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LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA 21 GIUGNO 2015

21LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

Non avete ancora fede? (Mc 4,35-41).
In quel giorno, verso sera, Gesù disse ai suoi discepoli: “Passiamo all’altra riva”. E lasciata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: “Maestro, non t’importa che moriamo?”. Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. Poi disse loro: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?”. E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?”.

Compagni di strada nella fatica della vita
Ci sono due momenti nel vangelo di Marco che descrivono la paura dei discepoli ed entrambi si svolgono sul mare di Galilea: oltre a questo c’è l’episodio di Gesù che cammina sul mare ed è scambiato per un fantasma. La situazione del primo racconto sembra improbabile, visto che Gesù sembra non accorgersi per nulla di una tempesta che sta facendo affondare la barca. Si tratta, in realtà, di un racconto fortemente simbolico, che si riferisce alla morte di Gesù (per gli antichi morte e sonno erano contigui), dopo la quale i discepoli sono lasciati a combattere contro il male, rappresentato nel mondo biblico dal mare, e sembrano non avere l’aiuto necessario da Gesù. Fino a quel momento i discepoli hanno goduto dell’onore di seguire un maestro esperto nel combattere il male e forse quando hanno incrociato con lo sguardo i poveri reietti che Gesù guariva avranno avuto un’espressione pietosa mista ad un’aria di superiorità perché padroni della propria vita. Questo è il primo momento nel vangelo in cui essi vengono toccati sulla propria pelle e sentono vicino il pericolo di morte, non possono più assumere quell’aria da professionisti della consolazione stucchevole che spesso contraddistingue i rappresentanti della religione, che trovano sempre la parola apparentemente giusta ma per dare un senso a buon mercato alle sofferenze degli altri. Solo quando si fa l’esperienza della propria sofferenza ci si mette a nudo e comincia la vera conversione che porta a non vedere negli altri solo dei “casi” da risolvere o da aiutare, ma dei compagni di strada nella fatica della vita. Il sonno di Gesù che simboleggia la sua morte non è segno di disinteresse, come pensano i discepoli, ma piuttosto l’anticipazione simbolica di cosa significa dedicarsi veramente agli altri fino in fondo, fino a dare la vita. E’ questo “sonno”, conseguenza dello spendersi per le sofferenze altrui a vincere la potenza del mare/male che rischia continuamente di far naufragare l’umanità, come l’indifferenza verso i naufragi fisici ci mostra ogni giorno.
Michele Tartaglia

