. Approfittando dell’allegra confusione, Gesù chiama Piero in disparte e gli pone tre volte la stessa domanda. Pochissime parole, pronunciate con la solennità e la semplicità di chi sta per partire per un lungo viaggio. “Mi ami?”. Pietro è sconvolto, non era preparato a questo tipo di domande. E si rifugia in un “Ti voglio bene”, che appare pallido e stridulo, come il canto di un gallo all’alba di una mattina livida di qualche settimana prima. Vorrebbe fuggire, se rispondesse “Sì ti amo”, gli sembrerebbe di tradire una seconda volta. E si rifugia nel compromesso mediocre del “Ti voglio bene”. Un’aurea mediocritas di sentimenti sospesi a mezza altezza. Sono 2.000 anni che ci rifugiamo dietro il “Ti voglio bene” di Pietro: ci piace servire un po’ Dio, un po’ mammona. Rispondere “Sì ti amo” rischierebbe di farci cambiare radicalmente vita,  di sottrarci alle serie televisive serali e alle partite del weekend, alle lunghe code estive in autostrada, al nostro piccolo mondo antico, che spesso ci va stretto, ma sempre ci rassicura. La grigliata di pesce rischia di raffreddarsi.

Giovanni de Gaetano


I limiti umani e l’assoluto

La risposta di Pietro a Gesù fa riflettere su quanto l’uomo abbia serie difficoltà a confrontarsi con l’assoluto. Per quanto sia continuamente proteso verso l’universale, l’uomo non è in grado di gestirlo. Il “ti voglio bene” è certo meno compromettente dell’amare, lascia sempre la possibilità di mitigare, smussare e raddrizzare i margini di un percorso di cui non siamo assolutamente certi, a cui non sentiamo di consegnarci in maniera definitiva. Beati coloro che non tentennano, che sanno e sentono senza condizioni. Ma la maggior parte di noi è come Pietro. Umano, troppo umano per realizzare in terra ciò che sogna in cielo. Ma a dispetto delle premesse deboli, Pietro farà. Sarà colui che nonostante le sue insicurezze terrene porterà avanti il disegno cristiano. In qualche modo Pietro realizza la sua grandezza di uomo, con tutti i limiti che la sua stessa natura gli ha imposto.

Marialaura Bonaccio

Comunicato Stampa – Una ricerca pubblicata sul giornale scientifico The Lancet

COMUNICATO STAMPA

Una ricerca pubblicata sul giornale scientifico The Lancet

Il Progetto Moli-sani contribuisce a disegnare la situazione dell’obesità su scala internazionale

Con i suoi venticinquemila partecipanti, tutti del Molise, il grande studio epidemiologico ha collaborato a chiarire i termini di uno dei più grandi problemi attuali di salute
700 ricercatori in tutto il mondo, quasi venti milioni di persone studiate. Sono i numeri di una gigantesca ricerca internazionale che ha ridisegnato la situazione dell’obesità nei vari Paesi. In questo prestigioso gruppo c’è anche il Progetto Moli-sani, una delle più ampie ricerche epidemiologiche condotte in Europa e nel Mondo.

Pubblicato sulla prestigiosa rivista britannica The Lancet, lo studio ha aggregato i dati di 1698 ricerche svolte in tutto il mondo e li ha usati per calcolare l’Indice di massa corporea (BMI nella sigla inglese) e ottenere in questo modo un quadro preciso e aggiornato della situazione dell’obesità mondiale.

Valutare la situazione dell’obesità è un obiettivo ritenuto cruciale perché questa condizione rappresenta un problema enorme a livello mondiale per la salute dei cittadini, e le autorità sanitarie sono fortemente impegnate in campagne di prevenzione. Conoscere quanto sia diffusa, e quanto gli interventi siano efficaci nel ridurne l’incidenza, significa affrontare meglio quella che è una vera e propria emergenza sanitaria.

Il lavoro scientifico ha evidenziato alcuni dati molto interessanti. A cominciare da quello relativo all’andamento dell’obesità nel corso del tempo: negli ultimi quaranta anni la percentuale di uomini obesi è triplicata (dal 3,2% del 1975 al 10,8% del 2014), mentre nelle donne è stato osservato un raddoppio (da 6,4% a 14,9%). Significa 266 milioni di uomini e 375 milioni di donne colpiti da questo problema. Un intero continente, in pratica. Come prevedibile, gli Stati Uniti detengono il primato dell’obesità tra i paesi avanzati, mentre nello stesso gruppo i meno obesi sono gli uomini e le donne giapponesi. In generale, considerando le tendenze osservate, la situazione potrebbe andare presto fuori controllo. E le strutture sanitarie mondiali rischiano di collassare sotto il peso delle numerose patologie provocate dall’obesità.

“Questa – dice Licia Iacoviello, capo del Laboratorio di Epidemiologia Molecolare e Nutrizionale dell’IRCCS Neuromed di Pozzilli e responsabile del progetto Moli-sani – era una delle promesse più importanti fatte dieci anni fa ai cittadini del Molise: la loro partecipazione allo Studio Moli-sani avrebbe avuto ripercussioni per la scienza e la medicina in tutto il mondo. Oggi, ancora una volta, questa promessa viene mantenuta. Grazie anche al nostro studio, possiamo lanciare un allarme per tutti i Paesi e tutti i cittadini del pianeta: l’obesità è una emergenza a tutti gli effetti”.

“I risultati raccolti in questo lavoro – commenta Giovanni de Gaetano, capo del Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione dell’IRCCS Neuromed – sono molto importanti perché sottolineano l’urgenza di uno sforzo internazionale per lanciare campagne di prevenzione capaci di arrestare l’epidemia di obesità che rischia di minare il futuro di tante persone e della stessa economia mondiale. Ancora una volta siamo orgogliosi del grande contributo che la gente del Molise, con la sua partecipazione al Moli-sani, sta dando a tutto il mondo. La nostra regione, grazie alla generosità e all’entusiasmo dei suoi cittadini, è ormai entrata da protagonista sulla scena scientifica internazionale”.

Trends in adult body-mass index in 200 countries from 1975 to 2014: a pooled analysis of 1698 population-based measurement studies with 19·2 million participants, The Lancet , Volume 387 , Issue 10026 , 1377 – 1396
http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(16)30054-X/fulltext

Il Progetto Moli-sani
Partito nel marzo 2005, ha coinvolto circa 25.000 cittadini, residenti in Molise, per conoscere i fattori ambientali e genetici alla base delle malattie cardiovascolari e dei tumori. Lo studio Moli-sani, oggi basato nell’IRCCS Neuromed, ha trasformato un’intera Regione italiana in un grande laboratorio scientifico.
L’IRCCS Neuromed
L’Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) Neuromed di Pozzilli (IS) rappresenta un punto di riferimento a livello italiano ed internazionale per la ricerca e la terapia nel campo delle malattie che colpiscono il sistema nervoso. Un centro in cui i medici, i ricercatori, il personale e gli stessi pazienti formano una alleanza rivolta a garantire il miglior livello di assistenza possibile e cure all’avanguardia, guidate degli sviluppi scientifici più avanzati.

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