Dio ha bisogno degli uomini per sopravvivere

La prima impressione che ci ispira questo brano evangelico è la conferma della storicità di Gesù.  E’ difficile trovarci un messaggio morale o teológico e l’unica ragione per cui Marco l’ha inserito è perchè questo episodio ha chiaramente impressionato un testimonio oculare che ci teneva a riportarlo.  Si pensa che il Vangelo di Marco sia stato dettato da Pietro nel carcere di Roma durante la persecuzione di Nerone. Marco, ci dicono gli atti, era il figlio di una amica (girl friend?) di Pietro.
Cosa ha impressionato questo pescatore analfabeta che si è trovato ad essere il primo líder di una impresa destinata a permanere fino alla fine dei secoli, tanto da ricordare questo episodio mentre i suoi amici venivano crocifissi, dati in pasto alle belve o usati come torce viventi per illuminare Roma? Prima di tutto il fatto che Gesù dormisse. Per quanto posso ricordare, questa è l’unica occasione nei vangeli in cui si riporta che Gesù dormisse, e dormiva nel mezzo di una tempesta. Forse questo episodio vuole insegnare ai cristiani che stanno per essere martirizzati ad aspettare con serenità il martirio, a dormire come ha fatto Gesù nel mezzo della tempesta, e sicuramente questo messaggio si applica a cristiani di ogni generazione che vengono crocifissi dal disdegno e dalla derisione popolare. E tra i crocifissori ci sono anche personalità ecclesiastiche. Woytila ha contribuito alla crocifissione di Romero; padre Gemelli a quella di padre Pio, solo per restare ai tempi recenti. Gesù dormiva su un cuscino. A quei tempi la maggior parte delle persone dormivano sul pavimento. Il cuscino sembra indicare una condizione di privilegio. Chiaramente Gesù era stato riconosciuto come capobanda di questa banda di mendicanti che viveva di elemosine  predicando il regno di Dio e guarendo alcuni malati. Il fatto che Gesù fosse il capobanda si puo anche rilevare dal fatto  che spaventati dalla tempesta decidono di risvegliare Gesù, cosiccome qualunque “gang” fa riferimento al lider quando si trova in difficolta’.
Personalmente trovo due insegnamenti in questa storia.  Il primo è che Dio ha bisogno degli uomini per sopravvivere. Il secondo e’ che all’origine dell’atto di fede c’è un bisogno di una autorità anche se la natura di questa autorità è confusa.
Gesù era stanco e dormiva. Quel sonno potrebbe aver compromesso  la sua missione, perchè la barca poteva affondare da un momento all’altro e tutti, compreso il Messia, sarebbero morti affogati. La paura dei discepoli ha permesso a Gesù di svegliarsi e controllare la tempesta. Dio ha affidato a delle persone umane il suo piano di salvezza. Basta che uno dei fragilissimi anelli di questa catena si spezzi per dissestare i piani divini. Senza Dio non c’è vita ma senza vita non c’è Dio. L’esistenza stessa di Dio dipende da questa  continua interazione vitale. La coscienza di questa responsabilita’ di mantenere Dio in vita è cosi opprimente che Lutero e Calvino hanno dovuto ricorrere alla predestinazione per poterla affrontare. Secondo questi teologi Dio ha presdestinato le persone capaci di ascoltare il Suo messaggio, di promuovere il Suo regno,  ed in questo modo ha assicurato la Sua propia esistenza.
Quando i pescatori svegliano Gesù hanno fede in lui, ma non sanno ancora che è Dio, tanto che si stupiscono del suo potere di calmare le acque. Hanno fede perche’ hanno riconosciuto in Gesù dei poteri pretenaturali, ma non sanno ancora esattamente in chi hanno fede, non sono ancora in grado di dire” solo tu hai parole di vita eterna!” Questa e’ la natura della fede viva, che si instaura nella osservazione di qualcosa che non possiamo spiegare. Il mondo razionalistico vorrebbe ignorare che esistono aspetti della vita che non possiamo spiegare. I moderni don Ferrante dicono “Ciò che non possiamo spiegare non esiste” cosi come Don Ferrante non credeva nella peste che lo ha ucciso. I moderni inquisitori del razionalismo, cosi come gli inquisitori ecclesiastici dei tempi di Galileo, rifiutano l’evidenza  quando questa contradice i loro pregiudizi. La trappola che pongono alle persone di fede è domandare in cosa hanno fede, come se la verità potesse circoscriversi in parole. Avrebbero rifiutato di svegliare Gesù, perchè non potevano spiegare i suoi miracoli e non sapevano chi era e in questo modo sarebbero morti affogati. Il contenuto della fede degli apostoli era confuso, ma la loro fede era certa, sapevano che Gesù poteva salvarli.
Lodovico Balducci
Dio ci salvi dai superuomini

La tranquillità con cui Gesù affronta il mare in tempesta, senza temere per la propria vita, è in qualche modo segno di una imperturbabile tranquillità interiore. Questa è l’interpretazione più immediata, più semplice. Il male rappresentato dalle onde, che promettono di non risparmiare nessuno, non tocca chi il male non teme. Ci sono due ragioni alla base di questo comportamento. Una è ravvisabile nella convinzione appunto di non poter essere minato dal male perché sa che il bene che ha dentro può respingerlo come uno scudo invincibile. Ma questo poco si concilia con la natura pur sempre umana di Cristo che in più episodi sembra invece aver vacillato di fronte alle minacce del male. In verità, da uomini, dovremmo rifiutare questa immagine di superuomo e sentirci sollevati per questo. La perfezione non è un obiettivo da rincorrere. Saremmo continuamente frustrati se lo fosse. Ecco perché serve necessariamente una seconda interpretazione dell’episodio. Che può tranquillamente essere quella proposta da Michele. E cioè che in realtà l’episodio simboleggi le difficoltà a cui i discepoli andranno incontro una volta che la loro guida lascerà il mondo e anche loro stessi. Speriamo che sia così. Perché i superuomini non hanno mai portato nulla di buono.
Marialaura Bonaccio

Non nominare il nome di Dio invano

“Così come Auschwitz – dice il Prof. Veronesi – per me il cancro è diventato la prova della non esistenza di Dio”. E chiede: “Come puoi credere in Dio quando vedi un bambino invaso da cellule maligne che lo consumano giorno dopo giorno davanti ai tuoi occhi? Io non credo, e preferisco il silenzio, o il sussurro del non so”.
Ad Auschwitz Dio non c’era e se c’era dormiva, come Gesù sulla barca in tempesta.
E’ almeno dai tempi di Giobbe che l’uomo si interroga sull’esistenza del male e chiede perché Dio non intervenga e lo impedisca.  Scrive Aldo Antonelli, Parroco di Antrosano di Avezzano: Il “Dio” di Gesù Cristo non è il dio delle risposte alle domande dell’uomo, ma il “Dio” delle domande che interpella la coscienza dell’uomo e la sua responsabilità. È il Dio che chiede ad Adamo:“Dove sei?”, “Cosa hai fatto?”; ed è il Dio che chiede a Caino: “Dov’è tuo fratello?”.
Perché ci sono i tumori o non riusciamo a guarirli è una domanda da fare agli oncologi e ai ricercatori, non a Dio. Su Auschwitz abbiamo chiesto conto ai nazisti, non a Dio. Auschwitz e atrocità simili sono il frutto di una interpretazione aberrante dell’uomo e del mondo.
Il rimprovero di Gesù ai discepoli che lo hanno svegliato è un invito a risolvere da soli i problemi della vita, senza nominare il nome di Dio invano.
Dio non è il tappabuchi che evita un terremoto o uno tsunami, o modifica la biologia molecolare: il “creato”si sviluppa e procede in piena autonomia, in stretta continuità con la libertà dell’uomo di fare il bene e il male. Il male, quando c’è, è parte di una natura e di un uomo che sono in continua evoluzione. Ed evoluzione vuol dire che da una situazione imperfetta (spesso di male), si evolve lentamente verso una di minor male e di bene progressivo. Dio (il cristianesimo, così anche altre dimensioni di pensiero), può dare all’uomo un’altra chiave interpretativa della vita, un’altra via di conoscenza, che eviti di finire vittima di un’unica sola possibile lettura dell’esistenza.
L’uomo  non conosce una strada che aggiri il dolore: può conoscere una strada, che può percorrere insieme con Dio, che attraversa il male e il dolore. “Il cristianesimo non è un metodo per evitare il dolore, ma per attraversarlo e assumerlo”, secondo le parole del Piccolo Fratello  Arturo Paoli.
Giovanni de Gaetano

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA 14 GIUGNO 2015

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

DOMENICA 14 GIUGNO 2015

Il Regno di Dio è come un seme (Mc 4,26-34).

In quel tempo, Gesù diceva alla folla: “Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura”. Diceva: “A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra”. Con molte parabole di questo genere annunziava loro la parola secondo quello che potevano intendere. Senza parabole non parlava loro; ma in privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa.

Gettare il seme è seminare la speranza
Le immagini tratte dall’agricoltura che Gesù usa per creare le sue parabole, dicono un fatto semplice: la presenza di Dio nel mondo è altrettanto essenziale quanto il cibo per sopravvivere. Nel primo breve racconto si incontrano due agenti complementari: il primo è Dio che è simboleggiato dalla terra, dagli elementi naturali che permettono al seme di crescere; senza questi elementi semplicemente il seme non può svolgere la sua funzione, rimane sterile. Dio, che si nasconde nelle pieghe della storia è l’ambiente in cui il seme può crescere e diventare spiga. Allo stesso tempo però è necessario che il seme venga gettato, che qualcuno, il secondo agente, ponga in essere gesti e stili che permettano al regno di Dio di attivarsi nella storia. La casualità del gesto e la necessaria attesa di un tempo che non dipende da chi getta il seme ma dai ritmi naturali, ci dice che quanto facciamo non deve essere mosso da calcolo, dall’aver messo in preventivo i risultati, bensì è solo la speranza che ogni nostro gesto possa produrre frutto a dover muovere l’azione. Non importa se produrrà frutto (perché la natura non sempre ricompensa il lavoro, non sempre la storia benedice chi cerca di fare il bene) ma il seme va lo stesso gettato perché se rimane nel sacco del seminatore certamente non produrrà nulla e se il seminatore non getta certamente non avrà il grano da cui trarre il pane per sopravvivere, mentre gettandolo può avere almeno la speranza, cibo altrettanto necessario per vivere da uomini. Fuor di metafora: non sappiamo se il bene che facciamo verrà “ricompensato” con il cambiamento del mondo in cui viviamo, ma è certo che non ci sarà cambiamento se noi non facciamo nulla perché esso possa avvenire. La mancanza di accoglienza degli immigrati da parte delle istituzioni è amplificata dalla mancanza di accoglienza dei singoli cittadini o associazioni che non svolgessero la loro opera umanitaria. Non basta dire: prima lo stato e poi noi, ma bisogna dire: cominciamo noi, sperando che si possa cambiare il cuore dell’istituzione. E qui veniamo all’altra parabola: non pensiamo che il mondo si cambi con i grandi gesti o i grandi investimenti, ma sono i piccoli gesti anonimi e quotidiani a cambiare la storia. Duemila anni fa c’era un anonimo ebreo che predicava a degli zotici della Galilea e c’erano Augusto e i suoi successori che compivano grandi gesti e poi edificavano grandi monumenti, che erano i mass-media del tempo. Oggi sappiamo che non loro ma proprio quello sconosciuto, morto disperato sulla croce, ha cambiato il corso della storia. Se ognuno di noi sapesse che conseguenze hanno le nostre azioni insignificanti, sia nel bene che nel male, non ci chiederemmo che cosa ci guadagniamo a fare il bene, ma non perderemmo un minuto per metterci all’opera.
Michele Tartaglia

La natura, il cibo e l’agnello debole
Il vangelo di questa domenica offre molti spunti di meditazione di grande rilievo per il nostro tempo.  Noi crediamo di controllare il corso della natura perchè abbiamo descritto in dettaglio i processi molecolari attraverso cui un seme diventa una pianta e il terreno in cui il seme può essere piu fertile. Eppure la crescita della pianta è ancora in gran parte indipendente dalle nostre azioni. Non c’è modo che possiamo prevedere tutte le tempeste di grandine che possano distruggere il raccolto e tanto meno che possiamo renderci conto dei veleni che lo sviluppo industriale ha seminato nell’atmosfera e che possono accumularsi nella farina e nei frutti con cui ci cibiamo. Ma più importante che questa nostra impotenza di controllare la natura, nonostante la nostra conoscenza, è il mistero della natura stessa: come è venuta ad esistere, come è stata finalizzata alla nostra sopravvivenza. Per rispondere a queste domande siamo costretti ad accettare il mistero, cioè il misterium, una realtà che ci è dato di vivere e che trova nella vita stessa la sua spiegazione.  Dobbiamo ricorrere alla fede del salmista che lodava Dio per la natura che ci permette di sopravvivere e di proliferare o  rifiutare qualunque spiegazione, considerare il mondo un assurdo che non possiamo controllare e la cui única conclusione possibile e’ il suicidio di Karl Michaelstadter o di Albert Camus. Come un intellettuale io mutuo la mia fede dall’esempio di molte persone. Le mie zie maestre che sono cresciute in campagna e che hanno affrontato stenti orribili con il sorriso sulle labbra per insegnare a leggere e a scrivere ai bambini diseredati delle montagne piacentine sono tra queste persone. Cresciute in campagna, al contatto giornaliero con il mistero della natura parlavano con Dio nelle loro preghiere tanto quanto Mosè parlava con Dio nel roveto ardente. Siccome non ho avuto la stessa esperienza, la mia esperienza è sempre stata filtrata da una ragione distruttiva, posso solo invidiare la loro fede e cercare di  partecipare grazie a loro, al loro dialogo con Dio.  Ma non posso fare a meno di chiedermi come potranno credere le nuove generazioni che credono che la verdura, la frutta e la carne siano prodotti nei laboratori dei supermarkets, che hanno perduto ogni contatto diretto o indiretto con la natura?
Il grano di senape che diventa l’albero piu grande della campagna e che provvede un alloggio a tutti gli uccelli del cielo è un altro richiamo alla fede, alla fede in noi stessi, nella nostra umanità piu che nei nostri exploits. Le domeniche passate in famiglia, la visita a un malato, la simpatía per un povero incontrato per strada piu che la corsa al premio Nobel o alla presidenza sono il fondamento del regno di Dio. È un invito ad amarci per chi siamo, non per quello che siamo capaci di fare. Il potere è sempre una occasione di scandalo e di divisione, mentre l’umiltà è la radice solida di una unità che continua a crescere. L’umiltà è la linfa vitale del corpo mistico di Cristo, che non puo funzionare senza il contributo di tutte le sue parti, un corpo in cui l’unghia del piede ha tanto valore quanto il cervello e il colore degli occhi. E’ anche un invito alla pazienza, ad agire in base alla legge morale (io devo perchè devo) che nel cristianesimo si fonda sull’amore come agape e non in base ai risultati. La ricerca intempestiva di risultati può solo partare al naufragio del Titanic!
Infine perchè Gesù parlava in modo diverso alla folla e ai discepoli? Perchè la folla aveva bisogno di parabole mentre ai discepoli poteva spiegare tutto  con parole dirette? Io credo perchè Gesù da buon pastore prende in braccio gli agnelli piu deboli quando si tratta di attraversare dei dirupi. Piu che ad ottenere la nostra obbedienza, e prima di ottenere la nostra obbedienza, Gesù vuole che sperimentiamo il suo amore che è l’amore del padre che ha affidato al Figlio il potere creativo di questo amore. Invece di condannarci per le nostre debolezze, Gesù ci invita a valorizzare le nostre debolezze come un tramite in cui si manifesta il suo amore per noi.
Lodovico Balducci
L’essenzialità del cibo (e Dio) al tempo di Expo
Nato con l’ambizioso obiettivo di sfamare il pianeta, l’Expo di Milano ha ceduto alla tentazione di trasformarsi in una scintillante vetrina per multinazionali. Le stesse contro cui le principali organizzazioni che si occupano di salute pubblica puntano il dito, con l’accusa infamante di aver messo all’ingrasso il mondo intero. E non solo quello occidentale, oramai condannato all’estinzione per eccesso di cibo, ma anche quello dei Paesi che un tempo pativano la fame. Ora, in realtà, più che di fame, rischiano di soccombere per il cibo spazzatura che l’occidente puntualmente gli rifila.
Rimanendo nell’interpretazione proposta da Michele, quella che lega l’essenzialità del cibo a quella di Dio, resta da chiedersi quale legame sussista tra Dio e cibo in un tempo in cui il cibo si spreca.
Se buttiamo tonnellate di alimenti, non finiremo per buttare via anche Dio?
Lo spreco di cibo che si consuma nelle cucine di mezzo mondo riflette in qualche modo lo spreco di Dio?
Quando Mosè torna con le sue tavole, uno dei comandamenti recita: non nominare il nome di Dio invano. Il che non vuol dire, come Benigni ha ricordato di recente al grande pubblico, non giurare falsamente. Significa non tirare in ballo Dio in questioni prettamente umane e che con la divinità  hanno poco a che fare. Come nel nome di Dio, così nel nome del cibo, spesso, si mascherano interessi davvero poco nobili, che con il proposito di sfamare il mondo non hanno niente in comune. Nel frattempo, mentre siamo occupati a sfamare il pianeta, l’altra parte del globo è all’ingrasso con bibite gassate, panini del fast food e dolciumi con olio di palma, gettando le basi per una epidemia che già ci pervade (a cominciare dai nostri ragazzi) e di cui saremo tutti chiamati a pagare il prezzo.
Forse, se non sprecassimo il cibo, non sprecheremmo neanche Dio. E viceversa.
Forse, se ci riappropriassimo del cibo, avremmo qualche chance in più di imboccare la strada che ci riporta al senso autentico di pensare l’Essere.
Marialaura Bonaccio
Spreco di cibo, spreco dell’Uomo

Il granellino di senape, che diventa albero accogliente per gli uccelli del cielo, fa pensare alla nostra comunità europea che, nata da un piccolo nucleo di uomini visionari, è diventata in pochi decenni una straordinaria entità di centinaia di milioni di cittadini.  Bel paragone!
Ma…se paragonata ancora all’albero del vangelo, la grande comunità dei cittadini europei non si propone oggi come un luogo dove i nuovi uccelli, i migranti che attraversano il mare, cercano e trovano rifugio e riposo. Il granellino di senape ha generato un albero della solitudine e dell’abbandono.
Dove si spreca cibo, ricorda Marialaura, si spreca anche Dio. E si spreca anche l’Uomo.
Come buttiamo gli alimenti di cui riteniamo non abbiamo bisogno, così buttiamo in mare uomini  di cui riteniamo non abbiamo bisogno, i quali anzi saturerebbero e contaminerebbero i nostri silos e i nostri frigoriferi.
Allora penso amaramente che se Gesù raccontasse oggi la parabola del granellino di senape , lo paragonerebbe al mare nostrum dalle onde tanto grandi che i migranti da terre lontane possono ripararsi per sempre nelle sue acque accoglienti.
Giovanni de Gaetano

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA 7 GIUGNO 2015

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

DOMENICA 31 MAGGIO 2015

Corpus Domini

Questo è il mio sangue versato per molti (Mc 14,12-16.22-26).
Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: “Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?”. Allora mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: “Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo e là dove entrerà dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, già pronta; là preparate per noi”. I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono per la Pasqua. Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: “Prendete, questo è il mio corpo”. Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti. In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio”. E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.
Ultima cena: un passaggio dal rito alla vita
Nel racconto dell’ultima cena, si coglie pienamente il messaggio che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli: passare dal rito alla vita. Questo era già stato ricordato spesso dai profeti, che rimproveravano il popolo quando solennizzava il culto ma trascurava la giustizia. Nella cena coi discepoli, subito prima della sua morte, vuole insegnare loro che ciò che gli accadrà non è la fine della vita di un illuso, ma l’esito di un’esistenza improntata sul dono e sul servizio. Per i discepoli che di lì a poco saranno smarriti di fronte alla fine ingloriosa di Gesù è un testamento che sarà capito solo con l’esperienza della risurrezione, ma allo stesso tempo sarà la consegna di uno stile di vita, di scelte improntate sull’imitazione del maestro per il quale i riti che ricordano gli interventi di Dio nella storia non significano nulla se non diventano assunzione di responsabilità di fronte al proprio presente, dove la fede nel Dio che libera Israele si deve mostrare nel prendersi carico di liberare dalle oppressioni e dalle ingiustizie i nuovi schiavi e i nuovi poveri. Ancora una volta, l’enfasi sul rito e le solennità da corte imperiale che accompagnano le celebrazioni della vita di Gesù, sono espressione del totale fraintendimento di una vita che ha visto nel rito fine a se stesso un tradimento della propria fedeltà a Dio. Gesù ha detto di voler celebrare la pasqua non per ripetere in modo stanco il ricordo dell’esodo, ma per far capire ai suoi discepoli che la vera celebrazione del culto reso a Dio passa inesorabilmente per l’assunzione di una responsabilità, per l’impegno a liberare chi è vittima delle ingiustizie, anche al costo di pagare con la propria vita.
Michele Tartaglia

Gesù ci invita a fare l’amore con Dio
Gesù ci invita a fare l’amore con Dio, a unire il nostro corpo al suo corpo e attraverso il suo corpo a unire i nostri corpi. I nostri corpi sono sacri, cioè destinati una precisa funzione, a donare e ricevere amore.  Il problema della nostra società, influenzata sia dalla età dei lumi che dalla visione protestante del cristianesimo è la disincarnazione sia della religione che dell’amore.  La società in cui viviamo vuole che impariamo a fare l’amore nello stesso modo in cui richiede che a tavola usiamo la forchetta e il coltello e il piatto, ha reso l’amore un’attivita’ sperzonalizzata e pertanto disincarnata. Il segreto dell’amore è nell’eucarestia, nel consumarsi l’un l’altro  insieme a Cristo per il nostro amore reciproco.
Lodovico Balducci

Quel brivido lungo la schiena
“Prendete, questo è il mio corpo”. È una frase a cui molti hanno ormai fatto l’orecchio, risuona nella testa come i versi imparati alle elementari. Ma se per un momento facciamo un tentativo di astrazione, e analizziamo la frase per quello che è, per il suo significato letterale, potrebbe capitare di essere percorsi da un brivido lungo la schiena. Certo, i discepoli erano forse abituati ad avere a che fare con un uomo non ordinario che pronunciava frasi non ordinarie. Ma noi uomini del XXI secolo, esposti continuamente a linguaggi (e quindi a concetti) e contesti totalmente diversi, cosa percepiamo realmente davanti ad una frase come questa? Cosa si prova davanti ad una persona che si immola per la tua salvezza? Imbarazzo, forse. Vergogna, di quella autentica. Che viene dalla sensazione di non essere in grado di ricambiare con la stessa moneta. Forse ci si sente piccoli. O anche stupore, sconcerto.  O ancora, paura. Paura di un mondo che non abbiamo capito abbastanza, che abbiamo ingabbiato in una serie di schemi utili a decodificarlo a farci sentire al sicuro, a casa. Al riparo dal mondo stesso. Un mondo piegato a misura della nostra vulnerabilità. Deboli, insicuri, piccoli. Ma non così tanto da non provare un brivido lungo la schiena.
Marialaura Bonaccio 

Come l’acqua piovana lungo una grondaia
Ci aveva lasciato il Padre Nostro e il discorso delle beatitudini. E inoltre la parabola del figliol prodigo e quella del buon samaritano. E in più era anche morto per dare credibilità alla sua vita e al suo messaggio.
Che bisogno c’era quel giovedì notte di distribuire ai suoi commensali un po’ di pane e di vino e dirgli che erano il suo corpo e il suo sangue? E che continuassero nei secoli a fare la stessa cosa in sua memoria?
Non bastava aver perdonato la donna adultera e il banchiere Matteo o Zaccheo, il piccoletto montato su un albero per vederlo? Non avremmo letto i vangeli con lo stesso stupore? Non ci saremmo dedicati ai poveri con lo  stesso impegno?
Solo chi non è mai stato innamorato può fare domande del genere, può non capire cosa vuol dire dare il proprio corpo per amore. Ci difendiamo da questo mistero con il latino: Corpus Domini, in modo da non capire fino in fondo.
E’ che non siamo davvero innamorati di Cristo, e il corpo ci rievoca sesso e peccato. Perciò non siamo percorsi da un brivido lungo la schiena, come scrive Marialaura, ma le sue parole di quella notte scivolano lungo il nostro corpo come l’acqua piovana lungo una grondaia.
Giovanni de Gaetano